Vallanzasca: l’angelo del male [storia]

Vallanzasca film (1)«La malavita non esiste più. Oggi esiste la mala-vita.» Così confessa in un’intervista del 2009 Renato Vallanzasca (quattro ergastoli e 295 anni di reclusione sulla testa), ricordando i vecchi tempi della Banda della Comasina, formazione criminale meneghina degli anni ’70 che, facendo proprio il pensiero di Bertold Brecht, considerava meno grave la rapina di una banca alla sua fondazione. La figura di Renato Vallanzasca, seducente quanto temibile, è circondata da un alone leggendario; eppure, arrivato alla soglia dei sessant’anni, egli stesso ammette di non vedere l’ora di liberarsi di quel mito, perché «se non c’è comunità, non c’è mito. Guardia o ladro che tu sia». La comunità, in effetti, è cambiata, tant’è vero che non c’è più un rapinatore galantuomo, uno sciupafemmine in cravatta e fondina degno di raccogliere il testimone dell’«angelo del male».

Tra film e videogiochi di ultraviolenza gratuita, oggi è mal digerita la storia di vita reale, cruda e sincera di quegli anni difficili: risulta molto più facile condannare in toto qualsiasi forma di violenza, salvo poi spettacolarizzarla attraverso l’edulcorazione dello schermo. Vallanzasca è infatti un capo espiatorio della società «bene», chic e a volte anche un po’ «buona», sempre pronta a puntare il dito e mai disposta a battersi la mano sul petto. Parliamoci chiaro: la Banda della Comasina sparava e uccideva veramente; ma conosceva un «codice deontologico», per usare le parole dello stesso fondatore dell’organizzazione. Nel bel mezzo dell’odierno giustizialismo da bar – in cui si invoca la pena di morte per presunti colpevoli additati dai media, ma ci si dimentica facilmente dei responsabili accertati di corruzione, bancarotta e malgoverno che stanno ai vertici – non sembra concepibile che un bandito possa applicare un ethos anche quando spara al poliziotto che lo punta, durante un assalto al portavalori. Per Renato e i suoi invece è naturale, fa parte delle regole del gioco più antico del mondo: mors tua, vita mea.

Vallanzasca può essere considerato l’ultimo cavaliere della criminalità che sfida il nemico a viso aperto, una sorta di Robin Hood che ruba sì, ma solo a chi ha «le palanche», inclinazione già accennata in lui sin dal primo colpo etico, a soli otto anni, con la liberazione degli animali da un circo e, in seguito, il furto di elettrodomestici rivenduti a prezzi bassi nei quartieri popolari milanesi. C’è un abisso rispetto al mafioso, l’usuraio, lo spacciatore o il brigatista: per il più celebre bandito lombardo niente droga, niente stragi, niente gambizzazioni. È un aspetto che tiene a sottolineare nell’autobiografia Io, l’uomo nero anche Pierluigi Concutelli, ex terrorista e capo di Ordine Nuovo, tra i pochi in questo Paese, insieme a René, ad avere addossato su di sé ogni responsabilità, scontando fino in fondo le proprie condanne (più di 35 anni di durissimo carcere a testa).

Non discutiamo qui del fatto che sia certamente più impegnativo condurre una vita onesta e laboriosa, piuttosto che procurarsi un mitra e presentarsi una mattina di fronte a un istituto bancario. Questo aspetto Renato l’ha sempre chiarito, così come ha riconosciuto che essere bandito è stato per lui una scelta, dettata però dal proprio DNA: c’è chi nasce artista, chi scienziato, chi guardia: lui è nato ladro. Quello che rende Vallanzasca un gigante, un uomo dalla statura che tanti politichetti mediocri si sognano, è l’attitudine al di là del bene e del male, intesi in senso convenzionale; ciò che lo differenzia dal criminale comune, che sottrae senza remore all’anziana i pochi euro di pensione o accoltella l’edicolante con tre figli a carico per rapinarlo, è la Weltanschauung, la visione del mondo coerente e rigorosa, per cui libertà fa necessariamente rima con responsabilità.

Forse non ne vedremo nascere più di Renato Vallanzasca. Nell’epoca in cui le prime copertine vanno a Schettino, è anacronistico sentire qualcuno rispondere ai giornalisti: «Non sono una vittima della società, non mi reputo tale»; oppure: «Il perdono è un sentimento privato: il mio modo di chiederlo pubblicamente è stato scontare il castigo che mi è stato inflitto».

Che sia dunque sotto le spoglie di cavaliere o Robin Hood moderno, consigliamo ai lettori di avvicinarsi a questa affascinante personalità, tramite la visione del film Vallanzasca – Gli angeli del male (2010), dell’autobiografia Il fiore del male: bandito a Milano (2009) e delle varie interviste che si possono reperire in rete. Ma suggeriamo soprattutto di adottare una chiave di lettura che scavalchi le intelaiature moraliste a cui ci ha abituati un giornalismo piatto quanto mediocre, una lente che oltrepassi la nostra stessa concezione statica e borghese della società, per sognare per un attimo con gli occhi e il cuore dell’ultimo bandito romantico della storia: l’angelo del male.

Spartacus

Trucebaldazzi: la voce del ghetto [viaggio underground]

TrucebaldazziInauguriamo questo filone presentando un personaggio che ha fatto la sua comparsa nell’ottobre del 2010 sui canali di YouTube, come tante altre meteore contemporanee; con una differenza: non per smania di fama personale, ma per la diffusione di un messaggio spirituale e sociale ben preciso. Matteo Baldazzi è un ragazzo bolognese sui vent’anni, qualche eufemistico chilo di troppo, l’«erre moscia» accentuata e una visione del mondo oscillante tra la depressione cronica e la misantropia cinica. A causa dell’incapacità di far combaciare la propria concezione spirituale con l’universo terreno, gli adulti lo hanno sempre considerato un ritardato da tutelare con la consueta «ansia da airbag», mentre i coetanei come un malriuscito esperimento del dio nel quale non credono più.

Matteo, per sfogare la propria rabbia, decide di darsi al rap nella sua forma primigenia: registra in una cantina poco illuminata o fuori dalla scuola media del paese – filmandosi con effetti speciali di fine anni ’80 – la musica del vero «ghetto» psicologico, completamente antitetico rispetto al palcoscenico di cartone dei Club Dogo o di altri sedicenti rapper italiani.

Se poi nessuno lo prende sul serio, Trucebaldazzi decide di prendere sul serio sé stesso. Ci crede fino in fondo, Truce, quando grida in rima davanti alla telecamera che vuole trascendere un teatrino borghese fatto di anti-depressivi e finti sorrisi, che non darà più ascolto alle voci dei falsi profeti travestiti da psicologi e insegnanti, che porterà con ogni mezzo «malessere alla gente», perché ancora crede nella Dike, la Giustizia spietata e pagana che prima o poi restituisce a tutti quanto prende.

La vera voce della strada, secondo noi, è quella che si incanala spontaneamente dalla rabbia di quartiere, dalle frustrazioni quotidiane che non si sciolgono nelle luci soffuse di in una sala slot o di un night club, ma deflagrano senza preavviso nel cuore della notte di una società stanca e assuefatta. Oggi Trucebaldazzi ritiene di avere compiuto la propria missione, affidando il suo messaggio ai flutti della rete, che lo potranno condurre a Itaca oppure a Ilio. È dimagrito e ha smesso di pubblicare video musicali, ma siamo certi che stia continuando a inseguire il suo sogno, in una Bologna in cui desidererebbe assaporare «l’odore del napalm al mattino», negativo e determinato esattamente come quattro anni fa.

Spartacus

Giornale universitario «Sole e acciaio» N.12 Marzo-Aprile 2014

Sole e Acciaio N12 copertina

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  1. La storia delle donne [editoriale] – Scevola
  2. Evita, madre del popolo [storia] – Minamoto
  3. Se l’amore diventa morte [attualità] – Tania
  4. Giulia Augusta: l’imperatrice [cultura] – Ludovico Van
  5. Una musica viva [recensione musicale] – Elettra
  6. Nata in Istria [recensione libro] – Spartacus
  7. Notturno [racconto] – Scevola

« Ho compreso che non
deve essere difficile morire
per una causa che si ama. »

Evita Perón

Giornale universitario «Sole e acciaio» N.11 Gennaio-Febbraio 2014

Sole e acciaio N11 copertina

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  1. Il rifugio [editoriale XI] – Scevola
  2. Il mondo piccolo di Guareschi [cultura] – Ludovico Van
  3. Il made in Italy del crimine [attualità] – Minamoto
  4. Alcesti: il coraggio delle donne [l’eternità del mito] – Alcesti
  5. I leoni di Giarabub [storia] – Spartacus
  6. Canto ci Natale [recensione libro] – Zanen de la Bala
  7. The concerts in China [recensione musicale] – Jean Grenouille
  8. Sopravvivere alla vita [racconto] – Scevola

« Bisogna sognare: aggrapparsi alla
realtà 
con i nostri sogni,
per non dimenticarci d’esser vivi. »

Giovannino Guareschi
ideatore di Don Camillo e Peppone