1915 – 2015: cent’anni dalla Guerra Bianca [storia]

Guerra Bianca

Il 2015 verrà, tra le altre cose, ricordato come l’anno in cui si è celebrato il centenario dell’ingresso italiano nella Prima Guerra Mondiale, un conflitto che sconvolse il panorama politico europeo e mise definitivamente fine a un’epoca, proiettandoci a tutti gli effetti nel mondo contemporaneo così come lo conosciamo.

Era il 1915 quando, dopo un iniziale periodo di neutralità, in Italia si iniziò a pensare che la politica non interventista – e parallelamente la Triplice Alleanza, patto stipulato nel 1882 a Vienna tra Austria-Ungheria, Germania e Italia a scopo difensivo – non garantisse più la sicurezza dei confini nazionali. Fu così che in numerosi ambienti di ambito nazionalista e nell’ala massimalista del partito socialista (che nel 1914 si spostò dall’Avanti! a Il popolo d’Italia del giovane Benito Mussolini) iniziò a serpeggiare il desiderio di un intervento nel conflitto. Uomini di spicco come il padre del Futurismo Filippo Tommaso Marinetti, il deputato trentino a Vienna Cesare Battisti e il poeta-guerriero Gabriele D’Annunzio iniziarono a infuocare le piazze con discorsi inneggianti all’interventismo. Fu soprattutto il Vate che, facendo leva su sentimenti di rivalsa dello spirito imperiale romano e del più fresco slancio garibaldino, risvegliò gli animi sopiti di migliaia di patrioti che agitarono le città, spostando l’ago della bilancia a favore dell’ingresso nel conflitto.

L’atto pratico si concretizzò in due momenti distinti: nell’aprile del 1915, quando a Londra l’Italia si impegnò a entrare nel conflitto entro un mese insieme a Francia, Inghilterra e Russia; il 3 maggio, con la rottura ufficiale della Triplice Alleanza. Il 23 maggio l’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria e già la notte del 24 l’esercito «marciava per difender la frontiera».

Tralasciando l’elenco degli avvenimenti già noti, vorremmo riportare il doveroso interesse sul fronte alpino, sulla cui roccia furono scritte pagine di eroismo che, lette oggi, non possono che provocare ammirazione. Pur essendo considerata secondaria dal punto di vista strategico, in particolare da una certa storiografia anglosassone, nonché oscurata dalle più leggendarie vicende del Piave e del Carso, la Guerra Bianca delle alpi centrali (in tedesco Gebirgskrieg) può essere senza dubbio annoverata tra i conflitti che costarono tra i più alti sacrifici a chi la combatté: freddo, altitudini proibitive, difficoltà di comunicazione e trasporto furono solo alcune tra le insidie che dovettero fronteggiare i soldati.

Ancora oggi, camminando sulle nostre montagne (Valle Camonica e Val Sabbia su tutte), ci si imbatte in veri e propri sentieri ricavati nella roccia con immani fatiche dai Kaiserjäger austriaci o dagli Alpini italiani. Calandosi in questi pertugi si rimane sbalorditi immaginando che fossero dimora e trincea di uomini in carne e ossa. Le bellezze turistiche invidiate oggi da tutto il mondo allora erano campi di battaglia di un aspro conflitto di posizione, reso ancora più duro dalla guerra di mine, posizionate al culmine di immense gallerie sotterranee. Fu sul ghiacciaio della Marmolada che, per fuggire agli attacchi degli Alpini, i Kaiserjäger costruirono la «Città di ghiaccio»: tra crepacci e grotte, furono imbastiti veri e propri ricoveri, depositi e osservatori per centinaia di uomini. Il genio militare cominciava a ricoprire un ruolo fondamentale per l’esito finale dello scontro.

Un significativo teatro di scontri campali fu il vicino Adamello, strategicamente fondamentale perché garanzia di uno sbocco in Tirolo da parte italiana o di un ingresso nella Pianura Padana per l’esercito austriaco. Qui si susseguirono, tra il ‘15 e il ‘18, numerosi scontri, caratterizzati da una situazione di vantaggio iniziale da parte austriaca, che possedeva ben cinque forti contro uno solo italiano situato sul Corno d’Aola. Nonostante ciò, grazie alla tenacia e alla conoscenza del territorio, la vittoria sorrise agli Alpini guidati dal generale Giuseppe Perrucchetti, che il primo novembre del 1918 sferrarono l’attacco decisivo sul Passo del Tonale.

Ogni qual volta si visita un sacrario militare (come quello del Tonale) si provano insieme sentimenti contrastanti, dall’ammirazione per l’eroismo dei combattenti, alla rabbia nel constatare che su quei monti si consumò una guerra feroce e fratricida tra i popoli europei. Oggi, a cento anni da questi avvenimenti, viviamo guerre brevi, distanti, combattute soprattutto attraverso la tecnologia, in cui il sacrificio umano sembra avere perso valore a scapito del raggiungimento di interessi geopolitici ed economici di ristrette élite. Tenere vivo il ricordo di migliaia di uomini caduti tra il gelo dei ghiacciai alpini, in una guerra che coinvolse l’intera popolazione e che, nel bene o nel male, ha forgiato l’Europa moderna, è per noi un atto doveroso. □

Ludovico Van

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di Sole e Acciaio Inviato su Storia

Colleoni: mito o mercenario? [storia]

Bartolomeo Colleoni statua

Spesso, quasi per stereotipo, parlando di capitani di ventura (oggi chiamati più comunemente mercenari) si tende a dipingere queste figure a tratti cupi. Vengono descritti come individui venduti al miglior offerente per un pugno di soldi e che, in virtù dello stesso profitto economico, combattono per una causa non loro. Questo tuttavia rappresenta solo un lato, anche piuttosto semplificato, di ciò che in realtà tali personaggi possono offrire. Molte volte dietro simili uomini si celano figure interessanti, al limite del romantico e del mitico, che in diversi frangenti della storia sono state in grado di mettersi in mostra per le capacità individuali e per l’influenza che hanno saputo esercitare sui seguaci.

Senza dubbio il Quattrocento è uno dei secoli in cui la penisola italica, vero laboratorio di idee e culture, ha dato il meglio di sé. Il nostro territorio lombardo non era ancora composto nella forma in cui oggi siamo abituati a conoscerlo; in particolare, le nostre terre erano divise a metà: una parte era controllata dalla Repubblica di Venezia, l’altra dal Ducato di Milano. Città come Brescia e Bergamo erano sotto il controllo della prima: proprio in un piccolo paese della bergamasca nacque il capitano di ventura Bartolomeo Colleoni.

Discendente di stirpe longobarda, egli fu senza alcun dubbio uno dei principali condottieri di ventura del XV secolo. Iniziò la carriera militare all’età di quattordici anni, alla Corte piacentina sotto le dipendenze di Filippo Arcelli. Successivamente si spostò per un certo periodo nel meridione, dove condusse alcune battaglie, in primis sotto le dipendenze di Braccio da Montone e successivamente sotto Iacopo Caldora, generale della corte napoletana. La prima volta in cui si mise seriamente in mostra fu nel 1424, quando partecipò alla battaglia dell’Aquila, affiancando il Caldora nella riconquista pontificia della Romagna: le cronache del tempo riportano che, durante l’assedio di Bologna, Colleoni mise in mostra la propria abilità strategica costruendo trincee e fossati per bloccare gli attacchi degli assediati. Tale abilità non sfuggì certo all’occhio attento della Serenissima, che lo assunse nell’esercito del Carmagnola, suo antico maestro. La permanenza alle dipendenze della Repubblica sembra tuttavia relegata alla sopravvivenza del Carmagnola: la repentina caduta in disgrazia del generale piemontese sembrò in un primo momento rovinare la carriera anche al Colleoni, che riuscì comunque a tenersi in mostra, specializzandosi nella guerra di montagna e partecipando a campagne militari in Valcamonica e Valtellina.

Lo scoppio di un nuovo conflitto contro il vicino Ducato di Milano lo vide ancora tra le fila veneziane, prima sotto il Gattamelata e poi a fianco di Niccolò da Tolentino. Durante l’assedio di Brescia riuscì a compiere un’impresa degna di nota, rifornendo la città con una flotta fluviale trasportata attraverso gole montane, dirupi alpestri e torrenti; tale notevole operazione logistica gli valse il definitivo favore del Gattamelata, che lo inserì nel novero dei suoi più stretti collaboratori. In seguito alla morte del Condottiero, le tensioni con Venezia crebbero, a causa dei dissapori circa le contrattazioni sull’armamento. Colleoni e i suoi furono quindi accolti a braccia aperte a Milano da Filippo Maria Visconti, nella neonata Repubblica Ambrosiana. Nei successivi tre anni e mezzo eseguì una serie di missioni per i Visconti: in particolare, contrastò l’invasione orleanista guidata da Rinaldo di Dresnay: l’11 ottobre 1447 sconfisse i Francesi a Bosco Marengo e catturò il Dresnay, da cui ottenne un riscatto di 14.000 corone. Queste vittorie posero il Colleoni in una posizione di primissimo piano sulla scena internazionale. Affiancò lo Sforza, intanto proclamatosi Duca di Milano, nella riconquista del Monferrato; alla pace di Lodi, salutò l’amico milanese e rientrò al servizio di San Marco, con la carica di Capitano Generale.

A questo punto inizia la fase ascendente della carriera, senza l’esclusione di qualche nuovo colpo di scena: nel 1466 un gruppo di fuoriusciti fiorentini chiese il suo aiuto per abbattere il regime dei Medici, ma l’impresa non ebbe alcun seguito. Immediata fu infatti la reazione degli Sforza di Milano e degli Aragonesi di Napoli, ben decisi a mantenere intatta la stabilità politica della penisola italiana. Ottenne alcuni significativi successi in Romagna, ma nel febbraio del 1468 prese la decisione di ritirarsi. Dedicherà gli ultimi anni della sua vita al mecenatismo e morirà a Malpaga il 3 novembre 1475.

I meriti imperituri maturati sul campo di battaglia e il genio militare fanno, in definitiva, di questo grande condottiero lombardo una delle figure più affascinanti nell’ambito militare del Quattrocento.

Ludovico Van

Storia delle Penne Nere [storia]

OTTAVO ALPINI

Quest’anno diverse iniziative storiche e culturali hanno ricordato il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, che, per il fronte alpino, comportò i quattro anni di Grande Guerra del ‘15-’18. Particolare attenzione è stata rivolta dagli studiosi alla cosiddetta Guerra Bianca, che ai lettori locali più appassionati sarà certo nota per via degli avvenimenti dell’Adamello, che coinvolsero direttamente lembi di terra bresciana. Nel 2022 cadrà il 150° anniversario del Corpo alpino: con un anticipo di otto anni, intendiamo rendere l’onore che spetta a coloro che hanno scritto la nostra storia contemporanea, militare e non solo.

Alla fine del XIX secolo non si conoscevano ancora le forze in campo e le alleanze di una prossima «Guerra delle nazioni», che si consumò concretamente solo mezzo secolo più tardi; prendeva già corpo tuttavia l’esigenza di difendere i confini nazionali, complice l’irrisolta questione delle terre irredente: Nizza, Savoia, Cantoni Grigioni e Ticino, Trento, Bolzano, Trieste, Istria e Dalmazia. Era dunque necessaria una ricognizione metodica dell’intera linea di confine sull’arco alpino, seguita da una dettagliata opera di costruzione difensiva, per scongiurare quegli errori tattici che avevano permesso più volte ai nemici d’Oltralpe di irrompere indisturbati in pianura, da Annibale a Enrico VIII, da Brenno a Carlo V.

Il 15 ottobre 1872, la riforma del generale e ministro della Guerra Cesare Ricotti venne approvata da Vittorio Emanuele II. Il vero padre degli Alpini, tuttavia, viene considerato Giuseppe Perrucchetti – geografo, generale e senatore del Regno – che nello stesso anno aveva scritto un articolo per la Rivista militare italiana dal titolo Considerazioni su la difesa di alcuni valichi alpini e proposta di un ordinamento militare territoriale della zona alpina. L’idea di Perrucchetti era che fosse necessario, in difesa della Pianura Padana, un corpo d’élite a sé stante, reclutato per distretti geografici e composto da uomini selezionati per preparazione fisica, conoscenza del territorio e capacità alpinistiche. L’anno successivo nacquero le prime 15 compagnie effettive, da Cuneo a Udine, composte da 100 uomini ciascuna.

Il primo terreno in cui il Corpo degli Alpini venne impiegato a livello militare fu, paradossalmente, l’Africa. Presso Adua, nell’inverno 1895-96, un contingente di quindicimila uomini (di cui circa mille Alpini) venne inviato per contenere il dilagare delle milizie del Negus. Assaliti di sorpresa il 1° marzo 1896 da più di centomila abissini, mentre molti si davano alla fuga, gli Alpini tennero salde le posizioni, indietreggiando solo per arroccarsi in territorio più adatto alla difesa a oltranza. Gli assalitori, come erano arrivati, trucidati più uomini possibile se ne andarono, evitando di incappare nei rinforzi italiani che stavano giungendo via mare; meno di un centinaio di Penne Nere fece ritorno in patria. Il Corpo venne così battezzato col fuoco nel terreno in cui era meno a proprio agio e in schiacciante inferiorità numerica, riportando, pur nella sconfitta, un’ineguagliabile prova di tenacia e valore.

Non fu né la prima, né l’ultima occasione in cui gli Alpini dettero prova di temperamento granitico. Oltre all’apporto decisivo nella Prima Guerra Mondiale, durante la quale si svolsero operazioni belliche sopra i tremila metri di quota, giova ricordare la battaglia di Nikolajewka del 26 gennaio 1943 – anch’essa particolarmente cara ai bresciani per la partecipazione dei battaglioni Vestone, Edolo e Valcamonica – in cui gli Alpini della divisione Tridentina si sacrificarono per rompere l’accerchiamento russo che teneva in scacco decine di migliaia di connazionali, tedeschi e ungheresi.

Pare quasi di sentire riecheggiare la voce del colonnello Davide Menini che, nella battaglia di Adua, stanco di ritirarsi, fu visto lanciarsi all’attacco verso la cavalleria abissina, seguito dal proprio plotone, al grido di: «Alpini alla baionetta! Alpini avanti!», cadere travolto e sparire coi suoi nel turbine della battaglia; ci piace dipingere mentalmente il quadro in cui il generale Luigi Reverberi, radunati i suoi uomini sull’altipiano di Nikolajewka, con poche munizioni e un solo carro armato, senza viveri e dopo marce estenuanti sotto temperature rigidissime, si portò all’attacco dell’Armata Rossa, al motto che sempre l’aveva guidato per l’intera steppa andata e ritorno: «Vestone avanti! Tridentina avanti!».

Oggi che essere Alpino ha perso, forse per la fisiologica epoca di pace, il suo senso originale, riscoprire la primigenia concezione della Penna Nera è una delle strade possibili per recuperare una vita autentica; tenerne vivo il ricordo è per noi solo il primo passo.

Spartacus

Isole di vita monastica [storia]

Monastero (croce)L’esperienza del monachesimo occidentale rappresenta uno dei più interessanti fenomeni di aggregazione religiosa che il mondo abbia mai conosciuto. La vita monastica prevede l’allontanamento volontario dal mondo da parte di gruppi di persone o di singoli, per svolgere una vita all’insegna della preghiera e del servizio verso gli altri.

Taluni culti orientali, tra i quali l’induismo e una delle sue più celebri filiazioni, il buddhismo, già prima di un’istituzione ufficiale del monachesimo, prevedevano che degli individui si allontanassero dal mondo per abbracciare o una vita solitaria in preghiera, o esperienze comunitarie in cui diverse persone si riunivano sotto un maestro, il quale assicurava loro la salvezza. Nel cristianesimo, invece, il monachesimo ebbe le sue prime espressioni con il cosiddetto anacoretismo: gli anacoreti erano uomini che si allontanavano dagli insediamenti umani per rivivere l’esperienza evangelica di Cristo nel deserto; il loro scopo principale era la preghiera per la salvezza delle anime. Tali pratiche prevedevano regole di vita molto severe, tra cui il digiuno, la castità e l’astinenza da cibi carnei. Importato quindi dall’Oriente, in Occidente il monachesimo si espanse a macchia d’olio in molte zone d’Europa, sviluppando però una tendenza più cenobitica (comunitaria) che solitaria.

In seguito all’evangelizzazione portata avanti da San Patrizio, in territorio irlandese si vennero a costituire le comunità monastiche più vitali d’Europa. Intorno al 500 d. C., sant’Enda fondò un primo insediamento nell’isola di Aran, situata all’imbocco della baia di Galway, che prenderà poi il nome di «isola dei santi». Ben presto questo centro diventerà punto di ritrovo per tanti giovani decisi a intraprendere una nuova vita all’insegna della preghiera e della contemplazione. Un altro esempio di fondazione fu il monastero San Finnian, fondato da Clonard, poi definito «maestro dei santi d’Irlanda» in quanto dal suo cenobio uscì un consistente gruppo di giovani denominato «i dodici apostoli d’Irlanda» che, a loro volta, diede vita a numerose fondazioni di monasteri.

Non si può non menzionare, poi, San Colombano: originario di Bangor, egli fu il primo grande esponente monastico irlandese che, dalle isole, si avventurò nel continente, ravvivando il languente monachesimo delle future Francia, Germania e Italia con fondazioni di monasteri, tra i quali spiccano Auxerre, Luxueil, San Gallo e Bobbio.

I cenobi celtici avevano sembianze molto simili a quelle dei monasteri orientali. Sorgevano spesso in luoghi appartati, selvaggi e solitari che potessero consentire quel raccoglimento e quello stile di vita tipico dei monaci. Le strutture erano generalmente caratterizzate da un numero variabile di semplici capanne rotonde di legno, residenze dei monaci, raccolte attorno a una o più chiese. Accanto alla chiesa si trova un refettorio con relativa cucina, una biblioteca e le officine per il lavoro. Molto spesso in un monastero si trovavano anche luoghi adibiti al ricovero dei pellegrini.

Per quanto riguarda lo stile di vita, le differenze erano grandi fra le disparate realtà. Ogni monastero adottava infatti consuetudini proprie, stabilite dallo stesso fondatore della comunità. La regola più seguita era quella redatta da San Colombano: composta da dieci capitoli, essa stabiliva le virtù e la spiritualità del monaco. Lo stile monastico era di matrice essenzialmente cenobitica, ma le fonti attestano che taluni monaci chiesero volontariamente all’abate del monastero di abbandonare il cenobio per scegliere la vita eremitica, per sempre o per tempi limitati. Il passaggio poteva avvenire o in luoghi appartati del monastero o, più frequentemente, in luoghi vicini, ma isolati, come foreste o isole.

Molti di questi monaci, attraverso le loro peregrinazioni, misero in atto un fenomeno di evangelizzazione delle terre in cui approdavano: chiaro esempio è la missione di San Colombano già accennata in precedenza. Altra caratteristica importante di tali luoghi è che si resero protagonisti di un importantissimo fenomeno di produzione e conservazione del patrimonio latino, tanto pagano quanto cristiano. Mentre il resto d’Europa viveva il declino culturale caratterizzante i secoli V e VI, l’Irlanda divenne, proprio grazie ai suoi centri monastici, un importante polo di conservazione del mondo classico.

I monasteri assunsero quindi non solo la funzione di centri spirituali, ma anche di formidabili officine culturali capaci di preservare le meraviglie del mondo antico che, arricchite con le esperienze medievali, pochi secoli dopo avrebbero illuminato il mondo dando vita all’esperienza straordinaria e irripetibile della civiltà europea.

Ludovico Van

Evita, madre del popolo [storia]

Evita Peron

Nel corso della storia, le figure femminili in grado di riunire in sé lo spirito di una nazione non sono state molte, ma la loro grandezza supplisce ampiamente al numero. Per la Francia è stato il caso di Santa Giovanna d’Arco, per l’Inghilterra di Elisabetta o della regina Vittoria. Per l’Argentina questa figura è stata incarnata da Eva Perón, meglio conosciuta con l’affettuoso diminutivo «Evita».

Evita, seconda moglie del presidente Juan Domingo Perón, rappresenta assieme al marito la personalità forse più cara al cuore del popolo, venendo amata e venerata come madre dell’intera Argentina, influenzandone ancora oggi politica e società (anche se, purtroppo, i successori dei coniugi Perón non hanno mai saputo essere all’altezza degli originali).

Eva Maria Ibarguren, questo il suo nome da nubile, nasce il 7 maggio 1919, ultima dei cinque figli di un’umile famiglia dell’Argentina rurale. Al 1944 risale l’avvenimento che le cambierà radicalmente la vita, trasformandola da semplice attrice di teatro in Primera Dama: a Buenos Aires incontra Juan Domingo Perón, all’epoca semplice colonnello, durante un evento di beneficenza per le vittime di un terremoto. Non è un caso che si conoscano in tale occasione: per tutta la durata della sua vita, politica e personale, Evita sarà sempre impegnata nel volontariato, nell’assistenza ai poveri e nelle lotte per i diritti dei lavoratori.

L’anno dopo aver sposato il colonnello Perón ed esser diventata quindi Eva Duarte Perón, nel 1946, suo marito viene eletto Presidente dell’Argentina, inaugurando la stagione del peronismo. Il peronismo, sostenuto principalmente dagli strati più umili della società argentina (i cosiddetti descamisados), consisteva di elementi socialisti e nazionalisti indirizzati a trovare per l’Argentina l’indipendenza dalle ingerenze tanto americane quanto sovietiche, portando il Paese fuori dalla crisi economica nell’ambizione di diventare una potenza politica a livello sudamericano.

Evita, da sempre profondamente interessata alle questioni sociali, non fu però semplice spettatrice della politica del marito; anzi, ne fu attiva protagonista: oltre ad assumere la guida dei sindacati argentini, fondò l’ala femminile del Partito Peronista. Amata perfino più del marito, Evita era sempre in viaggio fra Buenos Aires e il resto dell’Argentina, visitando fabbriche, finanziando scuole e fondando ospedali; viaggiò molto anche per il resto del mondo, sempre rappresentando il marito e l’Argentina. In Europa venne accolta trionfalmente da Franco e dal popolo spagnolo, poi si recò in Italia, ove incontrò papa Pio XII. Ovunque andasse trovava folle immense ad accoglierla e osannarla: era diventata, e non solo in Argentina, il simbolo della riscossa dei poveri e dei lavoratori, stanchi di vedere il futuro messo in pericolo dai giochi di potere fra capitalisti e marxisti.

Tornata in patria, nel 1948 dette vita alla Fondazione Eva Perón, il cui compito era occuparsi dell’assistenza ai bambini, alle giovani madri, agli anziani e ai poveri; gli ultimi insomma, che sempre aveva avuto a cuore. Molti ospedali argentini, ancora oggi, portano il suo nome, proprio perché furono fondati su suo interessamento. Fu sempre lei a stilare il Decalogo dell’Anzianità, una serie di diritti per gli anziani argentini. Ormai sempre più immersa nella vita politica del Paese, Evita arrivò ad annunciare la sua candidatura alla vice-presidenza per le successive elezioni; per quanto il popolo argentino fosse con lei, movimentandosi a sostegno alla sua candidatura, non riuscì mai a candidarsi: durante un evento pubblico svenne. Pochi giorni dopo le venne diagnosticato un tumore all’utero. Sopravvisse ancora quasi due anni, sofferente e colpita da continui svenimenti. Morì il 26 luglio 1952 all’età di 33 anni, proprio come altri grandi prima di lei, fra cui Gesù Cristo e Alessandro Magno. I notiziari argentini diedero così la triste notizia: alle 20:25, Eva Perón è passata all’Immortalità. L’Argentina tenne il lutto nazionale per un mese.

La figura di Evita è a tal punto amata e rimpianta che ancora oggi molti esponenti politici argentini tentano di appropriarsi indebitamente della sua memoria; con quali risultati, è meglio qui tacere.

Ma che cosa resta di Evita oggi, in Argentina? Resta l’essenza stessa della sua anima, ciò che più le stette a cuore: ospedali, scuole, orfanotrofi e strutture di assistenza che portano il suo nome; ma, soprattutto, restano le speranzose preghiere che alla sua figura affidano bambini, donne e uomini per il futuro del popolo argentino.

Minamoto

I leoni di Giarabub [storia]

Giarabub

L’immenso deserto nordafricano è punteggiato di oasi, piccole isole fertili che furono il cuore di grandi civiltà. L’oasi di Giarabub, in particolare, è un puntino sulla mappa della Cirenaica, regione orientale della Libia; la moschea e l’immensa biblioteca ne testimoniano, sin dal medioevo, l’importanza geografica, politica e religiosa. Qui, nell’aprile del 1940, viene inviato con il compito di fortificare l’oasi il tenente colonnello Salvatore Castagna, la cui esperienza in armi è iniziata in giovanissima età come volontario nella Grande Guerra, tra le rocce carsiche che gli sono valse due medaglie al valor militare. I lavori procedono senza incidenti fino al 10 giugno 1940, quando la principale potenza del Mediterraneo entra in guerra contro le «democrazie plutocratiche d’Occidente». Tuttavia, sulla sabbia libica sarà l’Inghilterra ad avere la meglio, essendo il Regio Esercito assolutamente impreparato a una guerra meccanizzata e intercontinentale.

Nella settimana seguente, infatti, le truppe inglesi travolgono la linea di frontiera italiana, non riscontrando i blindati britannici alcuna resistenza da parte dei difensori, completamente sprovvisti di cannoni anticarro. L’unico focolaio di resistenza, che si protrarrà per più di dieci eroici mesi, è costituito per l’appunto dall’oasi di Giarabub. La rigorosa pianificazione del colonnello Castagna permette infatti ai caposaldi e alle postazioni, disposti su una linea di fronte di oltre 200 km, di rimanere sempre in contatto tramite radio o staffetta. L’organizzazione centralizzata consente inoltre alle truppe motorizzate celeri di effettuare rapide puntate offensive, per colmare possibili falle difensive in breve tempo. L’inventiva, il coraggio, l’ingegno e l’adattamento in battaglia fanno il resto.

La tattica bellica è quella che ogni esercito in inferiorità numerica e penuria di mezzi può applicare: la guerriglia. Squadre di Arditi, battaglioni della Celere e ascari libici, durante la notte, assaltano le distese di blindati con bottiglie incendiarie, spezzoni metallici e bombe a mano; di giorno, ripetono l’operazione sfruttando la posizione difensiva collinare. In mancanza di contraerea, con moschetti e mitragliatrici, i presidianti abbattono i bombardieri inglesi; senza l’ombra di mine anticarro, si ingegnano utilizzando gli inneschi di vecchie bombe dell’aviazione; piccole colonne in assetto di guerriglia intercettano e falciano gli equipaggi nemici costretti ad abbandonare il blindato per il caldo o per un guasto.

Il presidio cadrà il 21 marzo 1941, al termine di un’offensiva finale inglese durata tre giorni, condotta con smisurato dispiegamento di uomini e mezzi; la battaglia culminerà nella difesa all’arma bianca della bandiera, ammainata e bruciata affinché non cada in mani nemiche.

L’episodio di Giarabub ha infiammato gli animi italiani nei primi mesi di guerra, durante i quali giungevano spesso pacchi di lettere di encomio e ringraziamento per i soldati. Agli eroi del deserto cirenaico è stata dedicata persino una canzone dell’epoca, i cui versi più noti recitano: «Colonnello, non voglio il pane, dammi il piombo del mio moschetto; c’è la terra del mio sacchetto, che per oggi mi basterà». Eppure, la sagra di Giarabub è stata dimenticata dalle generazioni successive e i suoi martiri riposano tutt’ora in un «cimitero senza croci».

Oltre a consigliare la lettura del diario di guerra di Salvatore Castagna (La difesa di Giarabub, edizioni Longanesi, 1950) a cui noi stessi abbiamo attinto, è bene raccomandare al lettore uno sguardo più interessato verso squarci dimenticati di storia che rivelano l’esistenza di un mondo oggi scomparso.

I «fantasmi in sentinella» che, come romantici Don Chisciotte, vegliarono per quasi un anno, sotto il terribile soffio arido del Ghibli e al gelido chiarore della luna, nulla hanno da invidiare ai ben più noti militi di El Alamein. Stretti attorno al proprio comandante mentre tutto intorno crollava, a più di 200 km dall’ultimo lembo di frontiera italiana, costretti a ridurre al minimo le razioni e bere acqua salmastra, insonni per l’incessante martellamento dell’artiglieria e sovrastati dai continui lanci di volantini – puntualmente incendiati sotto gli occhi del nemico – intimanti loro la resa, duemila uomini in divisa hanno lasciato ai posteri un’ineguagliabile testimonianza di valore, disprezzo per il pericolo, senso del dovere e fedeltà alla bandiera.

Omaggiati persino dall’esercito inglese ed encomiati da Erwin Rommel in persona, i difensori di Giarabub, circondati e braccati, ma mai domati, hanno saputo dimostrare al mondo fino all’estremo sacrificio che un leone, anche se in gabbia, resta tale.

Spartacus

Nuvolari: il mantovano volante [storia]

1946 GP de Marseilles, Tazio Nuvolari

«Nessuno accoppiava, come lui, una così elevata sensibilità della macchina a un coraggio quasi disumano». Bastano poche parole pronunciate da Enzo Ferrari per capire chi fu Tazio Giorgio Nuvolari, uno dei primi miti dello sport mondiale e autentica icona dell’Italia tra le due guerre.

Nato a Castel d’Ario, in provincia di Mantova, il 16 novembre 1892, Nuvolari incarnò alla perfezione lo spirito italiano del tempo, teso, complici le grandi vittorie coloniali e della Prima Guerra Mondiale, a celebrare la tecnologia, la velocità e il coraggio, simboli di espansione e desiderio di rivalsa, dopo un lungo passato di provincialismo e subordinazione nei confronti delle altre potenze europee. Figlio di una coppia benestante, dopo aver prestato servizio come autista di camion nel Regio Esercito durante la Prima Guerra Mondiale, nel 1920 iniziò la carriera di corridore non come pilota di automobili, bensì come motociclista. In seguito ai primi successi divenne un pilota professionista, raggiungendo una notevole popolarità alla guida di motociclette Bianchi, con le quali si laureò campione italiano ed europeo.

Fu tuttavia il passaggio alle quattro ruote a destinare Tazio all’immortalità, complici un’incredibile tenacia che gli consentì, negli anni, di concludere gare con l’auto danneggiata o in fiamme, e un’innata classe dalla quale scaturì un rivoluzionario stile di guida basato sulla sbandata controllata, in grado di garantire al pilota di percorrere le curve in velocità per poi uscirne col gas spalancato. Celeberrima fu la promessa, poi mantenuta, fatta a Gabriele D’Annunzio di vincere la Targa Florio nel 1932, dopo che il poeta aveva regalato al pilota ormai famoso il talismano che lo accompagnerà per il resto della carriera: una tartaruga d’oro con la dedica «All’uomo più veloce, l’animale più lento», poi divenuta suo simbolo personale.

Nel corso degli anni Trenta, Nuvolari vinse tutte le gare automobilistiche più celebri: felicissimo fu il suo rapporto con l’Alfa Romeo, il cui reparto corse all’epoca era gestito da Enzo Ferrari. Al 1935 risale forse la sua vittoria più famosa, ottenuta sul leggendario circuito tedesco del Nürburgring, ove, dopo una durissima gara d’inseguimento, superò le moderne Mercedes e Auto Union con una piccola e poco potente Alfa P3. Dopo la pausa dovuta al secondo conflitto mondiale, l’attività agonistica di Tazio proseguì fino al 1950, giusto in tempo per guidare le prime vetture costruite dalla Ferrari, dal 1947 non più semplice scuderia, ma casa automobilistica indipendente.

Nuvolari morirà nella sua Mantova l’11 agosto 1953, appena tre anni dopo l’ultima corsa. Ai funerali parteciperà l’intera città, i più celebri piloti del periodo e lo stesso Enzo Ferrari, giunto in tutta fretta da Modena.

Ma che cosa ha reso Nuvolari un’autentica leggenda, a differenza dai molti campioni venuti dopo? Probabilmente il fatto che all’epoca le corse automobilistiche rappresentassero lo sforzo tecnologico di un intero Paese: il veicolo non esprimeva, come oggi, lo stato dell’arte di una singola azienda multinazionale, bensì la capacità produttiva e intellettuale di un popolo. Prima delle enormi trasformazioni dovute alla globalizzazione, l’automobile da corsa era progettata, costruita e pilotata, salvo rare eccezioni, da cittadini di uno stesso Paese: il prestigio della vittoria aveva dunque riferimenti reali e pratici, a differenza di oggi, ove a competere sono grandi squadre internazionali appartenenti a cordate finanziarie in continuo mutamento. Non a caso, fino agli anni Sessanta le auto da gara erano dipinte con i colori assegnati al Paese di appartenenza, in una sfida meccanica fra le diverse tradizioni motoristiche: al celebre Rossocorsa italiano erano contrapposte le vetture inglesi dipinte nel classico British Racing Green, le auto tedesche bianco-argento e le francesi in Azzurro Francia.

La leggenda dei piloti nacque perché essi non erano efficienti professionisti pagati da munifici sponsor, bensì esecutori materiali dell’eccellenza tecnologica e industriale del proprio Paese, fondendo nella corsa automobilistica aspetti naturali quali il coraggio, la competizione e il continuo superamento dei limiti, a elementi puramente tecnici. Nuvolari non fu dunque un semplice corridore: per l’Italia di allora, per fortuna ancora priva delle moderne ansie da airbag, fu una sorta di cavaliere contemporaneo, in grado di rappresentarne l’avanguardia e di fondere il romanticismo della sfida con l’asettica ricerca della velocità senza compromessi.

Snake Plissken

Storia di Evgenij [storia]

Evgenij Rodionov

Sebbene in tempi come i nostri sia meglio non dare nulla per scontato, è probabile che chiunque abbia sentito parlare dei martiri, persone disposte, sulla scia del sacrificio salvifico compiuto dal Cristo, a immolarsi per non cedere a chi chiedeva loro di abbandonare la Fede. La letteratura cristiana è costellata di esempi simili, che per secoli costituirono autentici modelli di vita per i credenti, fino a strappare parole di elogio persino a un pubblico poco avvezzo come quello moderno.

Non tutti però sanno che i martiri esistono ancora. Forse non ci sono più cantori a narrarne le gesta, i processi e i supplizi; tuttavia, in un mondo che viaggia alla velocità della luce, sussistono ancora personaggi degni di stare accanto a quelli descritti, fra gli altri, da Eusebio di Cesarea.

Nella Federazione Russa, ogni giorno molte madri si recano nei cimiteri per portare fiori alle tombe dei figli, giovani soldati morti in guerra. Sulle croci ortodosse che svettano dalle tombe sono scritte le loro storie. Questa è una di esse.

Nel 1994, la Repubblica Cecena d’Ickeria dichiarò la propria indipendenza dalla Federazione Russa, dando inizio a un lungo conflitto che vide l’esercito russo contrapposto alle truppe separatiste cecene. In tale scenario, il giovane Evgenij Aleksandrovič Rodionov, appena diciottenne, entrò in servizio militare e fu inviato, insieme ad altri giovanissimi, a svolgere compiti di guardia di frontiera in Cecenia, sperimentando subito la cruda esperienza bellica. Evgenij era cristiano: portava sempre con sé una croce, regalo della nonna. Per lui, servire nell’esercito era l’unica alternativa a un futuro inesistente: in quegli anni, un giovane che viveva nella periferia di Mosca non aveva molte prospettive; se non fosse andato in guerra, probabilmente sarebbe diventato un criminale o un tossicodipendente, come accaduto a molti suoi amici.

Le milizie cecene, su finanziamento delle monarchie del Golfo Persico, erano affiancate da numerosi mujaheddin, i soldati di Dio, giunti da ogni parte del globo con un unico obiettivo: la guerra santa e la creazione del cosiddetto «Emirato del Caucaso». Metodo operativo abituale di tali gruppi era il rapimento di soldati russi, i quali venivano poi sottoposti a sevizie di ogni genere. Evgenij Rodionov fu uno di questi. Insieme ad altri tre commilitoni, venne rapito e sottoposto a mesi di atroci torture, che si protrassero fino al sacrificio finale: il 23 maggio 1996 venne sgozzato dal terrorista Ruslan Khaikhorojev. Tempo dopo, lo stesso uccisore confesserà in una lettera alla madre: «Tuo figlio aveva avuto una scelta per rimanere in vita. Avrebbe potuto convertirsi all’islam, ma non ha accettato di togliersi la croce».

La sua tomba oggi è sovrastata da una croce ortodossa che reca la scritta: Il soldato russo Evgenij Rodionov è sepolto qui. Difese la Patria e non rinnegò Cristo. Fu giustiziato il 23 maggio 1996, alla periferia di Bamut.

Ogni giorno, la sepoltura viene visitata da numerosi reduci di guerra, ma anche da famiglie giunte da ogni parte della Russia. La sua intensa storia ha attratto l’interesse del popolo russo, tanto che sono già state scritte diverse biografie sul suo conto. La stessa Chiesa ortodossa ha iniziato un processo di canonizzazione, a testimoniare l’incredibile vicinanza tra il giovane Evgenij e il coraggio dei martiri di un tempo.

La differenza principale risiede nel fatto che, se nell’antichità tali azioni venivano rispettate al punto da dare vita a un genere letterario (la letteratura martirologica), oggi la ricezione è diversa. In Occidente, i giovani soprattutto non riescono più a concepire che un coetaneo possa avere una fede tale da essere disposto a morire per essa. Nei martiri ricordati dalla tradizione si vedono persone ammirevoli, ma al tempo stesso si definisce fanatico chi compie un’azione di pari nobiltà in un’epoca diversa. Probabile che a suscitare tali giudizi sia soprattutto la consapevolezza, di fronte a un tale sacrificio, di non avere coraggio a sufficienza per imitarlo.

La guerra in Cecenia è un problema complesso; ma, al di là dei giudizi sulle parti in causa, è rinfrancante addentrarsi nei meandri di una storia nascosta e rendersi conto di come sia falso l’assunto secondo il quale «non ci sono più gli uomini di una volta». Essi vivono, anche se sepolti in un piccolo cimitero in una cittadina dispersa dell’oblast di Mosca. Basta aprire gli occhi.

Per chi scrive su un giornalino che in tali meandri della storia si propone di scavare, è un onore immenso poter omaggiare Evgenij Rodionov, sia pur con un piccolissimo contributo.

Ludovico Van

L’Europa dopo l’uomo-massa [storia]

Europa disegno

Davanti alle diverse problematiche storiche l’uomo ha sempre formulato le più disparate soluzioni: così è stato anche per l’avvento al potere delle masse, fattore che ha cominciato a pesare sulle coscienze e sulla società tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. In quel periodo, due notevoli autori, Friedrich Wilhelm Nietzsche e José Ortega y Gasset, hanno formulato le rispettive teorie in contrapposizione all’uomo-massa: di matrice filosofica nel primo caso, storico-politica nel secondo.

L’ideatore dell’Übermensch concentra le sue argomentazioni nella maestosa opera Al di là del bene e del male, pubblicata nel 1886 e da molti considerata continuazione del precedente Così parlò Zarathustra. Ciò che emerge dalle riflessioni del filosofo tedesco (in parte in forma di trattato, in parte di aforisma) è l’intento di scalzare l’individuo dalla «mediocrità meschina» in cui è caduto a seguito di una paralisi della volontà, la nuova malattia delle masse.

Per estraniarsi dalla palude della moltitudine e spiccare il volo, al filosofo non resta che tentare di trascendere la costante uomo, diventandone eccezione e compiendo il superamento di sé che caratterizza la filosofia nietzschiana. Dal canto suo «l’uomo temperato» cercherà sempre, in nome della morale, di screditare «l’uomo del tropico», colpevole di non essere abbastanza umano e di avere temerariamente osato volare troppo in alto.

Al di là del bene e del male riporta anche una serie di esempi storici, fari imprescindibili nella navigazione di ogni «buon europeo». Alcibiade e Giulio Cesare, Federico II e Leonardo da Vinci, Goethe e Napoleone Bonaparte, Beethoven e Wagner: sono questi i modelli proposti, generati da una genialità tutta europea, resi fertili dalla salda capacità di dominare le circostanze e temprati dall’audace risolutezza che contraddistingue ogni carattere prodigioso.

In un’ottica più politica, con incredibile lungimiranza Nietzsche ha formulato l’idea di un’Europa unita più di un secolo prima dell’attuale Unione Europea. A riprova di ciò, nella parte conclusiva del saggio viene invocato il ritorno a una «grande politica»: un’ottica sovranazionale ed europea (imperiale, tra le righe) che, in concomitanza con il rinnovamento spirituale e individuale degli uomini migliori, possa condurre il Vecchio Continente a una concreta e unitaria svolta storica.

Quasi mezzo secolo dopo, nel 1930, lo scrittore spagnolo Ortega y Gasset pubblica il saggio La ribellione delle masse. Mutano i presupposti filosofici, sociali e politici; ma non le conclusioni. Secondo Ortega, massa è «tutto ciò che si sente a suo agio nel riconoscersi identico agli altri». L’uomo-massa è l’individuo medio che prende parte a questa nuova, uniforme classe sociale; non più uomo, bensì guscio d’uomo.

Caratteristica principe di tale tipologia di individuo è l’egoismo labirintico: non avendo più una meta esterna all’io alla quale puntare, egli finisce infatti per rinchiudersi in maniera infantile all’interno della propria vita. Pertanto l’uomo non è più freccia in divenire scagliata verso l’eternità, ma un insoddisfatto dio di sé stesso sguazzante nel proprio labirinto interiore.
L’uomo-massa è anche un cavernicolo che, dalle quinte, si è insinuato senza permesso sul palcoscenico della civiltà. Nel «trionfo dei luoghi comuni da caffè», la massa giunge addirittura ad affermare il proprio diritto alla volgarità e la volgarità come diritto, pretendendo la tirannica instaurazione di ciò che l’autore stesso definisce iperdemocrazia, una forma di governo nella quale la moltitudine non sente il bisogno di rivolgersi al comando di uomini e istanze superiori.

In maniera ancora più decisa di Nietzsche, Ortega idealizza e propone la propria idea di Europa unita nel periodo a cavallo tra le due guerre mondiali, il momento più intenso di collisione tra gli Stati e di esasperazione delle manie nazionaliste. L’Europa non viene concepita come una mera entità, bensì come un equilibrio, «un fatto di antica quotidianità»; a tutti gli effetti uno sciame: molte api, un solo volo.

Se il carattere europeo ha più rilievo di quello strettamente nazionale, non per questo Ortega ritiene che le piccole patrie vadano cancellate. Piuttosto, la soluzione indicata è quella di invertire il tipo di immaginario che inquadra la configurazione europea: non più un piano da biliardo sul quale le sfere, separate tra loro, si toccano solo momentaneamente, giusto il tempo di scontrarsi; bensì un unico corpo coeso, costituito da vari nuclei a loro volta ben definiti e differenziati. L’Europa, in definitiva, non è né un singolo acino, né mosto informe: l’Europa è un grappolo d’uva.

Spartacus

Kosovo: il cuore della Serbia [storia]

Bandiera serba

Sopra un vecchio muro alla periferia di Belgrado, c’è un’enorme scritta che recita «Kosovo je Srbija»: il Kosovo è Serbia. La stessa frase ricompare sulla maglietta di un bambino che sorride alzando tre dita, il saluto dei patrioti serbi. Il motto, ormai diventato preghiera, viene ogni giorno ripetuto dai monaci ortodossi del monastero di Decani, in Kosovo, costretti a una prigionia forzata all’interno del chiostro, perché fuori a farla da padroni sono le bande di guerriglieri e banditi albanesi, per la maggior parte di fede islamica. Da tredici anni, i monaci di Decani non possono uscire dal convento; e solo la protezione quotidiana di una pattuglia di soldati italiani ha permesso loro di sopravvivere.

Il Kosovo è diventato indipendente il 17 febbraio 2008, con una secessione unilaterale dalla Serbia che solo 98 paesi dell’ONU su 193 hanno deciso di riconoscere. All’indomani della dichiarazione, un’ondata di proteste ha scosso la Serbia, portando decine di migliaia di persone in piazza a Belgrado e in altre città. A distanza di cinque anni la secessione kosovara è ancora una ferita aperta nell’anima serba; perché, proprio come recita la frase vergata con rabbia su un muro di Belgrado, il Kosovo è il cuore stesso della Serbia e del suo popolo. Un cuore che geograficamente potrebbe apparire periferico, trovandosi al confine con l’Albania e lontano dalla capitale, ma che per la storia della nazione serba è fondamentale.

La stessa origine del nome è emblematica: il Kosovo Polje, la Piana dei Merli, è il luogo simbolo della resistenza serba contro l’invasione ottomana. Qui, nel 1389, nello scontro fra armate turche e slave, trovò la morte Lazar Hrebeljanović, eroe serbo e santo martire della Chiesa Ortodossa. La leggenda racconta che, la notte prima della battaglia, l’Arcangelo Michele sia apparso a Hrebeljanović, chiedendogli di scegliere fra il regno terrestre e il Regno dei Cieli. Il principe Lazar scelse il Regno dei Cieli, perse la battaglia e fu ucciso. La regione era abitata da popoli slavi, principalmente Serbi ortodossi; restii alla dominazione ottomana, subirono da parte dei Turchi pesanti discriminazioni, venendo scacciati dalle proprie terre per lasciar spazio agli Albanesi, più disponibili verso i conquistatori perché ormai convertiti all’Islam. Verso la fine del ‘600, quando il Kosovo fu coinvolto nella guerra fra Turchi e Impero asburgico, i Serbi si schierarono con gli Austriaci, ma, sconfitti, furono costretti ad abbandonare in massa la regione. Più di 30.000 Slavi dovettero emigrare per fuggire alle rappresaglie musulmane. Questo episodio permise alle comunità albanesi di espandersi ulteriormente in territori per tradizione serbi. La situazione non migliorò nei secoli seguenti: al termine della Seconda guerra mondiale, il maresciallo Tito, capo della Federazione Jugoslava, favorì la colonizzazione albanese del Kosovo, allo scopo di indebolire e umiliare la popolazione serba.

Come se non bastasse, negli anni ‘90 la componente albanese del Kosovo si fece promotrice di istanze indipendentiste dalla Jugoslavia (poi Serbia), come in precedenza era accaduto in Slovenia, Croazia e Bosnia: la crudele guerra che ne derivò si protrasse dal 1996 al 1999 e vide i Serbi fronteggiare gruppi di separatisti albanesi, fra cui il tristemente noto UCK. Come accaduto in Bosnia, anche qui la NATO si oppose alla Serbia, fornendo armi ai guerriglieri albanesi. La stessa Belgrado fu pesantemente bombardata da aerei decollati da basi statunitensi in territorio italiano. Grazie all’intervento NATO, la Serbia fu costretta alla resa e il Kosovo divenne prima territorio semi-autonomo, poi Stato indipendente. Iniziò così la diaspora della rimanente popolazione serba, terrorizzata dalle rappresaglie dell’UCK. Migliaia di Slavi abbandonarono le proprie case; ormai solo pochi Serbi resistono, trincerati nel nord del Kosovo.

Dal 1999 a oggi nella regione è in atto un’opera di pulizia etnica: monasteri e chiese ortodosse vengono distrutte e profanate, nel silenzio dell’ONU e della NATO; addirittura, il primo ministro del neonato Kosovo albanese, Hashim Thaci, è accusato di traffico internazionale di organi, avendo autorizzato espianti sui civili serbi imprigionati. Simili accuse, oltre a quelle di narcotraffico, gravano anche su altri membri del governo e di gruppi indipendentisti.

Nonostante i secoli trascorsi dal 1389, il Kosovo è ancora teatro di guerra. Una guerra silenziosa, fatta di soprusi fisici e psicologici. Il Kosovo è il cuore della Serbia. I Serbi lo sanno bene: non bastano secoli di oppressione a piegare il loro desiderio di poter tornare, un giorno, in quella terra che Dio stesso scelse di dare loro, grazie al martirio del principe Lazar.

Minamoto

Come una torcia… [storia]

Jan Palach monumento

Lo scorso 11 novembre, a Varsavia, capitale della Polonia, più di cinquantamila persone sono scese in piazza per ricordare la caduta del muro di Berlino e del comunismo sovietico. Esponenti politici, lavoratori, preti cattolici, famiglie e persone comuni sono scesi in strada al grido di «Mai più comunismo» e «Dio, patria e onore». Ricordavano così uno dei momenti più bui dell’intera storia polacca, quello della dominazione sovietica. Dominazione che, ricordiamo, tenne sotto controllo buona parte dei Paesi est-europei per oltre quarant’anni.

La spallata finale all’Unione Sovietica e ai governi da essa sostenuti fu data nel 1989 quando, con il cosiddetto «Autunno delle Nazioni», un’ondata di rivoluzioni spontanee e popolari riuscì in poco tempo ad abbattere i regimi dell’Europa dell’est. Fu proprio la Polonia il luogo di origine di questa ondata di libertà e di cambiamento che ben presto contagiò praticamente tutti gli altri Paesi del blocco orientale, dalla Cecoslovacchia alla Romania.

Non dobbiamo però fare l’errore di pensare che simili sentimenti antisovietici fossero nati solamente negli anni ‘80, come se prima la dominazione russa fosse stata tollerata e accettata. Spinte indipendentiste ci furono già parecchi anni prima, ma furono quasi sempre duramente e sanguinosamente represse: il primo episodio eclatante, guarda caso, fu ancora polacco. Gli operai e gli studenti della città di Poznan, il 28 giugno 1956 insorsero contro il governo stalinista, ma la rivolta fu fermata e oltre cento persone vennero uccise dai soldati.

Nonostante l’esito negativo, l’esempio polacco fu presto seguito anche dagli altri stati, al punto che, sempre nel 1956, scoppiò quella che viene definita la Rivoluzione Ungherese. Il 23 ottobre gli studenti, manifestando a sostegno dei polacchi di Poznan, scesero in piazza a migliaia, pacificamente. A essi si unirono ben presto anche altri ungheresi e in pochi giorni da qualche migliaio i manifestanti diventarono milioni. La Rivoluzione Ungherese, però, da pacifica divenne armata e ben presto iniziarono gli scontri a fuoco fra i rivoltosi e l’esercito. La situazione precipitò rapidamente quando il governo di Mosca decise di inviare l’Armata Rossa a Budapest, per reprimere definitivamente la rivolta nel sangue. In quello che all’epoca Giorgio Napolitano definì come «un intervento umanitario di pace», l’esercito mandato dall’Unione Sovietica uccise oltre duemila persone, rendendosi responsabile di un vero e proprio massacro. La rivolta ungherese durò solamente pochi giorni, dal 23 ottobre al 4 novembre 1956, ma resta ancora oggi un perfetto esempio di autentica lotta per la libertà e la dignità.

Poco più di dieci anni dopo, nel 1969, toccò invece alla Cecoslovacchia essere al centro di un fermento antisovietico: il 16 gennaio, nella Piazza San Venceslao di Praga, un ragazzo si cosparse il corpo di benzina e si diede fuoco, per poi morire tre giorni dopo al termine di una terribile agonia. Si trattava di Jan Palach, giovane studente della Facoltà di Filosofia dell’Università di Praga. Voleva manifestare contro il governo repressivo del suo Paese, voleva dare uno schiaffo in faccia alla sua gente, per risvegliarla. L’anno prima, Jan Palach aveva assistito al tentativo di rinnovamento cecoslovacco noto come Primavera di Praga, durato dal 5 gennaio al 20 agosto 1968 prima di essere anch’esso represso dai carri armati del Patto di Varsavia. Col suo gesto estremo, Jan Palach divenne ben presto un martire e oltre 600.000 persone parteciparono al suo solenne funerale. Perfino la Chiesa Cattolica non condannò il suo suicidio e memorabili sono le parole del teologo Zverina, che disse: «Un suicida in certi casi non scende all’inferno, e non sempre Dio è dispiaciuto quando un uomo si toglie il suo bene supremo, la vita.» Ben presto l’esempio di Palach fu seguito da altri sette giovani, i quali a loro volta si arsero vivi. Oggi, a distanza di decenni, un monumento per quel giovane coraggioso è stato posto proprio in Piazza San Venceslao, mentre un’altra piazza della città di Praga, prima dedicata all’Armata Rossa, ora porta il suo nome.

Così come in Polonia e in Ungheria, anche in Cecoslovacchia furono gli studenti i primi ad alzare la testa e a tracciare la rotta, a rappresentare l’avanguardia di tutti coloro che volevano la libertà per sé e per la Patria. È davanti a questi ragazzi che, con rispetto e deferenza, non possiamo fare a meno di ripensare a quella frase che afferma: «Nei momenti felici di una grande nazione, la gioventù prende gli esempi. Nei momenti difficili li dà.»

Minamoto

L’oblio di Lepanto [storia]

L’anno passato, siamo tutti stati testimoni dei festeggiamenti per il centocinquantesimo anniversario della creazione dello Stato italiano. In occasione di quella celebrazione, fra l’ipocrisia di molti tricolori e la banalità di certi sermoni, non pochi erano stati gli accesi scambi di opinione sulla questione dei finanziamenti: mentre alcuni avevano proposto di sospendere o limitare al minimo le celebrazioni, considerata la precaria situazione socio-economica in cui versava (e in cui versa tutt’ora) gran parte degli abitanti della penisola, altri, affermando che «non tutti gli anni si festeggiano i centocinquanta anni della nostra amata nazione», avevano sostenuto che il piano di finanziamenti non potesse essere rivisto perché già al minimo; oltre al fatto che, se fossero serviti, altri soldi si sarebbero comunque trovati, in quanto non si sarebbe mai fatto abbastanza per festeggiare una tale ricorrenza.

Alla fine, avevano avuto la meglio proprio le istanze di questi ultimi: anche nella città natale di chi scrive, la piccola, ma splendida Crema, nel 2011 non mancarono numerosi appuntamenti tesi a celebrare il Risorgimento, l’ultimo dei quali era consistito in una cerimonia per la fine dei restauri di una statua di Giuseppe Garibaldi, in cui le cariche istituzionali riunite si erano lasciate andare ai consueti elogi, con gran profusione di una retorica talvolta nauseante.

Ciò detto, viene da chiedersi se, nel 2011, la ricorrenza più importante da festeggiare fosse proprio il Risorgimento. Infatti, l’anno scorso è caduta un’importantissima ricorrenza, purtroppo passata quasi inosservata, degna di essere celebrata in quanto cara non solo alla mai completata nazione italiana, ma ai popoli dell’intera Europa: il quattrocentoquarantesimo anno dalla battaglia di Lepanto.

Combattuta il 7 ottobre del 1571 nelle acque antistanti il lido di Lepanto, in Grecia, questa naumachia fu uno dei più celebri e grandiosi scontri navali della storia: una battaglia che, insieme a quella di Poitiers e all’assedio di Vienna, costituisce uno dei memorabili scontri in cui i popoli d’Europa, riuniti in armi sotto i sacri vessilli della croce, difesero la civiltà europea e cristiana dalle mire espansioniste islamiche, al momento rappresentate dalla minaccia turco-ottomana. Nelle acque di un fatidico mattino di ottobre si ritrovarono più di cinquecento imbarcazioni (trecento turche e poco più di duecentocinquanta cristiane): tra le temibili galee cristiane vi era anche una nave cremasca, la «San Vittoriano», capitanata dal nobile ed esperto navigatore Evangelista Zurla, posta nell’ala destra dello schieramento, quella comandata dal prode ammiraglio genovese Gian Andrea Doria. La «San Vittoriano» era stata armata dopo l’appello «alla santa crociata» lanciato da papa Pio V e faceva parte del primo schieramento che rispose alla chiamata, quello riunito sotto l’egida della Serenissima Repubblica di Venezia (grazie al cui buon governo Crema prosperò per quasi quattrocento anni). L’Europa intera rispose all’appello del pontefice, allestendo un’imponente flotta al cui comando fu posto don Giovanni d’Austria, figlio naturale dell’imperatore Carlo V d’Asburgo, chiamato ad affrontare il temibile comandante della flotta ottomana, l’astuto ammiraglio Uluc Alì (Uccialli, pirata calabrese convertitosi all’Islam). La battaglia fu estremamente cruenta e sanguinosa: decine furono le navi affondate e migliaia i combattenti che perirono. Ma alla fine, la vittoria cristiana fu completa: lo stesso Uluc Alì cadde in battaglia insieme a più di trentamila dei suoi uomini. Ciò segnò il definitivo tramonto del controllo ottomano sul Mar Mediterraneo. Il rientro dei soldati cristiani fu trionfale e tutti gli uomini, come i loro comandanti, vennero celebrati come eroi della Vera Fede nelle rispettive città: a Crema, i vessilli alzati durante la battaglia da Evangelista Zurla sulla «San Vittoriano» (la bandiera celeste con Cristo crocifisso e il grande stendardo con il Leone di San Marco) furono esposti nel Duomo per un anno intero.

Davanti a un evento del genere, che coinvolse l’intero nostro continente e condizionò radicalmente il corso degli eventi storici, ci domandiamo se anche questi uomini non meritassero una commemorazione come minimo pari a quella che hanno ricevuto i Mille. Per gli ammiratori di Garibaldi potrà sembrare assurdo, ma, usando una metafora calcistica, Lepanto batte l’Unità d’Italia 440 a 150: non c’è assolutamente partita.

Irish Warrior

di Sole e Acciaio Inviato su Storia