Sole e acciaio… a colori! [editoriale]

Sole e acciaio copertine sovrapposte bIl bianco e nero torna colore: è proprio il caso di dirlo. Con questo sedicesimo numero (il primo dell’anno 2015) abbiamo voluto stupire piacevolmente i nostri lettori, ai quali, tranne per i più strettamente affezionati, non avevamo volutamente lasciato trapelare la novità editoriale. Nell’epoca in cui, anche sul Corriere della Sera, riguardo l’eccessiva diffusione dell’informazione ci si chiede letteralmente «perché siamo diventati così ignoranti?» abbiamo deciso, in controtendenza, di scommettere sui cervelli che non sono in fuga, sul formato che non subisce l’informatizzazione dell’ignoranza (la carta) e al contempo di «cavalcare la tigre» della tecnologia, affidando i nostri messaggi anche ai flutti del web. Nel regno caduco della quantità, nel quale tuttavia annaspano in crisi i quotidiani e le riviste convenzionali, la nostra offerta, limitata ma qualitativa, autogestita e gratuita, dopo anni di cantiere prende finalmente il largo.

In questa uscita, in cui per la prima volta le recensioni superano in numero i classici articoli, offriremo una gamma di argomenti e storie che vanno dalle «romantiche» scorribande armate del bandito milanese Renato Vallanzasca, alle riflessioni sul futuro territoriale e politico delle regioni d’Europa, crocevia di spinte autonomistiche e necessità di coesione; dalla leggendaria figura sportiva di Peppino Meazza nei primi decenni del secolo scorso, al sogno fantastorico di un nostro redattore che, tuttavia, potrebbe risultare un’inaspettata premonizione futura.

Forniremo quindi il nostro punto di vista sul primo capitolo della celebre serie Rambo, sorprendentemente tra i più profondi e schietti film del cinema americano; analizzeremo un romanzo del filosofo Ernst Jünger, che apre un enorme interrogativo, finora senza risposta, sul futuro tecnologico dell’uomo. Con la recensione musicale del disco d’esordio dei Metallica, lo scenario post-apocalittico e fantascientifico del fumetto Brendon e l’esperimento che inaugura una nuova categoria di recensioni in ultima pagina, si chiude il nostro lavoro.

Sole e acciaio ha posto, nel suo terzo anno di vita, una nuova base di partenza. Non «another brick in the wall», come si cantava provocatoriamente in altri tempi, ma una piccola pietra miliare d’avanguardia, che ci auguriamo possa servire a chi vi si imbatte per accrescere la propria passione culturale. Senza troppe pretese, come sempre, ma con grandi aspettative.

Spartacus

 

Vallanzasca: l’angelo del male [storia]

Vallanzasca film (1)«La malavita non esiste più. Oggi esiste la mala-vita.» Così confessa in un’intervista del 2009 Renato Vallanzasca (quattro ergastoli e 295 anni di reclusione sulla testa), ricordando i vecchi tempi della Banda della Comasina, formazione criminale meneghina degli anni ’70 che, facendo proprio il pensiero di Bertold Brecht, considerava meno grave la rapina di una banca alla sua fondazione. La figura di Renato Vallanzasca, seducente quanto temibile, è circondata da un alone leggendario; eppure, arrivato alla soglia dei sessant’anni, egli stesso ammette di non vedere l’ora di liberarsi di quel mito, perché «se non c’è comunità, non c’è mito. Guardia o ladro che tu sia». La comunità, in effetti, è cambiata, tant’è vero che non c’è più un rapinatore galantuomo, uno sciupafemmine in cravatta e fondina degno di raccogliere il testimone dell’«angelo del male».

Tra film e videogiochi di ultraviolenza gratuita, oggi è mal digerita la storia di vita reale, cruda e sincera di quegli anni difficili: risulta molto più facile condannare in toto qualsiasi forma di violenza, salvo poi spettacolarizzarla attraverso l’edulcorazione dello schermo. Vallanzasca è infatti un capo espiatorio della società «bene», chic e a volte anche un po’ «buona», sempre pronta a puntare il dito e mai disposta a battersi la mano sul petto. Parliamoci chiaro: la Banda della Comasina sparava e uccideva veramente; ma conosceva un «codice deontologico», per usare le parole dello stesso fondatore dell’organizzazione. Nel bel mezzo dell’odierno giustizialismo da bar – in cui si invoca la pena di morte per presunti colpevoli additati dai media, ma ci si dimentica facilmente dei responsabili accertati di corruzione, bancarotta e malgoverno che stanno ai vertici – non sembra concepibile che un bandito possa applicare un ethos anche quando spara al poliziotto che lo punta, durante un assalto al portavalori. Per Renato e i suoi invece è naturale, fa parte delle regole del gioco più antico del mondo: mors tua, vita mea.

Vallanzasca può essere considerato l’ultimo cavaliere della criminalità che sfida il nemico a viso aperto, una sorta di Robin Hood che ruba sì, ma solo a chi ha «le palanche», inclinazione già accennata in lui sin dal primo colpo etico, a soli otto anni, con la liberazione degli animali da un circo e, in seguito, il furto di elettrodomestici rivenduti a prezzi bassi nei quartieri popolari milanesi. C’è un abisso rispetto al mafioso, l’usuraio, lo spacciatore o il brigatista: per il più celebre bandito lombardo niente droga, niente stragi, niente gambizzazioni. È un aspetto che tiene a sottolineare nell’autobiografia Io, l’uomo nero anche Pierluigi Concutelli, ex terrorista e capo di Ordine Nuovo, tra i pochi in questo Paese, insieme a René, ad avere addossato su di sé ogni responsabilità, scontando fino in fondo le proprie condanne (più di 35 anni di durissimo carcere a testa).

Non discutiamo qui del fatto che sia certamente più impegnativo condurre una vita onesta e laboriosa, piuttosto che procurarsi un mitra e presentarsi una mattina di fronte a un istituto bancario. Questo aspetto Renato l’ha sempre chiarito, così come ha riconosciuto che essere bandito è stato per lui una scelta, dettata però dal proprio DNA: c’è chi nasce artista, chi scienziato, chi guardia: lui è nato ladro. Quello che rende Vallanzasca un gigante, un uomo dalla statura che tanti politichetti mediocri si sognano, è l’attitudine al di là del bene e del male, intesi in senso convenzionale; ciò che lo differenzia dal criminale comune, che sottrae senza remore all’anziana i pochi euro di pensione o accoltella l’edicolante con tre figli a carico per rapinarlo, è la Weltanschauung, la visione del mondo coerente e rigorosa, per cui libertà fa necessariamente rima con responsabilità.

Forse non ne vedremo nascere più di Renato Vallanzasca. Nell’epoca in cui le prime copertine vanno a Schettino, è anacronistico sentire qualcuno rispondere ai giornalisti: «Non sono una vittima della società, non mi reputo tale»; oppure: «Il perdono è un sentimento privato: il mio modo di chiederlo pubblicamente è stato scontare il castigo che mi è stato inflitto».

Che sia dunque sotto le spoglie di cavaliere o Robin Hood moderno, consigliamo ai lettori di avvicinarsi a questa affascinante personalità, tramite la visione del film Vallanzasca – Gli angeli del male (2010), dell’autobiografia Il fiore del male: bandito a Milano (2009) e delle varie interviste che si possono reperire in rete. Ma suggeriamo soprattutto di adottare una chiave di lettura che scavalchi le intelaiature moraliste a cui ci ha abituati un giornalismo piatto quanto mediocre, una lente che oltrepassi la nostra stessa concezione statica e borghese della società, per sognare per un attimo con gli occhi e il cuore dell’ultimo bandito romantico della storia: l’angelo del male.

Spartacus

Rambo (First Blood) [recensione film]

9124_ryembo-pervaya-krov_or_first-blood_1280x1024_(www.GdeFon.ru)«In guerra c’è un codice d’onore: io copro te e intanto tu copri me. Qui non c’è niente!». Con queste poche parole si riassume una delle pellicole più controverse e discusse fra le grandi produzioni hollywoodiane: Rambo (First Blood) di Ted Kotcheff, del 1982.

Negli Stati Uniti, il dramma della guerra in Vietnam è ancora vivo, come vivido è il ricordo di dieci anni di crisi economica e sociale legati ai postumi della sconfitta. In questo contesto, certamente il più difficile della storia contemporanea americana, si inserisce l’opera di Kotcheff, derivata dall’omonimo libro, in cui un reduce dal Vietnam delle Forze Speciali dell’esercito, J. J. Rambo (Sylvester Stallone), ritrovatosi disoccupato al rientro dal fronte, si reca nella cittadina di Hope per incontrare un ex commilitone, in realtà morto di cancro dopo essersi ammalato sul teatro operativo.

Da qui comincerà la battaglia tutta personale dell’eroe di guerra, arrogantemente rifiutato e arrestato dalla polizia del posto, in quanto i vagabondi (e soprattutto i reduci) non sono graditi nella noiosa e tranquilla cittadina di provincia. La conseguente fuga del prigioniero provocherà un’imponente caccia all’uomo tra i boschi circostanti, dando origine a un film divenuto vero e proprio cult, molto distante dai modesti seguiti sconfinati nella retorica reaganiana e che nulla c’entrano col profondo significato del primo capitolo, in cui emerge tutta la drammaticità della guerra, ma anche l’attrazione che essa genera.

È questa, in fondo, la ragione per cui Rambo sconfina nettamente rispetto ai classici film di guerra yankee: per la sua profonda, radicale critica alla società americana, affossata nei paesini di provincia, banali e spenti nell’eterno e annichilente ciclo della quotidianità, che incarnano tutta la mediocrità di un sistema alienante, incapace persino di riconoscere i propri eroi, i propri figli migliori.

In questo quadro, la polizia rispecchia il guardiano cieco e brutale, che nulla ha a che vedere con il coraggio e la finalità della guerra, ma ne rappresenta anzi l’esatto opposto: la repressione borghese di ogni slancio, di ogni superamento di sé. Altro non è First Blood, quindi, se non la rappresentazione della civiltà dei supermercati che annienta ed esclude l’Individuo assoluto, rifiutato dal mondo civile e dal suo pacifismo ipocrita, finto, che prima genera la guerra e poi tenta di nasconderla.

Snake Plissken

Europa e autonomie: utopia o futuro? [attualità]

Europa popoli 2Recentemente in Europa le rivendicazioni autonomiste dei popoli sono tornate alle luci della ribalta, dopo anni di silenzio, in seguito ai casi scozzese e catalano. Nel primo, un referendum ufficiale ha sancito la vittoria dei «no» e quindi il mantenimento dello status quo, con la Scozia inglobata nel Regno Unito; in questo risultato va però messo in evidenza che il 71% dei giovani tra i sedici e i trent’anni ha votato per il «sì» e la Scozia ha ottenuto dal governo centrale di Londra garanzie di maggiore devoluzione dei poteri, che assegnano il coltello dalla parte del manico agli scozzesi. Il secondo caso, in seguito alla bocciatura del referendum da parte della Corte costituzionale spagnola, ha visto protagonista una consultazione non ufficiale organizzata da associazioni indipendentiste e promossa dal governatore Artur Mas, in cui due milioni di catalani hanno espresso un parere per l’80% favorevole alla nascita di uno Stato catalano indipendente e sovrano rispetto a Madrid.

Molti addetti ai lavori si sono schierati a favore o contro le richieste di indipendenza; a tal proposito l’ex primo ministro italiano Enrico Letta, in una lettera scritta al Corriere della Sera, ha affermato, parlando della consultazione scozzese, che qualora il risultato fosse stato filo-indipendentista si sarebbe scatenato un «effetto domino» che avrebbe portato alla disintegrazione dell’Europa, o meglio, dell’Unione Europea, arrivando a paragonare questo avvenimento all’attentato di Sarajevo. Alla luce dei risultati odierni sembrerebbe che l’Unione Europea quindi sia salva. Tuttavia i problemi restano: in ogni lembo del Vecchio Continente stanno nascendo o ritornando alla luce numerosi movimenti e associazioni che chiedono autonomia e indipendenza per le proprie patrie, dai Bonnets rouges bretoni agli alsaziani, passando per baschi, fiamminghi e valloni, giusto per citarne alcuni. Anche in Italia, il caso Veneto di qualche mese orsono è la prova di tale fermento, rafforzata dalla crescente consapevolezza che il cosiddetto Stato-nazione, retaggio ottocentesco scricchiolante, stia piano piano esaurendo ogni sua funzione.

In un mondo come quello odierno, caratterizzato dallo scontro di grandi potenze, singoli Stati non possono nulla di fronte a veri e propri colossi come Stati Uniti, Russia, Cina e India. È quindi impensabile, in primis in politica estera ed economica, che singole nazioni possano assumersi un fardello di questo tipo, come è impensabile tentare di silenziare le continue e crescenti richieste autonomiste delle comunità. Ben consci di affrontare un discorso teorico e allo stato attuale difficilmente attuabile, crediamo tuttavia che una sorta di àncora di salvezza possa essere una nuova Europa, in cui il concetto di Stato-nazione venga gradualmente superato in favore di entità regionali federate tra loro, come teorizzato nel saggio Archeofuturismo dallo scrittore d’Oltralpe Guillaume Faye, che lancia l’idea degli «Stati Uniti d’Europa».

Il collega Alain de Benoist, esponente di spicco della cosiddetta Nuova Destra francese, è uno dei sostenitori di questa nuova idea di Europa, radicalmente alternativa all’UE e rappresentata in Italia in un certo senso dallo scrittore Massimo Fini, che all’interno di un intervento su Il Ribelle parla di «un’Europa unita, neutrale, armata, nucleare e autarchica, con due obiettivi: sottrarsi alla sudditanza degli Stati Uniti […] e limitare gli effetti più spietati della globalizzazione». Un’Europa in cui, anche secondo Fini, saranno le piccole comunità il punto di riferimento principale a discapito degli Stati-nazione. Pur con indirizzi ideologici profondamente differenti, anche il professor Gianfranco Miglio era arrivato a teorizzare una nuova visione statuale di stampo federalista, che vede come protagoniste macroregioni unite spontaneamente tra loro.

Lo Stato è dunque veramente arrivato al capolinea, troppo lontano dalle esigenze prossime al cittadino del piccolo comune e allo stesso tempo incapace di affermarsi nello scacchiere mondiale? Questa nuova visione di Europa potrebbe rappresentare il giusto compromesso tra richieste di localismo e necessità di federazioni, realizzando quell’integrazione europea tanto decantata quanto concettualmente vuota fino a oggi.

Se si volesse tuttavia prendere questa strada, parafrasando l’ex presidente della Baviera Franz Joseph Strauss, bisognerebbe creare nel Vecchio Continente le condizioni affinché, a livello non solo storico ma anche politico, essere bavaresi sia più importante e decisivo che essere tedeschi. Attualmente tutto ciò sembra utopistico, ma chissà che quel 71% di giovani scozzesi non rappresenti una spinta e uno stimolo per le nuove generazioni europee a riavvicinarsi a radici più profonde di ciò che Klemens Von Metternich definì «mere espressioni geografiche».

Ludovico Van

Le api di vetro [recensione libro]

Le api di vetroLe api di vetro è un romanzo dello scrittore e filosofo Ernst Jünger. Attraverso la storia del protagonista Richard, Jünger tratta un tema cruciale dello sviluppo della società postbellica e del modus vivendi dell’uomo moderno: la crescente onnipresenza della tecnologia. Richard è un ex cavalleggero tedesco che ha combattuto le guerre mondiali e che, portatore d’una cultura ormai diversa e forse obsoleta, forgiato con un’educazione di valori e nel militarismo, si ritrova spaesato dal mutamento che la comunità ha subito nel secondo dopoguerra. Con la riconversione industriale e sociale, anche il singolo uomo deve contribuire alla grandezza della patria: non più con le armi, ma con il lavoro.

Così, Richard necessita di un impiego per vivere e, tramite l’ex camerata Twinnings, lo trova alle industrie di Giacomo Zapparoni, imprenditore di fama mondiale, celebre per il monopolio nella produzione di robot. La tematica centrale del romanzo si palesa quando, durante l’attesa del colloquio di lavoro con l’imprenditore, Richard siede nel giardino dell’industriale e, con meticolosa cura nell’osservazione dei particolari, nota una dettaglio agghiacciante: le api sono dei robot! La grottesca evoluzione tecnologica appare quindi come un perfezionamento supremo della natura, dagli insetti agli esseri umani.

Nelle induztrie Zapparoni, l’innovazione è il ruolo fondamentale degli scienziati, ben pagati e trattati, di modo che non abbiano motivo di trasferire i propri know how alla concorrenza. Ciò rende perplesso Richard, che affermerà: «Tutta gente che non montava a cavallo e si nutriva di cibo crudo con dentature artificiali. Un cretino matematico provocava in un secondo maggiori sciagure del grande Federico nelle tre guerre di Slesia».

L’impostazione tecnocratica della realtà prevede l’alienazione dell’uomo e del valore delle cose, stabilito secondo l’aspetto utilitaristico ed economico. Richard viene assunto e può così portare a cena la moglie, arrendendosi forse al nuovo ruolo dell’uomo moderno. Il nostro futuro si fa grottesco: riuscirà l’uomo a soverchiare il materialismo e la tecnocrazia, ristabilendo l’essenza della vita secondo ideali, sentimento di unità, azione politica e sociale? O il futuro sarà come previsto: monopolizzato dalla tecnologia, influenzato dai media di regime zapparoniani-capitalistici e «perfetto», inteso come assenza di dissonanze, fede e utopie?

Antonius Block

Meazza: primavera nazionale dello sport [l’eternità del mito]

Meazza 1Se si dovesse dare ascolto alle cronache, bisognerebbe incoronarlo come il più grande giocatore che il calcio italiano abbia mai visto. Numeri impressionati lo catapultano nell’Olimpo del football: nell’Ambrosiana-Inter 408 presenze e 284 gol, in serie A 477 gettoni e 305 marcature. Senza dimenticare un albo d’oro ricco di tre scudetti e una Coppa Italia (tutto con la maglia neroazzurra), nonché tre titoli di capocannoniere della massima serie. Ma è forse con la casacca della nazionale italiana che diede il meglio di sé, vincendo due campionati del mondo – entrambi da protagonista – nel 1934 e nel 1938. Un curriculum unico insomma, che tuttavia sarebbe antistorico paragonare a quello delle moderne celebrità sportive; un mito leggendario impensabile da accostare ad altri campioni di oggi.

Un altro calcio, un’altra epoca, un’altra vita. Il più forte di tutti? Forse, ma non sta a noi poterlo stabilire. Tuttavia, basti ai lettori sentirne pronunciare il nome per risvegliare la magia: Giuseppe «Peppino» Meazza, un tourbillon di invenzioni improvvise – scriveva il commentatore sportivo Gianni Brera – scatti geniali e dribbling perentori conclusi con fughe solitarie verso la smarrita vittima di sempre, il portiere avversario. Vittorio Pozzo, suo allenatore azzurro, disse che avere Peppino in squadra equivaleva a iniziare l’incontro con una rete di vantaggio; un complimento in sé semplice, ma nel contempo un vanto per pochi.

Il 23 agosto 1910 Meazza nasceva a Milano, figlio di una famiglia umile. Da bambino giocava a piedi scalzi in strada e nei prati di Porta Vittoria, quartiere natio, finché poi a quattordici anni venne tesserato nei Boys dell’Internazionale, debuttando nel campionato italiano appena tre stagioni più tardi. Come per magia, Peppino trasformò in cigno uno sport fatto di lanci lunghi, tecnica approssimativa, ritmi compassati, scarpate e svirgolate. È il 25 Settembre 1927 quando il «bimbo d’oro» entra nel calcio dei grandi: Internazionale-Dominante 6-1, con doppietta (per alcune cronache tripletta) di Meazza, che diventò immediatamente l’idolo dei tifosi neroazzurri.

Per il ragazzo fu un sogno. Nacque così l’era del «Balilla», soprannome consegnato alla storia dal compagno Leopoldo Conti che – secondo la leggenda – durante la lettura della formazione titolare, udendo il nome del giovanotto, esclamò sarcastico: «Adesso andiamo a prendere i giocatori perfino all’asilo! Facciamo giocare anche i balilla!». Di statura media e fisico asciutto, Giuseppe venne curato dai dirigenti dell’Inter che lo farcirono di bistecche per favorirne lo sviluppo; ma fu soprattutto la crescita sportiva del piccolo campione che impressionò: dai 12 gol del primo campionato passò ai 33 della stagione successiva, fino ai 31 del 1929/30, annata dello Scudetto.

Una vittoria che l’Inter, divenuta nel 1928 Ambrosiana per volere del Partito, aspettava da dieci anni. Un momento storico per i neroazzurri, ma anche per il calcio e per lo tutto sport italiano che, grazie ai sapienti investimenti del Partito Nazionale Fascista, si migliorava di anno in anno: Nuvolari nell’automobilismo, Binda e Guerra nel ciclismo e, appunto, il «Balilla» diventarono gli emblemi di questa primavera, che trovò la piena fioritura nel Campionato del Mondo di calcio del 1934. La nazionale italiana gioca in casa; Mussolini ha lavorato tanto perché venga trasmessa al mondo intero l’immagine di una nazione moderna, organizzata e vincente: l’Italia parte forte, travolgendo negli ottavi di finale gli Stati Uniti per 7-1. Poi è la volta della Spagna, rispedita a casa proprio da un colpo di testa di Meazza. A quel punto gli azzurri, consci della propria superiorità, non si fermano e, nel segno di Peppino, salgono sul tetto del mondo davanti ai propri tifosi, nello stadio del PNF a Roma, alla loro prima partecipazione nella competizione.

Meazza, col tempo, diventerà il primo uomo sportivo italiano vincendo anche il Mondiale del 1938. Contesissimo personaggio-immagine, si lasciò trascinare dai vizi del gentil sesso e della vita notturna, in cui viene raccontato che, avvolto dal profumo di donna, scotch e sigarette, fosse solito dare il meglio di sé. Nel 1939, con lo scoppio del conflitto, il «Balilla» mise fine al proprio ciclo d’oro con l’Inter, indossando senza grandi fortune le maglie di Milan, Juventus, Varese e Atalanta, per tornare infine a concludere la carriera proprio con la maglia neroazzurra nel dopoguerra. Dopo una poco fortunata parentesi da allenatore, Meazza se ne andò il 21 agosto del 1979: di lui rimangono un mare di ricordi, articoli, premi, medaglie, fotografie e qualche filmato dell’Istituto Luce. Oltre che lo stadio San Siro, a lui tanto romanticamente intitolato.

Zanèn de la Bala

Kill ‘Em All, Metallica [recensione musicale]

Metallica albumGli anni ‘80 hanno rappresentato, dal punto di vista musicale, un decennio di grandi innovazioni. Se l’Inghilterra ha lanciato e consacrato, attraverso gruppi come Iron Maiden e Saxon, la cosiddetta «new wave of british heavy metal», negli Stati Uniti si vanno a gettare le basi di un nuovo genere musicale, caratterizzato da ritmi e tonalità decisamente più aggressivi. Di questo nuovo genere, che verrà chiamato dagli addetti ai lavori trash metal, i Metallica possono considerarsi a buon diritto tra i padri fondatori, insieme a band del calibro di Megadeath, Slayer e Anthrax. Il disco che andiamo a recensire ne rappresenta l’esordio e la consacrazione definitiva nel panorama del metal mondiale.

Kill ’Em All (questo il nome dell’album) si presenta musicalmente come un insieme di influenze di svariati gruppi «pionieri» del genere metal e crea un’interessante unione tra tonalità sulla scia degli Iron Maiden, toni cupi tipici di gruppi come i Venom e una forte aggressività che caratterizza questa prima fase della carriera del gruppo. A livello puramente tecnico, non ci troviamo di fronte a un album entusiasmante: la produzione risulta rudimentale e la competenza dei singoli elementi ancora notevolmente da affinare; alla voce, Hetfield si dimostra piuttosto inesperto, mentre la batteria spesso passa in secondo piano rispetto alle altre partiture sonore. Tuttavia, questi tratti minimali contribuiscono a dare al lavoro lo spirito spartano e aggressivo che sarà tipico del trash metal.

L’album è composto da dieci tracce tra loro logicamente slegate, ma musicalmente affini. I cavalli di battaglia sono sicuramente Hit the Lights, The Four Horsemen, Metal Militia e Phantom Lord. Da segnalare, in sede di composizione, la presenza di Dave Mustaine, che successivamente fonderà i Megadeath.

Nel corso degli anni, i Metallica si sono commercializzati non poco, pur mantenendo sempre lo spirito primigenio che ritroviamo nel disco qui presentato. Rispetto ai successivi Metallica, che non disdegnano di inserire partiture melodiche all’interno dei loro assalti sonori (quelli del cosiddetto black album), in questo disco c’è poco posto per la melodia; il titolo, in tal senso, rappresenta in pieno lo spirito che serpeggia per tutto il lavoro. Chi si accinge all’ascolto del metal duro non potrà dunque esimersi dall’ascolto di questa pietra miliare.

Ludovico Van

Brendon, C. Chiaverotti [recensione fumetto]

BrendonMetà XXII secolo: un gigantesco meteorite si è abbattuto sulla Terra, provocando un anno di buio assoluto e totale (noto come Grande Tenebra) che ha quasi portato alla scomparsa di ogni tipo di tecnologia, scienza e civiltà, rendendo il clima irrimediabilmente arido e ostile. L’umanità sembra essere tornata alla barbarie e vive in sparuti villaggi fortificati, conducendo l’esistenza in una condizione pressoché identica a quella dei nostri avi nel Medioevo.

In questo scenario post apocalittico, laddove convivono mercenari senza scrupoli, terribili mostri e pazzi visionari, si muove Brendon D’Arkness, cavaliere di ventura dall’animo nobile e la pistola rapida. Nativo della Scozia del Dopo-catastrofe, viaggia per le strade della Nuova Inghilterra facendosi assoldare dalla popolazione in sostituzione delle locali forze dell’ordine, come al solito corrotte, inconcludenti e nullafacenti.

Fra banditi, predoni del deserto e spietati serial killer, Brendon dovrà anche fronteggiare la misteriosa Luna Nera, terribile setta esoterica responsabile dello sterminio della sua famiglia e, forse, della stessa Grande Tenebra. Il cavaliere di ventura non è tuttavia solo in queste avventure, sebbene la tipologia degli accompagnatori sia indicativa di un carattere solitario e inquieto; al suo fianco sono infatti presenti il fedele cavallo, Falstaff, fondamentale tanto nel nuovo quanto nel vecchio Medioevo, e Chrispother, automa con le sembianze da marionetta residuo di un’epoca passata.

Brendon, edito dalla leggendaria casa editrice Sergio Bonelli, è una serie a fumetti creata e ideata nel 1998 dal fumettista Claudio Chiaverotti, già collaboratore ad altri titoli storici come Dylan Dog o Martin Mystere e padre creativo di molti generi letterari diversi. L’esordio avviene con l’albo intitolato Nato il 31 febbraio, pubblicato nel giugno del 1998. Il dicembre scorso, con il raggiungimento del centesimo numero, la Sergio Bonelli Editore ha annunciato la fine della pubblicazione. Con i suoi 16 anni di storia, Brendon ha rappresentato uno dei titoli più importanti e apprezzati del fumetto italiano, da sempre eccellenza mondiale; è riuscito ad accontentare e appassionare un vasto numero di lettori, grazie alla pluralità di generi e stili, spaziando dal fantasy al post apocalittico, dall’avventura in salsa western all’horror più cupo.

Minamoto

L’altra sera ho fatto un sogno… [Kali Yuga]

Balla canto patriotticoMi siedo distrattamente sul divano, telecomando alla mano, alla vana ricerca di qualcosa di interessante. Sullo schermo, laddove mi sarei aspettato una soap opera o tutt’al più il telegiornale, si staglia un uomo massiccio, in divisa mimetica, con un paio di occhiali Ray-Ban a goccia calcati sul naso. Alle sue spalle, sull’attenti e col mitra in mano, altri due individui in mimetica e col volto coperto da passamontagna scuri. Appeso al muro, un tricolore italiano. Pensando che stiano trasmettendo un qualche film d’azione o di guerra, cambio canale: potete immaginare la mia sorpresa nel trovarvi la stessa identica scena. Incuriosito, inizio a prestare maggiore attenzione, alzando il volume e sporgendomi in avanti sul divano. L’uomo in primo piano sta leggendo quello che sembrerebbe un comunicato o un discorso: «La nazione», afferma con voce ferma, «si sta dirigendo verso il baratro; la perdita di sovranità distruggerà l’Italia, la cui sudditanza nei confronti della Nato e degli Stati Uniti le impedisce di trovare nell’Europa quel ruolo di primo piano che le dovrebbe invece spettare. Dopotutto – continua l’uomo – siamo gli eredi dell’Impero Romano e il nostro destino è la grandezza!».

Sorrido, un po’ sorpreso dal fatto che in televisione trasmettano certi messaggi, certi concetti. Non faccio in tempo a riflettere che il militare, o presunto tale, riprende la sua arringa: «Per questo motivo, cioè la salvezza della nazione», esclama con foga senza più bisogno di leggere dal foglio davanti, «alcuni patrioti hanno dovuto prendere misure eccezionali e agire con la forza. Il governo corrotto e mafioso – conclude – è stato abbattuto e una giunta di fieri italiani, civili e militari, ha ora preso il potere».

Dopo un primo, iniziale momento di sorpresa (ma come, fanno un golpe e nemmeno mi invitano?), spengo la TV e mi fiondo pieno di adrenalina in mezzo alla strada. Fuori dal cancello del condominio sfreccia un pick-up con una mezza dozzina di giovani in mimetica sul cassone; ridono, sventolano tricolori e cantano a squarciagola. La gente per strada non ha paura e risponde anch’essa cantando e sventolando la bandiera. Nonostante sia gennaio, il sole sembra non essere mai stato così caldo.

Arrivato in piazza, noto subito una folla di persone che si è radunata nei pressi del monumento ai Caduti della Grande Guerra. Mi faccio largo a spintoni, alla ricerca di una visuale privilegiata. Due giovani tengono sotto il tiro dei fucili un gruppetto di ragazzini dai vestiti larghi, intenti a pulire scritte dal monumento imbrattato. «Questi pischelli», spiega uno degli uomini armati, «sono colpevoli di aver lordato il ricordo dei Caduti: i nostri nonni non sono morti per regalargli il diritto di buttarsi via!». Finito il lavoro, vengono rispediti a casa con un calcio nel sedere e una risata bonaria. La folla applaude, mentre un anziano Alpino piange commosso agitando il cappello all’indirizzo del monumento; i ragazzi in mimetica rispondono col saluto militare. L’applauso non è ancora scemato che riprendo a camminare, stavolta dirigendomi verso il municipio.

Per arrivarci devo costeggiare il parco: dove solitamente si accampavano famiglie gitane intente eufemisticamente a «fare picnic», vedo ora gruppi di giovani impegnati a correre, fare flessioni o scambiare quattro chiacchiere senza più paura di avventurarsi in quella zona, un tempo terra di nessuno. Sebbene la tentazione di unirsi a loro sia forte (nonostante non sia propriamente uno sportivo), decido di continuare verso la sede del Comune, davanti al quale scorgo alcuni bambini esuberanti che stanno giocando con i resti bruciacchiati della bandiera blu dell’Unione Europea.

Avvicinatomi a un bar, cerco di ascoltare con finta noncuranza i discorsi della gente seduta ai tavoli; il sindaco, mi pare di capire, in mattinata ha tentato la fuga sulla sua BMW nuova fiammante, frutto degli accordi sottobanco con le grosse aziende edili e le cooperative locali, ma è stato fermato a un posto di blocco nel paese vicino. Ora se ne sta confinato in casa, sotto stretta sorveglianza, in attesa di un processo popolare. Ma quello che più mi sorprende è che nessuno dei presenti, salvo un vecchio sindacalista scontento della vita e invidioso della gioventù, sembra lamentarsi di questo nuovo stato di cose: tutti paiono felici e ottimisti.

Una lunga fila di persone, davanti a un grosso gazebo allestito non troppo lontano, attira ora la mia attenzione. Mi avvicino a passi lenti, guardandomi attorno con curiosità. Un grosso cartello appeso di fianco recita all’incirca così: «Volontari a difesa dell’Italia. No perditempo e disfattisti». Sorridendo, mi metto pazientemente in fila.

Il sogno, ahimè, finiva qua. Per molti sarebbe stato più che altro un terribile incubo, però che gran bel sogno ho fatto!

Minamoto

Trucebaldazzi: la voce del ghetto [viaggio underground]

TrucebaldazziInauguriamo questo filone presentando un personaggio che ha fatto la sua comparsa nell’ottobre del 2010 sui canali di YouTube, come tante altre meteore contemporanee; con una differenza: non per smania di fama personale, ma per la diffusione di un messaggio spirituale e sociale ben preciso. Matteo Baldazzi è un ragazzo bolognese sui vent’anni, qualche eufemistico chilo di troppo, l’«erre moscia» accentuata e una visione del mondo oscillante tra la depressione cronica e la misantropia cinica. A causa dell’incapacità di far combaciare la propria concezione spirituale con l’universo terreno, gli adulti lo hanno sempre considerato un ritardato da tutelare con la consueta «ansia da airbag», mentre i coetanei come un malriuscito esperimento del dio nel quale non credono più.

Matteo, per sfogare la propria rabbia, decide di darsi al rap nella sua forma primigenia: registra in una cantina poco illuminata o fuori dalla scuola media del paese – filmandosi con effetti speciali di fine anni ’80 – la musica del vero «ghetto» psicologico, completamente antitetico rispetto al palcoscenico di cartone dei Club Dogo o di altri sedicenti rapper italiani.

Se poi nessuno lo prende sul serio, Trucebaldazzi decide di prendere sul serio sé stesso. Ci crede fino in fondo, Truce, quando grida in rima davanti alla telecamera che vuole trascendere un teatrino borghese fatto di anti-depressivi e finti sorrisi, che non darà più ascolto alle voci dei falsi profeti travestiti da psicologi e insegnanti, che porterà con ogni mezzo «malessere alla gente», perché ancora crede nella Dike, la Giustizia spietata e pagana che prima o poi restituisce a tutti quanto prende.

La vera voce della strada, secondo noi, è quella che si incanala spontaneamente dalla rabbia di quartiere, dalle frustrazioni quotidiane che non si sciolgono nelle luci soffuse di in una sala slot o di un night club, ma deflagrano senza preavviso nel cuore della notte di una società stanca e assuefatta. Oggi Trucebaldazzi ritiene di avere compiuto la propria missione, affidando il suo messaggio ai flutti della rete, che lo potranno condurre a Itaca oppure a Ilio. È dimagrito e ha smesso di pubblicare video musicali, ma siamo certi che stia continuando a inseguire il suo sogno, in una Bologna in cui desidererebbe assaporare «l’odore del napalm al mattino», negativo e determinato esattamente come quattro anni fa.

Spartacus

Giornale universitario «Sole e acciaio» N.15 Novembre-Dicembre 2014

Sole e Acciaio N15 - pagina1

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  1. Amore e guerra [editoriale] – Spartacus
  2. Brigitte, belle et rebelle [cultura] – Minamoto
  3. Brescia: nuova era culturale [Kali Yuga] – Spartacus
  4. Colleoni: mito o mercenario? [storia] – Ludovico Van
  5. Ritornare alla politica [attualità] – Draco Daatson
  6. Da Achille a Ivan Bogdanov [l’eternità del mito] – Zanen de la Bala
  7. Elogio della guerra [recensione libro] – Spartacus
  8. Wheeling [recensione fumetto] – Minamoto
  9. Quinto potere [recensione film] – Ludovico Van

« Sono stata molto felice, molto ricca, molto bella,
molto adulata, molto famosa e molto infelice. 
»

Brigitte Bardot

Amore e guerra [editoriale]

Amore e guerra

«Il sistema marcio in cui nuotiamo favorisce il sordido, il malsano, l’intrigo, la distruzione, la malvagità a detrimento di tutto ciò che è bello, nobile e dignitoso». Non sono parole di Gabriele D’Annunzio, bensì di Brigitte Bardot, icona femminile per eccellenza; e proprio dal volto della bella e temeraria attrice francese inizia il percorso, tra cinque articoli e tre recensioni. Nel secondo articolo si cambia ambito, ma non spirito: una panoramica della cultura bresciana porterà il lettore a spasso tra le cadute degli imperi di ieri e di oggi.

Per la parte storica, una dettagliata analisi della vita di Bartolomeo Colleoni, illustre capitano di ventura del XV secolo che ha fatto della guerra la propria ragione di vita, rivelerà un alone di romanticismo poco noto. Nel campo dell’attualità, un collaboratore esterno ha tracciato un approfondimento sul rilancio della politica come ponte tra il cittadino e lo Stato. Un ardito paragone chiude in grandezza la sfilata dei «voli pindarici» che proponiamo, portando tra le pagine dell’Iliade l’ultrà serbo Ivan Bogdanov.

Nelle pagine successive, il saggio di Massimo Fini, di cui consigliamo vivamente la lettura, è una riscoperta della guerra tradizionale come desiderio recondito di «eros ed epos», una Sparta che ci manca quanto Thule. Un’avvincente trama ambientata nella Guerra di indipendenza americana toccherà, per la recensione del fumetto, le tre tematiche che infatuano e tormentano l’uomo di tutti i tempi: amore, amicizia e guerra. Chiude la disamina del film Quinto potere, la cui produzione, già negli anni ’70, svelava i metodi di controllo delle emozioni che in Europa sperimentiamo ancora oggi.

Guerra e amore, civiltà e barbarie, rassegnazione e speranza: con questi Yin e Yang lasciamo dunque che il lettore si immerga nell’ultima uscita editoriale dell’anno. Come arte e azione, nella rassegna primaverile, davano vita al poeta futurista F. T. Marinetti, così, nell’avvicinarsi dell’inverno, è invece il volto fresco e tenace, bello e ribelle di Brigitte Bardot ad aprire le danze, tra un delicato lancio di petali e il rombo elettrizzante del cannone.

Spartacus