L’Elisir di Vecchioni, viaggio nell’uomo [recensione album]

Vecchioni Elisir

Elisir è un album di Roberto Vecchioni pubblicato nel 1976 per l’etichetta discografica Philips. Il disco segue un tema conduttore: il viaggio che il cantautore compie attraverso personaggi storici, uomini, stili musicali. Non a caso la copertina mostra il «gioco dell’oca», che identifica la vita come percorso, con incognite, penalità, bonus e l’immancabile sorte dei dadi.

Elisir si apre con Un uomo navigato, insieme di riflessioni di un navigatore e riassunto del contenuto dell’album. La seconda traccia – capolavoro vecchioniano – s’intitola Velasquez, personaggio che il cantautore descrive come «navigatore mai fermo, mai domo, sempre presente là dove ci sia qualche ingiustizia da cancellare». Seguono le canzoni Effetto Notte, storia di un amore non concesso, e Le belle compagnie, particolare traccia che fa propria una famosa citazione dei fratelli Grimm per punzecchiare «l’anarchico» Fabrizio De André.

Il quinto brano narra il ritorno dall’Africa del poeta francese Arthur Rimbaud – il cui acronimo, A.R., dà titolo alla traccia – fino al porto di Marsiglia e l’agonia di quella gamba che sarà di lì a poco amputata. La sesta composizione si intitola Il suonatore stanco e pare un viaggio nella disillusione del cantautore, nell’apatia indirettamente svelata dalle azioni del soggetto. Spicca ora una dedica all’amico, cantautore e «compagno di ciucche» Francesco Guccini: Canzone per Francesco. Vecchioni, attraverso continui riferimenti alla discografia di Guccini, racconta il rapporto tra i due, lasciando intendere alcune critiche alla società e qualche pensiero comune ai due professori.

L’ottavo pezzo s’intitola Pani e pesci e si presenta come una filastrocca musicata per la quale Vecchioni prende in prestito personaggi del passato quali Cesare e Isabella di Castiglia che, in rima, «per tre notti si concede a chi la piglia». La canzone seguente è Figlia ed esprime in versi parole delicate e attente che un padre rivolge alla figlia, tra passato e futuro, pronunciando un augurio: «Non voglio che tu sia felice, ma sempre contro, finché ti lasciano la voce». L’ultimo pezzo, Pagando s’intende, chiude il viaggio con la storia di un fallimento umano e l’esaltazione del dolore del cantante. «L’uomo a cui è dato soffrire più degli altri, è degno di soffrire più degli altri», per chiudere con Gabriele D’Annunzio.

Antonius Block

Annunci

Kill ‘Em All, Metallica [recensione musicale]

Metallica albumGli anni ‘80 hanno rappresentato, dal punto di vista musicale, un decennio di grandi innovazioni. Se l’Inghilterra ha lanciato e consacrato, attraverso gruppi come Iron Maiden e Saxon, la cosiddetta «new wave of british heavy metal», negli Stati Uniti si vanno a gettare le basi di un nuovo genere musicale, caratterizzato da ritmi e tonalità decisamente più aggressivi. Di questo nuovo genere, che verrà chiamato dagli addetti ai lavori trash metal, i Metallica possono considerarsi a buon diritto tra i padri fondatori, insieme a band del calibro di Megadeath, Slayer e Anthrax. Il disco che andiamo a recensire ne rappresenta l’esordio e la consacrazione definitiva nel panorama del metal mondiale.

Kill ’Em All (questo il nome dell’album) si presenta musicalmente come un insieme di influenze di svariati gruppi «pionieri» del genere metal e crea un’interessante unione tra tonalità sulla scia degli Iron Maiden, toni cupi tipici di gruppi come i Venom e una forte aggressività che caratterizza questa prima fase della carriera del gruppo. A livello puramente tecnico, non ci troviamo di fronte a un album entusiasmante: la produzione risulta rudimentale e la competenza dei singoli elementi ancora notevolmente da affinare; alla voce, Hetfield si dimostra piuttosto inesperto, mentre la batteria spesso passa in secondo piano rispetto alle altre partiture sonore. Tuttavia, questi tratti minimali contribuiscono a dare al lavoro lo spirito spartano e aggressivo che sarà tipico del trash metal.

L’album è composto da dieci tracce tra loro logicamente slegate, ma musicalmente affini. I cavalli di battaglia sono sicuramente Hit the Lights, The Four Horsemen, Metal Militia e Phantom Lord. Da segnalare, in sede di composizione, la presenza di Dave Mustaine, che successivamente fonderà i Megadeath.

Nel corso degli anni, i Metallica si sono commercializzati non poco, pur mantenendo sempre lo spirito primigenio che ritroviamo nel disco qui presentato. Rispetto ai successivi Metallica, che non disdegnano di inserire partiture melodiche all’interno dei loro assalti sonori (quelli del cosiddetto black album), in questo disco c’è poco posto per la melodia; il titolo, in tal senso, rappresenta in pieno lo spirito che serpeggia per tutto il lavoro. Chi si accinge all’ascolto del metal duro non potrà dunque esimersi dall’ascolto di questa pietra miliare.

Ludovico Van

Una musica viva [recensione musicale]

Tutti Frutti+1

Da quattro anni si spostano per i locali del nord Italia e in particolare di Brescia, portando con sé un’energia incredibile. Un bassista e un batterista alla sezione ritmica, due fratelli con due anni di differenza alle chitarre e voci. Stiamo forse parlando degli AC/DC? L’ironia della sorte ha voluto che la formazione del celebre gruppo australiano corrispondesse a quella di un emergente bresciano: i Tutti Frutti+1.

Entusiasmo, passione per il Rock ’n Roll e una sorta di relazione filiale con gli AC/DC: sono questi ultimi, infatti, gli artisti che essi considerano propri maestri, coloro che li hanno spinti a prendere in mano gli strumenti, suscitando in loro «un’incredibile necessità di essere personalmente parte di quella musica», come afferma Picchio, il batterista del gruppo.

Fra i componenti si percepisce una forte unione, frutto di anni di musica suonata insieme, ma non solo: oltre al già accennato legame fraterno tra i due chitarristi, Alberto e Francesco, si aggiunge anche quello con il bassista Marco, loro cugino, e con Picchio, che si considera una sorta di fratello adottivo. Da ciò deriva una profonda sintonia, che si mostra in modo profondo nel loro stare insieme e, soprattutto, nel momento in cui prendono in mano gli strumenti.

Una sintonia che si avverte chiaramente anche durante le esibizioni live, dove essa sembra convertirsi in un’energia che si scatena tanto in loro quanto nel pubblico. «Ci piace pensare che la nostra sia un’energia positiva, un’energia divertente, che si percepisce quando la gente se ne va via contenta, al termine dei nostri concerti. Continua a rigenerarsi da quando ci siamo formati e vogliamo che la nostra musica continui a trasmetterla e a moltiplicarla», spiega Francesco. Durante i concerti, i Tutti Frutti+1 trovano il loro punto di forza: ogni componente del gruppo riesce a comunicare qualcosa di personale attraverso la musica, grazie a un approccio diretto con il pubblico, che è l’elemento essenziale e sempre calorosamente presente nei loro concerti. Ma la loro essenza è stata incisa anche su disco: Mai di no, il loro primo CD, è stato pubblicato nel novembre del 2011.

«Mai di no è stato il nostro primo lavoro: eravamo inesperti, eccitati dalla novità dell’esperienza e, sul momento, anche molto soddisfatti dei risultati ottenuti; col tempo ci siamo però resi conto che era ancora un’opera allo stato grezzo. La nostra maturità, dal punto di vista musicale, ha fatto certamente dei passi in avanti», commenta Alberto. Lui e il fratello avevano già composto buona parte dei brani che compaiono nel disco, mentre sono pochi quelli nati in seno al gruppo nella sua formazione completa. «Questo CD non è stato per noi un punto di arrivo, ma di inizio. Anzi, potrei dire che eravamo ancora a un metro prima della partenza! È un lavoro frutto della nostra spontaneità, ma la semplicità che ne traspare è completamente voluta. Crediamo fermamente che vi sia più magia in un brano formato da tre accordi che non in uno costituito da venticinque… e che siano le cose semplici a essere le più belle». Francesco si esprime, attraverso queste parole, a nome di tutto il gruppo. Ma qual è il messaggio che i Tutti Frutti+1 vogliono comunicare attraverso questo lavoro? Sono presenti rimandi a feste e concerti (Let’s Have a Party), alla spensieratezza e all’accontentarsi del necessario (Mai di no), a emozioni e sentimenti quotidiani (Skanfer azgona face). In sintesi, Mai di no vuole consigliare a chi lo ascolta di lasciar perdere i futili problemi di ogni giorno e guardare alla vita in modo più leggero, apprezzando quanto offre di bello a ognuno. Un pezzo come Quella voce, seconda traccia, è ritenuto il più riuscito: oltre a essere stato composto dal gruppo al completo, volge l’attenzione a una dimensione più intima, raccontando della voce che ognuno sente nel profondo e che dice quello che, nella più nuda sincerità, si desidera in realtà fare, pensare e seguire, al di là di quanto la società e gli altri pretendono o invitano a fare.

«Vogliamo scrivere dei brani che tocchino le persone nel profondo, che parlino loro di cose che vivono e sentono. Vogliamo che la nostra musica tocchi le nude corde dell’umano, facendolo in un modo semplice ed efficace», racconta Marco. «Ciò che personalmente amo di più è cercare di cogliere gli attimi più intensi che vivo per provare a trasformarli in musica. È meraviglioso sedersi per ore in sala prove, cercando di immortalare un odore, una sensazione o un evento attraverso l’insieme di note e parole». Quello che i Tutti Frutti+1 vogliono fare è restare il più lontano possibile dalla musica cosiddetta «commerciale», dove «si fa ascoltare alla gente quello che vuole sentire». Dice Francesco: «La nostra musica vuole invece scrivere quello che le persone sentono».

Si attende il prossimo disco, la cui uscita è prevista per la fine dell’estate 2015, al quale stanno attualmente lavorando. Sarà un lavoro totalmente nuovo rispetto al primo, sia per le diverse influenze che caratterizzeranno i nuovi brani, sia per il fatto che, questa volta, ogni pezzo sarà frutto di un’attività di gruppo, ove ognuno contribuisce nei piccoli passi che conducono alla realizzazione finale. Per il suo secondo album, il gruppo bresciano ha deciso di non porsi limiti in quanto a stile e sperimentazioni, scegliendo per esempio di richiamare anche generi musicali lontani dal Rock ’n Roll o di aggiungere degli strumenti che non aveva mai precedentemente utilizzato.

I Tutti Frutti+1 si stanno attualmente facendo strada nel mondo del rock bresciano, facendosi conoscere sempre più anche la di fuori della città natale. «Il Rock ’n Roll è una cosa seria», afferma Picchio, citando il sassofonista dei Rock ’n Roll Kamikaze. Nel genere musicale che ha spopolato dai primi anni ’50 negli Stati Uniti per arrivare poi sino in Europa, essi vedono una cultura e uno stile di vita che ricerca, com’era nel primo periodo post-guerra, una risposta al bisogno di divertimento, allegria e spensieratezza. Il Rock ’n Roll, per i Tutti Frutti+1, più che un genere musicale è percepito come un modo di porsi di fronte alla musica: è un entusiasmo vitale, un’attitudine positiva con la quale guardare agli eventi.

Questa è la loro filosofia musicale. Una filosofia che è stata incisa sul loro primo disco e alla quale danno vita ogni volta che si esibiscono nei loro emozionanti concerti.

Elettra

The concerts in China [recensione musicale]

LogoNato a Lyon nel 1954 e cresciuto a Parigi, Jean-Michel Jarre sviluppò fin dagli esordi un approccio che, superando la tradizione classica, si muoveva nell’alveo della musica concreta, in cui la composizione è considerata non come successione di note, ma di puri suoni. Il suo primo disco, Oxygéne (1976), rivoluzionò la scena elettronica, allora dominata dai tedeschi Kraftwerk e Tangerine Dream, con un’esperienza che, anche dal punto di vista della qualità audio, andava oltre ogni cosa udita prima. I due lavori successivi, Equinoxe (1978) e Magnetic Fields (1980), furono anch’essi pietre miliari. Il carattere puramente strumentale dei suoi dischi ne permise l’esportazione in luoghi di solito refrattari alla cultura occidentale: oltre che in Europa, Jean-Michel Jarre ottenne un grandioso successo in Asia, tanto da essere il primo musicista occidentale a esibirsi in Cina.

I cinque concerti, tenuti a Pechino e Shanghai nel novembre 1981, vennero raccolti nel doppio album The Concerts in China: più che un’autocelebrazione, un’autentica esperienza estetica. A dispetto del nome, The Concerts in China non è del tutto un disco dal vivo: le registrazioni, di cattiva qualità, dovettero essere mixate con parziali rifacimenti in studio. Al di là di ciò, le rivisitazioni dei grandi successi si avvalgono degli incredibili progressi svolti dalla tecnologia nei pochi anni trascorsi, rivelando, rispetto agli originali da studio, movimenti più complessi e un uso dei campionamenti che diventerà una costante dell’artista. Notevoli sono pure Fishing Junks at Sunset, suggestiva rivisitazione di un motivo popolare cinese suonata con l’Orchestra sinfonica di Pechino, e pezzi inediti come Arpegiator, Laser Harp, la trionfale marcia Orient Express e la psichedelica A Night in Shanghai. A chiudere, Souvenir of China, composta e registrata al ritorno in Francia, riunisce le impressioni della tournée cinese in un affresco di rara intensità.

In sintesi, The Concerts in China costituisce un ascolto irrinunciabile per la cura del suono e degli arrangiamenti, per l’importanza storica nell’incontro Cina-Occidente, ma anche per gli influssi sulla musica successiva. Reclamato dalla scena techno ed eurodance quale padre artistico, Jean-Michel Jarre è uno dei maggiori responsabili del proliferare di dj che, dalla Francia, muovono alla conquista del mondo. A volte i capolavori musicali hanno gli esiti più impensabili.

Jean Grenouille

Adiós amigos [recensione musicale]

Se gli anni Ottanta erano stati il decennio del glam e dei colori pastello, all’inizio degli anni Novanta campeggiavano il grigio e la depressione portate in auge dai gruppi grunge come i Nirvana; fu proprio in un tale periodo di continui cambiamenti, nel 1995, che un quartetto di New York lasciò l’ultimo segno: seppur non più giovanissimi, i Ramones diedero alla luce un lavoro del calibro di «Adiós amigos», ricco di energia e fedele al loro solito stile, quel New York Punk di cui erano stati senza dubbio i maggiori esponenti.

Il disco si apre con una rivisitazione di I Don’t Wanna Grow Up di Tom Waits che, calata nel periodo di composizione del lavoro, come tutto il resto dell’album ha un retrogusto malinconico, quasi il gruppo non si volesse arrendere all’avanzare degli anni e all’imminente ritiro dalle scene. Makin’ Monsters For My Friends, poi, è il classico pezzo alla Ramones, rapidità nell’esecuzione e molta energia. La verve artistica non è per nulla svanita: una canzone come It’s Not For Me To Know allude all’imminente ritiro del gruppo, che però torna subito a esibire le melodie dei tempi andati nella bellissima Life’s A Gas, classico punk melodico le cui sonorità verranno prese a esempio da gruppi allora emergenti come i Green Day.

Seconda cover del disco è I Love You, originariamente dei Johnny Thunder & The Heartbreakers, dal piacevole andamento ancora una volta rivisitato in stile Ramones dei vecchi tempi.

In chiusura del disco i Ramones si concedono addirittura, con She Talks To Rainbows, quella che è probabilmente la migliore ballata di tutto il loro repertorio. Il canto di Joey, molto toccante, raggiunge il culmine nel ritornello. Canzone finale (prima della traccia fantasma Spiderman, che rivisita la sigla dell’omonimo cartone animato), è Born To Die In Berlin, pezzo autobiografico scritto dal bassista Dee Dee, che parla del suo avvicinamento alla droga quando, da giovane, viveva a Berlino.

Come il titolo preannunciava, «Adiós amigos» fu l’epitaffio dei Ramones: se il disco non avesse raggiunto un livello dignitoso di vendite, il gruppo si sarebbe ritirato. Quando, dopo pochissime settimane, il disco uscì dalle classifiche, il quartetto newyorkese tenne fede alla promessa. Eppure, nonostante il mercato musicale non abbia dato loro ragione, i Ramones rimangono e rimarranno sempre un gruppo imprescindibile per chiunque si richiami alla Punk Rock Old School.

Ludovico Van

Pica! [recensione musicale]

Pica! album

Nello scenario italiano, in pochissimi riescono a coniugare efficacemente musica e tradizioni linguistiche territoriali. Il cantautore comasco Davide Bernasconi (in arte Davide Van De Sfroos) è certo uno di questi pochi, avendo portato anche sullo schermo televisivo il linguaggio della propria terra con accattivanti accompagnamenti musicali.

Pica!, uscito nel 2008, è il suo quarto lavoro in studio, ove si può apprezzare la capacità di Davide nel raccontare storie, in particolare mettendo in evidenza quelle degli umili, dei reietti e di tutti coloro i quali difficilmente riescono a trovare spazio nella patinata musica odierna.

Il disco proietta l’ascoltatore in una dimensione col sapore del tempo passato, popolata di personaggi particolari: a partire da «l’Alain Delon de Lenn», o Cimino, che si troverà faccia a faccia con la guardia di finanza e sarà costretto a tuffarsi nel lago per fuggire. Ne Il minatore di Frontale ci viene raccontata la storia di un minatore, fatta di fatica e sacrifici: i toni allegri cedono il passo a una lenta ballata che ben esprime lo stato d’animo del minatore, che alterna scoramento e speranza. I toni pacati trovano prosecuzione nella traccia che dà il titolo al disco: una bellissima ballata accompagnata da solo pianoforte e un testo molto profondo prendono per mano l’ascoltatore in una delle canzoni più meditative dell’intero lavoro.

Ne Il costruttore di motoscafi trova spazio la storia di un costruttore di barche, che conosce tutti i segreti del mestiere appresi dal padre, segreti che tramanderà a sua volta ai figli: un’altra storia molto radicata nel territorio.
Il cavaliere senza morte comincia con un incedere quasi orchestrale, nettamente distaccato dai toni tipicamente folk che la fanno da padrone nelle partiture di Van De Sfroos.

Il disco si chiude con la singolare Retha Mazur, sorta di mantra ipnotico che segna il congedo dell’artista.

Davide Van De Sfroos è passato agli onori della cronaca con Yanez, la canzone presentata al Festival di Sanremo del 2011, che lo ha fatto conoscere anche a un pubblico non propriamente appassionato di musica e tradizioni territoriali. Un consiglio spassionato è di approfondirne la conoscenza, ascoltando questo lavoro traccia dopo traccia: è ricco di contenuti semplici che scavano però nel profondo dell’essere umano. Un disco veramente tutto da esplorare.

Ludovico Van

Devoid Of Illusions [recensione musicale]

 Copertina EchO - Devoid of Illusions (2011)

Tutto ebbe inizio quando, il 15 aprile 2012, chi scrive e un altro membro della redazione ascoltarono gli (EchO) di spalla agli Agalloch presso il Carlito’s way di Pavia, rimanendo estasiati dalle sonorità che il gruppo bresciano seppe sprigionare durante l’esibizione. È quindi con grande piacere che ci apprestiamo a recensire il loro lavoro.

Primo studio album per il gruppo, pubblicato nel 2011, Devoid Of Illusions si va subito a porre in una posizione di punta nella scena doom metal italiana. Il disco infatti racchiude in sé tutte le caratteristiche fondanti del genere: ritmi cadenzati, grandi inserti melodici e, dal punto di vista vocale, una forte alternanza di growling con tonalità più pulite.

Dopo l’introduzione, le danze vengono aperte da Summoning Of The Crimson Soul. Nell’arco dei nove minuti di esecuzione del brano, si dipana una lunga serie di emozioni: un inizio possente lascia presto spazio a ritmi meno sostenuti, in cui le chitarre giocano un ruolo fondamentale, andando a tracciare stupende melodie. Fin da subito si capisce che si è di fronte a un lavoro di primissimo livello.

In The Coldest Land emergono forti influenze da parte di gruppi dark melodici: il brano ripropone la coppia vincente caratterizzata da parti meditative alternate a veri e propri assalti sonori con un uso magistrale del growling.

Il lavoro prosegue con Internal Morphosis: un inizio in sordina fa da preambolo a sonorità brutali e imponenti che ci portano senza esitazione a eleggere questo brano quale pezzo più violento di tutto il lavoro. A tratti, anche i ritmi si fanno più serrati rispetto alle partiture cadenzate e meditative tipiche dello stile doom. In Disclaiming My Fault si segnala un uso indovinassimo del pianoforte che conferisce al pezzo una sfumatura raffinata e quasi aristocratica. Once Was a Man è la canzone decisamente più tranquilla dell’intero lavoro, in cui l’ascoltatore può meditare prima di trovarsi di fronte all’ultimo pezzo, che presenta anche una sorpresa: la collaborazione di Greg Chandler degli Esoteric, vera ciliegina sulla torta che porta alla conclusione un lavoro degno di nota.

Agli (EchO) vanno i più sinceri complimenti per il lavoro e per portare alta la bandiera di Brescia nella scena metal italiana e non solo. Spesso vale davvero la pena di sostenere i gruppi locali, seguendoli in concerto e acquistando i loro lavori.

Ludovico Van

(EchO) – pagina ufficiale

Apollo [recensione musicale]

Apollo disco

Per questo numero siamo andati a scovare un lavoro assolutamente inusuale, pubblicato nel 1983 dal funambolico polistrumentista inglese Brian Eno, ex-tastierista della nota glam rock band Roxy Music, nonché produttore di numerosi dischi degli U2, a partire da The Unforgettable Fire, e dei Coldplay da X & Y in poi. «Non musicista» per autodefinizione, Brian Eno sforna un lavoro non pienamente comprensibile a un primo ascolto, che tuttavia diviene estremamente affascinante se colto nella sua interezza e indagato in profondità. Consigliamo, per chi si volesse cimentare con una tale esperienza sonora, di ascoltare il disco in un momento di silenzio e di raccoglimento quasi mistico: entrerete così nell’universo di suoni che il non musicista di Woodbridge ha architettato in compagnia del fratello Roger e del fido collaboratore Daniel Lanois. Dopo un inizio privo di forti sobbalzi che immerge l’ascoltatore in un’atmosfera siderale, si arriva al soffuso fluttuare di Signals e si scivola verso An Ending (Ascent), testimonianza tangibile di come in musica le emozioni non vengano veicolate solo con le parole. È come se Eno convertisse in poesia i suoni emessi dai suoi sintetizzatori. I toni onirici proseguono con Drift, altro invito ad abbandonarsi ai paesaggi cosmici evocati dalle note.

Ritmi diversi si fanno invece sentire in Silver Morning, in cui si affacciano gli accordi di una chitarra, scelta che viene portata avanti anche nella successiva Deep Blue Day. Da qui inizia il lento, ma costante incedere verso la fine: in tracce come Always Returning e Stars, il maestro ci prende per mano e ci accompagna alla porta d’uscita di questo vero e proprio viaggio extrasensoriale.

Il lavoro, come già detto, è di fruizione tutt’altro che semplice: l’assenza totale di voci potrebbe per alcuni essere un vero e proprio ostacolo, rendendo magari l’ascolto piuttosto tedioso; tuttavia, la scelta di non inserire interventi vocali è del tutto conforme all’intento di Brian Eno di proporre un lavoro molto meditativo, in cui viene dato spazio totale ai suoni e alle multiformi immagini che essi sono in grado di creare.

Apollo è consigliato a tutti gli appassionati di musica in maniera trasversale, per conoscere le mille vie percorse dal più poliedrico e innovatore degli artisti del suono del secondo Novecento; ma anche solo per apprezzare a quali confini giunse la sperimentazione musicale nell’ormai lontano 1983.

Ludovico Van

The Man-Machine [recensione musicale]

Kraftwerk - The Man-Machine copertina

The Man-Machine, settimo lavoro dei tedeschi Kraftwerk, rappresenta un punto di notevole importanza all’interno della loro discografia, degno successore dei due capolavori precedenti, Radio-Activity (1975) e Trans-Europe Express (1977).

Uscito nel 1978, il disco fu subito al centro di polemiche scatenate da una stampa più avvezza agli scandali che alla musica: i componenti del gruppo, in particolare i fondatori Ralf Hütter e Florian Schneider, vennero accusati alternativamente di essere filo-nazisti o filo-comunisti in virtù di bizzarre interpretazioni sulla copertina, nella quale i quattro membri del gruppo, vestiti allo stesso modo, erano ritratti in una posa che, a detta degli accusatori, richiamava certe propagande dittatoriali.

Dal punto di vista musicale, decisamente più importante delle quisquilie di cui sopra, The Man-Machine rappresenta senza alcun dubbio il lavoro più completo del gruppo: in esso già si intravedono sonorità poi divenute tipiche degli anni ’80, ma non manca l’impronta sperimentale che rese celebri i Kraftwerk, generando vastissime influenze; pensiamo solo ad artisti fra loro diversissimi come i Daft Punk, Africa Bambaata, i Chemical Brothers, i Rammstein e molti altri che spopolavano negli anni ‘90: senza i lavori dei Kraftwerk a cui attingere, molto probabilmente le loro sonorità sarebbero state molto diverse.

Il disco è un continuo eppure coerente variare di toni e sensazioni: si parte dai ritmi cibernetici e razionali di The Robots per passare a pezzi tipicamente elettronici come Spacelab, con frequente uso del vocoder. Le sonorità elettroniche lasciano il posto a toni più orecchiabili in The Model, autentica anticipazione del pop odierno che verrà poi reinterpretata da moltissimi artisti, fra cui i già citati Rammstein. A chiudere il disco vi è il pezzo eponimo: un ritmo ipnotico e ripetitivo accompagna l’ascoltatore al termine di un’indimenticabile esperienza di ascolto.

Descrivere con le parole un lavoro musicale tanto complesso, soprattutto di un genere che a un ascolto disattento può sembrare ostico, di certo non rende il dovuto tributo all’opera; tuttavia il disco, ben noto agli ascoltatori più esperti, è un ascolto irrinunciabile soprattutto per i più giovani, magari appassionati dei gruppi più recenti sopra citati. Recuperare simili lavori e mantenerne viva la memoria è non solo una questione estetica, ma anche un modo per comprendere la musica attuale: perfino la più deleteria ha le proprie radici qui, fra i solchi di The Man-Machine.

Ludovico Van

World of appearance [recensione musicale]

Nel panorama della musica alternativa bresciana, vi è una galassia di gruppi musicali giovani e innovatori. Musica per passione, autofinanziamento, sacrifici: sono gli ingredienti per tutti coloro che sono ben decisi a mettere in atto la propria inclinazione al ritmo.

I Trade of Faith sono uno di questi gruppi. Compongono seguendo i generi nu-metal e crossover e hanno scelto un nome significativo, che tradotto in italiano significa «commercio di fede». Nel disco d’esordio, World of appearance (2011), concentrano la rabbia di una generazione che in nessun modo vuole scendere a patti con un mondo in cui si conosce il prezzo di tutto, ma il valore di niente. Uno sfogo, certamente, ma dai testi, tutti in inglese, traspare anche la voglia di ricominciare e scrollarsi di dosso i falsi sorrisi per mandare in frantumi i cristalli levigati della società del consumo.

Apre le danze Music soldier, un inno alla lotta assidua e silenziosa contro l’inerzia di chi, per dirla con Seneca, «si lascia vivere». Una guerra di appostamento nella quale il nemico è vicino a noi, tra noi, dentro di noi. Dalle parole prorompe, quasi gridata, la rabbia che potrebbe covare un cecchino, mista alla pazienza di chi sa aspettare, senza fretta, ma senza tregua, il momento giusto per la rivincita. Nel disco, nessuna traccia è inserita casualmente: con My role inizia a scorrere il pendolo sul quale il nemico appare ora esterno e ben visibile, ora interiore e mimetizzato. La tematica militare lascia poi spazio alla consapevolezza: «I’m not a slave, break my chains!» culmina la voce femminile, scandita ritmicamente dalla batteria. Il lavoro prosegue con No muzzle, Pride, With no tricks ed è sigillato dal brano che racchiude il senso dell’intero disco, ricalcandone non a caso il titolo: World of appearance trascina a galla la subdola venalità del mondo moderno, che, per la durata di una traccia, ci mostra il suo vero volto. Ora che abbiamo vissuto, anche solo per qualche minuto, la realtà senza maschera, anche chi ascolta è consapevole di vivere nel «mondo dell’apparenza».

Di certo sarà questo ambiente, fresco e dinamico, a dire qualcosa nel mondo della musica italiana; non l’immobilismo del festival di Sanremo o le meteore lanciate ad arte su MTV. Nel mezzo di un conflitto generazionale e culturale, dovrebbe essere un dovere sostenere i gruppi musicali emergenti. La ricetta è più semplice di quel che potrebbe sembrare: una birra in più al bar dietro casa ad ascoltare un gruppo locale e una serata in meno sul divano, davanti al Festivalbar.

Spartacus

facebook.com/Tradeoffaith

La mano di gloria [recensione musicale]

Che gli IANVA fossero un gruppo musicale in grado di sfornare lavori dal fortissimo impatto emotivo, dove ogni canzone si lega direttamente all’altra e dove il pathos la fa da padrone, l’avevano già dimostrato nei due ottimi lavori intitolati l’uno Disobbedisco! (2006) e l’altro Italia: ultimo atto (2009).

Nel loro ultimo disco, intitolato «La mano di Gloria», gli artisti genovesi orientano le proprie visioni verso un futuro (forse fin troppo prossimo) inquietante, nel quale ci viene offerta la visione di un’Italia finita tra le mani di un manipolo di persone senza scrupoli, il tutto sotto una cupa cappa di decadenza generale. In questa realtà difficile da sopportare trovano spazio di azione diversi personaggi che cercheranno di sfidare gli architetti di un mondo distorto, mettendo in mostra le loro doti di virtù e di eroismo.

Sotto il profilo strumentale ci troviamo di fronte a un lavoro che difficilmente si può inquadrare all’interno di un genere musicale ben preciso: sommariamente potremmo inserire il gruppo nell’ambito dello scenario neo-folk, definizione che rimane comunque riduttiva: le composizioni sono costruiti su strumenti musicali tradizionali (chitarre, trombe, violini, fisarmoniche) ai quali vengono affiancati strumenti elettronici, che danno agli arrangiamenti un tono a sprazzi visionario. Altra caratteristica, per altro tipica della compagine genovese, sono i ritmi marziali che accompagnano ogni canzone.

Così come già dimostrato nei lavori precedenti, nulla viene lasciato al caso: un plauso particolare va rivolto alla scelta grafica per il voluminoso libretto, curata dalla mano sopraffina di Dinamo Innesco Rivoluzione, che ci offre splendide immagini molto ben intonate alla musica e alle suggestioni da essa prodotte. Tra l’altro, sulla rete il gruppo ha comunicato che il disco anticipa un omonimo libro che verrà pubblicato da Mercy, il cantante del gruppo. Accogliamo questa notizia con grande curiosità, ma soprattutto con la voglia di vedere se il lavoro letterario sarà dello stesso calibro del prodotto musicale.

L’Italia è ricca di fenomeni, sia dal punto di vista musicale, sia da quello della scrittura di testi; purtroppo questi ultimi risultano spesso messi in secondo piano; e gli IANVA sono un chiaro esempio del contrario. Un applauso per loro, per le loro scelte musicali lontane da ogni compromesso commerciale, per i testi mai banali e in genere per la cura con cui portano a termine i loro lavori. Con la speranza, da bresciani, che vengano più spesso a suonare in concerto da queste parti.

Ludovico Van

CCCP: Affinità e divergenze [recensione musicale]

In questo disco (titolo completo 1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi – Del conseguimento della maggiore età) sono contenuti alcuni dei pezzi più significativi che hanno reso celebre il gruppo emiliano CCCP Fedeli alla linea, il cui genere viene definito ironicamente dagli stessi fondatori Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni «punk filosovietico – musica melodica emiliana».

A una scelta musicale volutamente minimale (giri di chitarra ipnotici, semplici e ripetitivi, accompagnati da massicci interventi di drum machine a impartire ritmi marziali) si affiancano le parole profetiche di Giovanni Lindo Ferretti, figura interessantissima per quanto riguarda la musica italiana degli anni ’80 e ’90. Egli stesso dichiarò, nel documentario intitolato Tempi moderni, di voler esternare sensazioni solo attraverso le canzoni del gruppo, affermando: «Le parole mi costano uno sforzo grande: […] vorrei parlare nella misura dello stretto necessario». Forse i pensieri di Giovanni Lindo non emergono sempre in maniera chiara dai tesi, ma sicuramente da essi si intuisce il suo animo inquieto, di un ragazzo che a un certo punto della vita ha lasciato le montagne e ha iniziato a girare il mondo in cerca di sé stesso.

Nel disco emergono stati d’animo contrastanti: in «Mi ami?» fin dall’inizio affiora un tono goliardico tramite una serie di arditi ossimori; «Valium Tavor Serenase», si divide nettamente tra veri e propri assalti sonori e ritmi popolareggianti; con «Morire» si tocca forse il punto più alto di tutto il disco: Ferretti si serve di Mishima e Majakovskij, entrambi suicidatisi, per trattare della morte con parole che forse molti avranno pensato, senza però riuscirle a esprimere; in «Io sto bene» viene tracciato il ritratto veritiero di una società priva di stimoli e sempre più appiattita; per finire citiamo la lunga e ipnotica marcia conclusiva «Emilia paranoica».

Insomma, 1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi – Del conseguimento della maggiore età è un disco di non facile interpretazione: a molti potrà sembrare banale, semplice e ripetitivo, mentre invece cela una grande intelligenza artistica, una notevole capacità nell’utilizzo delle parole e, a modo suo, della musica. Un disco non facilmente classificabile in un genere musicale ben definito, ma che è stato un vero e proprio punto di riferimento per molti gruppi e artisti del rock alternativo italiano degli anni ’90.

Ludovico Van