Lo Hobbit di Tolkien: una compagnia disperata [recensione libro]

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Lo Hobbit di John Ronald Reuel Tolkien non è una semplice fiaba, ma un grande romanzo d’avventura. Conosciuto spesso per essere il prequel de Il Signore degli Anelli, la magica storia narrata non avrà lo stesso stile, né lo stesso tono di quello che è stato definito «il libro» del XX secolo; ma non per questo ne rimane una semplice costola. Anzi, Lo Hobbit fu scritto prima e, per quanto steso da un Tolkien sicuramente più acerbo (ma non troppo), è comunque in grado di far respirare e assaporare la stessa atmosfera magnifica, per non dire epica.

La storia narra del viaggio condotto dal noto Bilbo Baggins, scaraventato fuori dai tranquilli e pacifici confini della Contea per raggiungere Erebor, la montagna solitaria, terra natia usurpata da un feroce drago. Lungo il cammino lo hobbit, accompagnato da alcuni nani, attraversa da ovest verso est la Terra di Mezzo, incontrando troll, orchi, elfi e uomini, insieme a tante altre creature pericolose e magnifiche, in luoghi misteriosi e affascinanti, spesso persino inquietanti. È qui che Bilbo conosce Gollum e, tramite l’astuzia e l’inganno, riesce a sottrargli l’Unico Anello, la cui importanza per Il Signore degli Anelli è famigerata.

Sebbene sia scritto con uno stile adatto a un pubblico molto giovane, Lo Hobbit è tutt’altro che un semplice libro per bambini: il carattere mite ma coraggioso di Bilbo, la regalità e l’avarizia del re Thorin, la saggezza di Gandalf, la bellezza e la superbia degli elfi e l’eroismo, spesso spavaldo, degli uomini dipingono perfettamente alcune delle caratteristiche che noi lettori spesso e volentieri non ricordiamo di possedere.

Lo Hobbit è anche un viaggio inaspettato condotto da una combriccola «disperata», al cui interno nascono duraturi rapporti di amicizia animati da una reciproca e sincera solidarietà. È una grande avventura verso quello che, romanticamente, può essere definito un grande sogno o un grande amore: uno splendido tesoro, o, ancora di più, la propria patria. Un cammino che non manca di lasciare il segno nel piccolo protagonista e nei suoi compagni di viaggio che, andata e ritorno, vivranno la storia più importante della loro vita; una storia che dà uno stimolo a chi, al giorno d’oggi, vive in un mondo sempre meno avventuroso, in cui lo spirito di gruppo latita e l’egoismo avanza, l’avventura rischia di perdersi nella meccanica e la tranquillità nella routine.

Rasputin

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Le api di vetro [recensione libro]

Le api di vetroLe api di vetro è un romanzo dello scrittore e filosofo Ernst Jünger. Attraverso la storia del protagonista Richard, Jünger tratta un tema cruciale dello sviluppo della società postbellica e del modus vivendi dell’uomo moderno: la crescente onnipresenza della tecnologia. Richard è un ex cavalleggero tedesco che ha combattuto le guerre mondiali e che, portatore d’una cultura ormai diversa e forse obsoleta, forgiato con un’educazione di valori e nel militarismo, si ritrova spaesato dal mutamento che la comunità ha subito nel secondo dopoguerra. Con la riconversione industriale e sociale, anche il singolo uomo deve contribuire alla grandezza della patria: non più con le armi, ma con il lavoro.

Così, Richard necessita di un impiego per vivere e, tramite l’ex camerata Twinnings, lo trova alle industrie di Giacomo Zapparoni, imprenditore di fama mondiale, celebre per il monopolio nella produzione di robot. La tematica centrale del romanzo si palesa quando, durante l’attesa del colloquio di lavoro con l’imprenditore, Richard siede nel giardino dell’industriale e, con meticolosa cura nell’osservazione dei particolari, nota una dettaglio agghiacciante: le api sono dei robot! La grottesca evoluzione tecnologica appare quindi come un perfezionamento supremo della natura, dagli insetti agli esseri umani.

Nelle induztrie Zapparoni, l’innovazione è il ruolo fondamentale degli scienziati, ben pagati e trattati, di modo che non abbiano motivo di trasferire i propri know how alla concorrenza. Ciò rende perplesso Richard, che affermerà: «Tutta gente che non montava a cavallo e si nutriva di cibo crudo con dentature artificiali. Un cretino matematico provocava in un secondo maggiori sciagure del grande Federico nelle tre guerre di Slesia».

L’impostazione tecnocratica della realtà prevede l’alienazione dell’uomo e del valore delle cose, stabilito secondo l’aspetto utilitaristico ed economico. Richard viene assunto e può così portare a cena la moglie, arrendendosi forse al nuovo ruolo dell’uomo moderno. Il nostro futuro si fa grottesco: riuscirà l’uomo a soverchiare il materialismo e la tecnocrazia, ristabilendo l’essenza della vita secondo ideali, sentimento di unità, azione politica e sociale? O il futuro sarà come previsto: monopolizzato dalla tecnologia, influenzato dai media di regime zapparoniani-capitalistici e «perfetto», inteso come assenza di dissonanze, fede e utopie?

Antonius Block

Elogio della guerra [recensione libro]

Fini Elogio della Guerra

Scrittore, saggista, giornalista. Massimo Fini è uno di quegli autori che, tra i tanti titoli, non vorrebbe sicuramente essere etichettato come «intellettuale»: preferirebbe piuttosto essere circoscritto ai «provocatori» – in senso costruttivo, si intende. Il titolo del breve saggio Elogio della guerra (Tascabili Marsilio, 129 pagine) è emblematico: Fini ha il preciso obiettivo di creare uno choc mediatico e di far scoppiare le bolle di sapone degli argomenti tabù, gettando un ponte al di sopra delle posizioni ufficiali e convenzionali; come è prevedibile, del resto, per chi già lo segue nelle sue numerose pubblicazioni, da Il Gazzettino a Il Fatto Quotidiano.

La tesi di fondo è che l’avvento della bomba atomica, con l’impossibilità per le giovani generazioni di conoscere la guerra tradizionale, abbia lasciato un vuoto esistenziale nell’uomo contemporaneo. La guerra della preistoria, combattuta per i bisogni più elementari; la guerra medievale, cavalleresca o mercenaria; la guerra moderna, basata sui grandi conflitti tra Stati nazionali: con i loro pregi e difetti, ognuna di queste tipologie dava all’uomo una concreta risposta, un terreno di vita extra-ordinario nel quale vivere intensamente l’esperienza di una realizzazione autentica, feconda e ancestrale (guerra come «festa crudele», come «gioco di tutti i giochi» come «eros ed epos»). Nel corso della Guerra Fredda (la prima edizione di Elogio della guerra risale al 1989) gli uomini avvertirono per la prima volta la mancanza della guerra tradizionale: la generazione del ’68 si è creata così la propria guerra, riversandola nell’ambito della rivoluzione politica. Le generazioni successive non hanno invece saputo trovare altri sbocchi, cadendo così in un tunnel fatto di droghe, alienazione sociale, pacifismo obbligato e femminilizzazione.

Il saggio è scritto in maniera scorrevole e documentata, elementare ma allo stesso tempo puntuale nella riflessione; parecchi sono gli spunti sulle letture correlate, tutte segnalate in nota ed eclettiche nel vero senso del termine (si va dal Vangelo di Matteo a Karl Marx, da Napoleone Bonaparte a Franco Cardini). Se l’analisi è impeccabile, a nostro parere sarebbe stato tuttavia doveroso dedicare maggiore spazio alle possibili soluzioni socio-politiche. Lasciamo nel frattempo al lettore immaginare quali proposte avrebbe avanzato Massimo Fini, se il saggio fosse stato scritto venticinque anni dopo, ovvero al giorno d’oggi.

Spartacus

Narratori delle pianure [recensione libro]

Narratori delle pianure copertina

La pianura accompagna l’uomo fin dalla sua origine. Anzi, poiché le piane fertili permisero la nascita dell’agricoltura e di società complesse, si può dire che senza pianure non vi sarebbe alcuna cultura umana; non è un caso se, ne L’uomo e la tecnica (1931), Oswald Spengler identificava nello spaziare dello sguardo sulle superfici di mari e pianure il motore del progresso. Col proprio distendersi privo di punti di riferimento «la pianura accoglie, non allontana; tende a inglobare e a confondere, anziché dividere e frantumare», come scrive Giuseppe Lupo a proposito delle scritture padane del Novecento.

Narratori delle pianure (Feltrinelli, 1985) di Gianni Celati sintetizza tale idea in trenta brevi racconti il cui intento è recuperare un tipo di narrativa orale a metà fra dicerie e storie intorno al focolare; ciò, oltre all’osservanza dei principi di leggerezza e rapidità teorizzati in quegli stessi anni da Italo Calvino, amico e collega dell’autore, spiega un impianto stilistico vicino alla lingua colloquiale con scelte come la sostituzione del tempo narrativo zero, il passato remoto, col passato prossimo predominante nella parlata settentrionale. L’orizzonte di Celati è un mondo quotidiano, talvolta minimale, nel quale è però sempre viva l’imprevedibile dinamicità dell’esistenza, argomento non a caso di alcuni dei racconti più riusciti, come il magistrale Storia d’un apprendistato e il quasi picaresco La ragazza di Sermide. Per quanto l’autore si riveli più originale nel raffigurare personaggi vagolanti per il labirinto di nebbia, fiumi, strade di campagna, città e paludi chiamato Padania (Bambini pendolari che si sono perduti, Giovani umani in fuga), altrettanto validi sono i racconti più intimisti (Cosa è successo a tre fratelli calciatori, Idee d’un narratore sul lieto fine, Meteorite dal cosmo, Allo scoperto, Vita d’un narratore sconosciuto e La macchina del moto perpetuo di seconda specie); caso a sé La città di Medina Sabah, che nella cornice di un matrimonio modenese inserisce un gustoso apologo africano dai toni odissiaci.

Con Narratori delle pianure Celati riesce nel doppio intento di costruire un cosmo vivido e dominare una forma letteraria ardua come il racconto breve. La qualità del risultato è apprezzabile da qualsiasi lettore, ma colpirà in modo particolare chi, nato in queste terre, è cresciuto dando le spalle alle Alpi e scrutando la pianura distesa in lontananza.

Scevola

Una vita a modo mio [recensione libro]

Carlito's WayMy Way, cantava Frank Sinatra nel 1968. La mia via, a modo mio. Non è un caso che My Way sia la canzone preferita da Carlito Brigante, il protagonista di una coppia di romanzi scritti negli anni ’70 da Edwin Torres, giudice americano di origini portoricane. E proprio Una vita a modo mio è il titolo italiano della raccolta comprendente entrambi i romanzi (rispettivamente Carlito’s Way e After Hours). Torres, prendendo a piene mani dalla sua esperienza personale e da numerosi casi di cronaca, ricostruisce la vita di Carlos Brigante, detto Carlito, portoricano di Harlem.

Per un giovane ispanico, la vita nel ghetto di New York appare piena di incertezze e difficoltà: condannato a una vita di espedienti, Carlito deve destreggiarsi sin dalla nascita fra piccoli furti, risse e vessazioni subite dai più numerosi e organizzati neri e italiani del quartiere. Partendo dagli anni ’40 fino ad arrivare agli anni ’70, Torres ripercorre la vita di Carlito; il protagonista, grazie a una buona dose di determinazione e coraggio, riesce a farsi velocemente un nome nel sottobosco criminale newyorkese, compiendo il salto di qualità e riuscendo addirittura a ottenere il rispetto e l’amicizia dei potenti gangsters di Little Italy. Ma per chi vive la strada «a modo suo» non c’è posto per gli affetti e per l’amore. Lo scoprirà a proprie spese Carlito, che, innamoratosi follemente di una giovane americana, farà di tutto per tenerla lontana da sé e dal proprio modo di vivere.

Brigante non è tuttavia un criminale come gli altri: conosce le regole della strada e dell’onore e, soprattutto, le rispetta. Nonostante tutto e nonostante tutti. Per lui la parola data e la fedeltà agli amici sono i valori fondamentali dell’esistenza; lo dimostrerà con il sacrificio della vita stessa, quando il suo avvocato cocainomane lo trascinerà in una spirale di corruzione, tradimenti e omicidi che lo porterà prima al carcere e, infine, alla morte stessa. Una vita a modo mio è una sorta di epopea della vita di strada, con i suoi principi, codici e sentimenti. Una vita vissuta seguendo poche regole, ma ben chiare: mai tradire gli amici, vivere sempre a testa alta, mai avere paura e indecisione. Che lo si legga ad Harlem, Brescia o Londra, questo libro è una bella rappresentazione dell’esistenza vissuta lontano dalle regole imposte dalla società, lontano dagli schematismi borghesi. Dal romanzo è tratto il celebre film Carlito’s Way di Brian De Palma, con Al Pacino nei panni di Carlito Brigante.

Minamoto

Nata in Istria [recensione libro]

Nata in Istria, copertina

Un filo sottile collega le storie di questo libro: un filo rosso come la terra da cui provengono, l’Istria. Un triangolo di terreno tra i flutti dell’Adriatico, che ha cullato tra le sue onde per due millenni le più grandi civiltà europee: prima Roma, poi Bisanzio, la Repubblica Serenissima di Venezia e infine l’Impero Austroungarico. Poi il Novecento, l’annessione all’Italia dopo la Prima Guerra Mondiale e il tradimento della stessa dopo la Seconda, il tragico capitolo delle foibe, l’esodo forzato di centinaia di migliaia di Istriani, le umiliazioni jugoslave, gli espropri forzati… E al di là della storia, che impassibile segue il suo corso, gli uomini: bambini o anziani, uomini o donne che hanno vissuto sulla propria pelle la più grande tragedia del dopoguerra italiano.

Le testimonianze sul campo raccolte da Anna Maria Mori, esule dalla città di Pola poi rifugiatasi a Firenze, sono intramezzate da ricordi e riflessioni personali di una Heimat nella quale ella stessa ha lasciato il cuore. Il merito dell’autrice consiste nel far comprendere al lettore che l’Istria non è un semplice lembo di Croazia e nemmeno una qualsiasi meta turistica estiva, bensì un «paesaggio della memoria», un complesso di colori, sapori, ricordi ed emozioni che qualcuno, in qualche parte del mondo, sta ancora tenendo vivo: chiamando il proprio paese d’origine con il nome in lingua italiana; parlando nel dialetto istriano che i padri, nonni e bisnonni, sebbene abbiano vissuto sotto tre Stati diversi, non hanno mai trascurato; ripercorrendo i tempi in cui, fino settant’anni fa, passeggiando per le strade di Pola, Pirano o Fiume, si poteva ancora leggere «farmacia», «scuola», «poste» invece di «ljekarna», «škola», «pošta».

Oggi, nelle numerose città italiane che hanno ospitato gli esuli in fuga dal comunismo jugoslavo e in continenti lontani come l’Australia e l’America, vivono frazionati tanti pezzi di un unico quadro, che le pagine di Nata in Istria hanno l’intento di ricomporre. Quel quadro è uno squarcio dall’alto della «piccola Venezia», la città di Rovigno, in cui il leone di San Marco si sente a casa come nella laguna; è una capra che si inerpica sulle rocce carsiche, simbolo di «un popolo di ulissidi con l’animo di Penelope»; è una bambina di Pola che carica le valigie su una nave che la porterà lontano, imprimendo per l’ultima volta quell’arena romana nei ricordi che nessun regime potrà mai cancellare.

Spartacus

Canto di natale [recensione libro]

Canto di natale, copertina

«Mi chiedo se per caso hai letto Canto di Natale di Dickens. Io l’ho letto e ho pianto come un bambino: ho fatto uno sforzo impossibile per smettere. Quanto è vero Dio, è tanto bello e mi sento così bene dopo averlo letto […] Oh, come è bello che un uomo abbia potuto scrivere un libro come questo, riempiendo di compassione il cuore della gente!». Con queste parole, Robert Stevenson commentò in una lettera la novella natalizia di Charles Dickens. Per la verità, non l’unico racconto ambientato in tal contesto (lunga è la lista), ma certamente il più apprezzato nel tempo.

Agli inizi dell’Ottocento, in un momento storico di radicale cambiamento, si diffuse un nuovo genere letterario che avrebbe soppiantato definitivamente l’epica: il romanzo. Di tale novità, uno dei più grandi interpreti d’Oltremanica fu Charles Dickens, autore che all’ozio letterario preferì l’impegno civile, sviluppando le proprie opere su diversi piani di lettura: ludico, introspettivo e sociale. Con un coraggio non proprio ai colleghi della sua epoca, egli fu sapiente a sfruttare la libertà delle trame novellistiche e romanzesche, inventando storie marcatamente realistiche sia sotto un profilo umano, sia da un punto di vista storico.

Attraverso il personaggio di Ebenezer Scrooge, Dickens ci porta alla riscoperta della dignità della vita umana in un’Inghilterra dal cuore indurito. Infatti, al termine di un viaggio fantastico dai richiami danteschi, quel vecchio peccatore del signor Scrooge riesce a scrollarsi di dosso la pesante catena di cui si era fatto volontariamente prigioniero: quella dell’uomo avaro, feroce e glaciale. Schiavo di un’idea, il protagonista rappresenta nel medesimo tempo tre figure: il personaggio narrativo, l’Inghilterra del suo tempo e il lettore. Perché, pur essendo un tipico racconto per bambini, la poetica di Dickens non si nasconde: un occhio sufficientemente preparato potrà accorgersi con quanta semplicità e incisività l’autore riesca a insegnare il valore dei piccoli gesti al cieco signor Scrooge, alla perfida Albione e a tutti coloro che inseguono un’idea più ancora della propria stessa vita. Quegli attimi di cui, secondo il pensiero dell’autore, può godere appieno soprattutto la fantasia dei più giovani, non ancora appesantiti da alcun gelo psicologico. Un messaggio importante, trattato con modi e parole semplici, ma non per questo superficialmente architettato. Un racconto per grandi e piccini, come non se ne trovano più molti.

Zanen de la bala

Hagakure [recensione libro]

Hagakure copertina

«Ho scoperto che la Via del samurai è la morte: è necessario prepararsi alla morte dal mattino alla sera, giorno dopo giorno». Si potrebbe riassumere con tali parole il significato più profondo del bushido – la via (do) del guerriero (bushi), secondo la tradizione giapponese – al centro dell’Hagakure, opera del samurai e monaco buddhista Tsunetomo Yamamoto.

L’Hagakure («all’ombra delle foglie», in giapponese), fu composto all’inizio del XVIII secolo, ma la prima edizione, basata sulle trascrizioni di un allievo di Yamamoto, Tsuramoto Tashiro, vide la luce solo nel 1906. Purtroppo, un’edizione integrale in italiano non è mai stata pubblicata; per contro, sono facilmente reperibili traduzioni parziali dei passaggi più significativi.

L’opera è una raccolta di aforismi aventi oggetto principi morali, consigli pratici e aneddoti il cui scopo è trasmettere l’antica saggezza dei samurai, fornendo indicazioni ai guerrieri rimasti privi di un signore da servire e di uno scopo preciso nell’esistenza. Yamamoto visse infatti in un’epoca di sostanziale pace e tranquillità nella storia giapponese, fra il XVII e il XVIII secolo, in cui la casta guerriera dei samurai stava perdendo importanza e significato.

Tematica principale dell’Hagakure, come detto sopra, è la morte, fine ultimo del samurai; non però interpretata banalmente come fine della vita: nella cultura nipponica feudale essa significa l’eliminazione dell’egoismo personale per un bene superiore, il feudo, il signore da servire o la Patria. Tale concezione della morte, e quindi del sacrificio, affascinò in ogni epoca i lettori di Tsunetomo Yamamoto: durante il secondo conflitto mondiale, i kamikaze erano soliti portare con sé una copia dell’Hagakure quale ultimo compagno di viaggio; fervente ammiratore dell’opera fu inoltre lo scrittore e patriota Yukio Mishima, che di essa curò un commento parziale.

La lettura dell’Hagakure è indispensabile per gli amanti del Giappone e della sua tradizione, desiderosi di conoscere il codice dei samurai e penetrarne la filosofia; ma è altresì consigliata a chiunque, sfiduciato dalla realtà in cui siamo costretti a vivere, voglia ritrovare esempi e riflessioni in grado di ridonare forza e speranza. Perché se il Giappone fu in grado di produrre uomini eccezionali quali furono i suoi samurai, non è detto che ciò non possa ripetersi altrove sul nostro pianeta, magari nella nostra epoca.

Minamoto

L’Alcova d’acciaio [recensione libro]

L’Alcova d’acciaio

Faites l’amour et la guerre: si potrebbe riassumere con un questo comandamento L’Alcova d’acciaio di Filippo Tommaso Marinetti, romanzo composto al termine della controffensiva finale della Prima guerra mondiale, alla quale lo scrittore futurista prese direttamente parte. Sin dalle prime pagine, il lettore si immerge in un perfetto connubio tra passione ed eroismo, nel quale i muscoli dei bersaglieri ciclisti e il martellamento incessante delle mitragliatrici si fondono perfettamente con le avventure amorose del combattente-poeta-narratore. La sintassi, a differenza del tipico stile futurista, è regolare e scorrevole: unica libertà che il poeta si prende è l’utilizzo dell’asindeto, spesso ricorrente nei lunghi elenchi di termini.

Il diario di bordo segue minuziosamente il viaggio di Marinetti in sella al proprio autoblindo 74, in corsa sfrenata verso il tanto desiderato lembo d’Italia da riconquistare, sulla scia del fu glorioso esercito austro-ungarico in rotta. Ogni paese liberato rappresenta una tappa, che per i soldati segna un momento di svago e trionfo, ma anche di consapevolezza delle sofferenze patite dalla popolazione nel periodo che seguì la disfatta di Caporetto.

Se amore e guerra sono i due poli del romanzo, la velocità ne costituisce il cardine e il patriottismo l’onnipresente condimento. La brama per le donne, per il pericolo e per le sfrenate corse automobilistiche controbilanciano l’odio per tutto ciò che è invece essenza tedesca – seriosa, passatista, pedante, minuziosa e meschina –, nonché per il lamentoso sonnecchiare dei compatrioti imboscati.

La lettura de L’Alcova d’acciaio è consigliata a chi desidera immedesimarsi nel clima degli ultimi anni della Grande Guerra, delle beffe futuriste di rivalsa a tutta velocità contro l’invasore, dell’amore cieco nel quale donne e mitragliatrici possono sinuosamente fondersi e confondersi. Un romanzo che fa patire al lettore il prurito verso la molle poltrona sulla quale riposa, insieme a un’improvvisa sete di velocità e di ardimento; che rimette appetito e voglia di sognare – senza tuttavia dormire – tra le giostre futuriste e le serenate degli obici che preannunciano il ritorno al dinamismo. Un romanzo che insegna a trovare «nel momento più pericoloso d’una battaglia la soluzione di molti problemi che i filosofi non potranno mai scoprire nei libri, poiché la vita non si svela che alla vita.»

Spartacus

Fanteria dello spazio [recensione libro]

Starship Troopers - copertina libro

Pubblicata per la prima volta nel 1959, Fanteria dello spazio è solo una delle molte opere di Robert A. Heinlein, ma è sicuramente una delle più fortunate, tanto da essere stata insignita del Premio Hugo nel 1960. Da essa, nel 1997 il regista Paul Verhoeven trasse un adattamento cinematografico, purtroppo mediocre e poco legato al libro.

Il protagonista è Johnny «Juan» Rico, rampollo di ricca famiglia, che preferisce arruolarsi nella Fanteria Spaziale piuttosto che seguire le orme paterne. Sono passati cento anni dall’ultima guerra mondiale e il globo terrestre è governato dalla Federazione, rigidamente basata su una società gerarchica e militarizzata. Solo chi ha adempiuto al servizio militare volontario, infatti, ha il diritto di voto: come nell’antica Roma, ha diritto di decidere per lo Stato solo chi per lo Stato è disposto a morire. Nemici della Federazione e dell’umanità tutta sono gli Insetti, razza aliena d’aspetto simile ai nostri aracnidi; ed è proprio nella guerra fra le due razze che Rico si ritrova suo malgrado coinvolto: seguendo un percorso di crescita, interiore e fisica, si ripercorrono le sue vicissitudini, dal duro addestramento fino al lontano pianeta d’origine dei nemici alieni. Rico dovrà affrontare battaglie fisiche e psicologiche, le morti di amici e commilitoni, ma potrà acquisire l’esperienza che farà di lui un abile soldato e comandante.

Fanteria dello spazio si rivela una lettura interessante non solo per i numerosi richiami alla Roma classica: si descrivono ampiamente la società della Federazione, il suo sistema politico e amministrativo, addirittura il sistema scolastico, caratterizzato da lunghe lezioni di storia e filosofia che il giovane Rico segue entusiasta. Fanteria dello spazio è anche, soprattutto, un bel libro di fantascienza, in grado di appassionare i lettori amanti delle storie d’avventura e di guerra. Non va dimenticata infatti l’importanza che assume nell’opera la «tuta potenziata», strumento militare in grado di ampliare le capacità fisiche e belliche di un essere umano, permettendogli di combattere una razza aliena altrimenti indistruttibile. Il romanzo risulta quindi adatto a diversi livelli di pubblico, a conferma della grandezza dell’autore: pur scrivendo mezzo secolo fa, Heinlein riuscì a trattare tematiche di tipo storico, sociale e filosofico ancora adesso insolute, ipotizzando una società idealmente forte e di reale partecipazione.

Minamoto

Il Corsaro Nero [recensione libro]

Il Corsaro Nero copertina

Nobile italiano del XVII secolo, il conte Emilio di Roccabruna, signore di Ventimiglia, è il personaggio scelto da Emilio Salgari per coronare un ciclo di cinque romanzi riguardanti la pirateria caraibica. In essi non vi è nulla di inventato, né alcun particolare lasciato al caso: l’autore scaligero, infatti, nonostante fosse oppresso dalle continue scadenze della macchina editoriale, era solito trascorrere le proprie giornate tra archivi e biblioteche, nella speranza che i propri romanzi riflettessero verità storiche.

Un contesto dipinto perfettamente, manifesto di una forte influenza realista, oltre a un’origine filo-omerica sono i perni strutturali che fanno de Il Corsaro Nero un libro da leggere tutto d’un fiato. Grazie a un ritmo narrativo cadenzato su tre momenti cardine, Salgari riesce a conquistare l’attenzione del lettore ponendo in primo piano la monumentalità del suo personaggio principale: da gentiluomo come tanti, Emilio di Roccabruna diventa filibustiere sopra tutti. Perfetto alter ego del proprio padre-autore, Emilio impegna la propria vita per un fine superiore: vendicare la morte del fratello maggiore Umberto, tradito dall’infamia di un duca fiammingo vendutosi agli Spagnoli. Costui, conosciuto come Wan Guld, diventerà una vera ossessione per il Corsaro Nero che, dopo aver giurato vendetta sul Mare, su Dio e sull’Inferno, tenta in ogni modo di adempiere alla propria promessa. Rapimenti, inseguimenti, duelli, assalti e fughe si susseguono vivaci nelle vicende del Corsaro, che si mette in mostra grazie a doti da classico galantuomo. Un bucaniere atipico, superiore e glaciale. Cavaliere, come ama presentarsi, sa premiare il coraggio e l’onore degli avversari spagnoli, risparmiandone la vita e non solo. Egli non vive per la violenza; essa è solo un tramite.

Il Corsaro, infatti, precisa più volte di desiderare vendetta, ma di sprezzare il saccheggio e, senza ormai più sorprendere il lettore, si dimostrerà, unico tra gli uomini di Tortuga, pietoso nei confronti di una prigioniera del mare. Pur rimanendo una personalità spettrale per i suoi compagni d’avventura, che tuttavia saranno sempre fieri del loro comandante, il conte sarà uomo di profondo fascino per la donna reclusa, per la quale egli stesso piangerà, infine, lacrime disperate.

Zanen de la Bala

Storia di Mayta [recensione libro]

Storia di mayta copertina

L’attività letteraria di Mario Vargas Llosa è fondamentale non solo per capire la storia intellettuale del Perù e del Sud America, ma anche per delineare la figura dell’autore, mirabile funambolo capace di essere, al contempo, bravo scrittore e premio Nobel per la letteratura; riconoscimento, quest’ultimo, ottenuto a dispetto della sua appartenenza alla corrente del conservatorismo moderato e più per le basi liberali del suo pensiero che per gli indiscussi meriti letterari.

Insieme alle lettere, la politica è sempre stata l’interesse principale dell’autore: Storia di Mayta, pubblicato in lingua spagnola nel 1984 e tradotto in italiano l’anno seguente per i tipi di Rizzoli, di tale sincretismo è egregia sintesi.

Ispirato a un’insurrezione partita nel 1958 dal penitenziario di Jauja, sulla cordigliera andina, il romanzo si presenta come ricostruzione della figura dell’ispiratore della rivolta, Alejandro Mayta Avendaño: ogni capitolo è una fase della ricerca condotta, vent’anni dopo i fatti, dal narratore, il quale, raccogliendo le confidenze di chi ebbe a che fare col rivoluzionario, aspira a scrivere non una ricostruzione storica, bensì un romanzo. I primi nove capitoli si dipanano lineari, eppure ricchi di sfumature: quella che vorrebbe essere la vera storia di Mayta, infatti, rivela rapidamente la propria natura di storia immaginata dall’autore; quello che si presentava come un romanzo politico diventa in realtà un romanzo sulla politica, che ne svela vezzi e meschinità. Sul viluppo di versioni parziali e sovente contraddittorie, il narratore costruisce una vicenda disuguale, talvolta evocativa, talaltra troppo indugiante in scene ripugnanti del tutto gratuite ai fini della trama (difetto comune a molte altre opere dell’autore), fin quando nell’ultimo, magistrale capitolo, tutto viene fatto a pezzi dall’incontro col vero Mayta, forse criminale comune anziché decerebrato rivoluzionario. Una vanificazione, però, assai più ambigua di quanto sembri; e nella cui ambiguità risiede tutto il fascino del romanzo.

La chiusura circolare, costruita sulla medesima immagine dell’inizio, fra le molte domande lascia anche una conferma: Vargas Llosa è finissimo intellettuale la cui prosa solida e ben costruita, leggiadra mescolanza di ritmo moderno e classica grazia, è oggi dono raro; ma che solo raramente, seppur in Storia di Mayta più spesso che altrove, sfiora il sublime caratteristico dei veri grandi.

Scevola