Brendon, C. Chiaverotti [recensione fumetto]

BrendonMetà XXII secolo: un gigantesco meteorite si è abbattuto sulla Terra, provocando un anno di buio assoluto e totale (noto come Grande Tenebra) che ha quasi portato alla scomparsa di ogni tipo di tecnologia, scienza e civiltà, rendendo il clima irrimediabilmente arido e ostile. L’umanità sembra essere tornata alla barbarie e vive in sparuti villaggi fortificati, conducendo l’esistenza in una condizione pressoché identica a quella dei nostri avi nel Medioevo.

In questo scenario post apocalittico, laddove convivono mercenari senza scrupoli, terribili mostri e pazzi visionari, si muove Brendon D’Arkness, cavaliere di ventura dall’animo nobile e la pistola rapida. Nativo della Scozia del Dopo-catastrofe, viaggia per le strade della Nuova Inghilterra facendosi assoldare dalla popolazione in sostituzione delle locali forze dell’ordine, come al solito corrotte, inconcludenti e nullafacenti.

Fra banditi, predoni del deserto e spietati serial killer, Brendon dovrà anche fronteggiare la misteriosa Luna Nera, terribile setta esoterica responsabile dello sterminio della sua famiglia e, forse, della stessa Grande Tenebra. Il cavaliere di ventura non è tuttavia solo in queste avventure, sebbene la tipologia degli accompagnatori sia indicativa di un carattere solitario e inquieto; al suo fianco sono infatti presenti il fedele cavallo, Falstaff, fondamentale tanto nel nuovo quanto nel vecchio Medioevo, e Chrispother, automa con le sembianze da marionetta residuo di un’epoca passata.

Brendon, edito dalla leggendaria casa editrice Sergio Bonelli, è una serie a fumetti creata e ideata nel 1998 dal fumettista Claudio Chiaverotti, già collaboratore ad altri titoli storici come Dylan Dog o Martin Mystere e padre creativo di molti generi letterari diversi. L’esordio avviene con l’albo intitolato Nato il 31 febbraio, pubblicato nel giugno del 1998. Il dicembre scorso, con il raggiungimento del centesimo numero, la Sergio Bonelli Editore ha annunciato la fine della pubblicazione. Con i suoi 16 anni di storia, Brendon ha rappresentato uno dei titoli più importanti e apprezzati del fumetto italiano, da sempre eccellenza mondiale; è riuscito ad accontentare e appassionare un vasto numero di lettori, grazie alla pluralità di generi e stili, spaziando dal fantasy al post apocalittico, dall’avventura in salsa western all’horror più cupo.

Minamoto

Wheeling [recensione fumetto]

Wheeling_mondadori

La fama di Hugo Pratt come uno dei più grandi fumettisti italiani deriva principalmente dalla sua opera più celebre, il ciclo di Corto Maltese. Non possiamo tuttavia dimenticare che Pratt fu autore anche di numerose altre opere, ugualmente importanti e fondamentali per la storia del fumetto italiano e mondiale: Wheeling è una di queste. Pubblicato per la prima volta nel 1962, testimonia l’immenso amore del fumettista romagnolo per la frontiera americana, il West e gli indiani d’America; passione che ritornerà molto spesso in altre realizzazioni prattiane.

Di circa 280 pagine nella recente edizione della Rizzoli, l’opera narra l’epica vicenda di due amici, Criss Kenton e Patrick Fitzgerald, all’alba della Guerra d’Indipendenza americana. Nonostante la profonda amicizia che lega i due protagonisti fin dalle prime pagine, Criss e Patrick si troveranno loro malgrado divisi dal conflitto imminente. Il primo, figlio di coloni virginiani e amico dei pellerossa, sceglierà di schierarsi dalla parte dei ribelli; il secondo, membro di un’importante famiglia aristocratica inglese, è costretto a seguire il proprio destino e combattere con la Corona britannica. Ci si metterà anche l’amore a trasformare gli amici in nemici: quando entrambi si innamoreranno di Mohena, giovane bianca rapita dagli indiani, sembrerà quasi impossibile rinsaldare i vecchi rapporti. Ma, nonostante la guerra, sempre più presente e feroce, e nonostante il tragico amore (Mohena finirà uccisa dagli indiani alleati degli inglesi), fra i due protagonisti resterà sempre un sentimento di profondo rispetto, che impedirà a entrambi di diventare realmente nemici. Wheeling, in definitiva, non è altro che l’epopea sofferta e combattuta del più grande sentimento dell’umanità: l’amicizia.

Pratt analizza un’altra tematica a lui cara: la libertà, che ritorna sia nelle parole degli indiani d’America, sia in quelle dei «nuovi americani». Ricorrente, diremmo quasi onnipresente, è il tema della frontiera, intesa come profonda linea di demarcazione fra uomo e natura, fra bianchi e nativi, fra civiltà e ancestralità. Anche l’amore è centrale in Wheeling, ma si tratta di un amore disperato e destinato a fallire, in cui gli innamorati sono costretti a inseguirsi all’infinito, fino al tragico epilogo della morte.

Minamoto

La parodia e la Disney [recensione fumetto]

Walt disney parodie

Tra i risultati del drammatico processo di banalizzazione del lessico c’è il fatto che si consideri ormai scontato come la prima funzione di una parodia sia suscitare il riso, anche a costo di grossolane o volgari manipolazioni del modello originale (valgano da esempio gli ultimi prodotti del ciclo di Scary Movie). In verità, benché il lato comico sia certamente un fattore ragguardevole (ma che può anche mancare), la parodia è essenzialmente ed etimologicamente un controcanto, quasi una par condicio letteraria. Che, se condotta con proprietà, strappa un’opera esemplificativa di un genere dall’empireo della letteratura, la decostruisce sapientemente negli elementi topici e portanti, e la rimonta, rovesciandola, sortendo così effetti diversi. Talvolta la mette di fronte alla sua inattualità, aprendo il campo a nuove poetiche. Talvolta la celebra mediante il taglio di un «sublime antifrastico». Talvolta, più semplicemente, ne estrae pillole che restituisce ai lettori, invitandoli a riscoprire l’opera nel suo intero. Perché, se un classico è, secondo Calvino, un’opera che non cessa mai di esprimere un messaggio eternamente valido, esso è anche, quasi sempre, «a book which people praise and don’t read» (Mark Twain).

Autrice di un incessante processo parodico nei confronti tanto dei classici immortali quanto delle mode passeggere, la schiera dei fumettisti (sceneggiatori, disegnatori, addetti alle chine, membri di redazione, ecc.) della Disney ha fornito alla letteratura mondiale un apporto che probabilmente non sarà mai stimato a sufficienza (e del quale nel 2006 è uscita un’elegante raccolta in volumi, frutto della collaborazione tra The Walt Disney Company Italia e il Corriere della Sera). Valgano ad esempio alcuni prodotti nostrani, a partire dall’Inferno di Topolino (1949-50), inarrivabile capolavoro di arte fumettistica che la rara sapienza scrittoria di Guido Martina corredò di più di duecento terzine di endecasillabi a rima incatenata, tanto argutamente scherzose quanto tecnicamente impeccabili. Oppure l’epopea de La storia di Marco Polo, detta il Milione (1982), luminoso incontro tra la penna dello stesso Martina e le matite del maestro Romano Scarpa. Addirittura duplice fu la parodia dell’opera manzoniana: nel settembre del 1976 Eddy Segantini e Giulio Chierchini stamparono I promessi paperi; tredici anni dopo Bruno Sarda e Franco Valussi bissarono con I promessi topi (e, un anno dopo, il trio comico Lopez – Marchesini – Solenghi avrebbe eseguito la propria versione televisiva dei Promessi). A Giovan Battista Carpi si deve un analogo, apprezzabilissimo trattamento di Guerra e pace (1986). Più di recente Caterina Mognato e Valerio Held hanno portato a compimento un’apprezzabilissima operazione ricombinatoria a partire dal più celebre romanzo di Oscar Wilde, Il ritratto di zio Paperone (1996). Neppure mancano, per chi apprezza un diverso tipo di classici, parodie delle saghe fantastiche (ad esempio, il disgiunto trittico composto da Topolino e la spada di ghiaccio, Topolino e la spada invincibile e Topolino e la spada del tempo, con testi di Massimo Marconi e disegni di Guido Cavazzano) e delle mode romanzesche o televisive del momento, come i due capolavori di Silvia Ziche, la «papernovela» de Il Papero del Mistero e il «topofilm» Topokolossal.

Paracelso

Caccia alle streghe [recensione fumetto]

Dylan Dog - Caccia alle streghe (69, 1992)Dovrebbe essere ormai noto che, insieme ad alcuni prodotti cinematografici degli anni ’70 e dei primissimi anni ’80, Dylan Dog abbia costituito il più grande contributo italiano all’horror mondiale. Ma, mentre i primi elaborarono e insegnarono soprattutto un’estetica macabra e sensazionalistica, la leggendaria serie a fumetti pubblicata da Sergio Bonelli Editore (e recentemente riedita in associazione con La Repubblica e il Gruppo l’Espresso entro una bella serie di fascicoli a colori) riusciva nei suoi momenti più ispirati a estinguere interamente la sete del vero horrorofilo, fondendo eleganza truculenta delle immagini, intrinseca perfezione dei meccanismi narrativi, ritmo e inventiva delle sequenze dialogiche; e, non ultimo, un fittissimo sottotesto di rimandi e omaggi ai più grandi prodotti dell’immaginifico fantastico, oltre a molteplici altre espressioni della preziosa e ingiustamente irrisa cultura generale.

Questo piccolo miracolo artigianale tutto nostrano (malamente ossequiato da un recente, bruttissimo film statunitense) si reggeva sull’abilità di pochi disegnatori e, soprattutto, sul genio del pavese Tiziano Sclavi, che nel settembre del 1986 aveva ideato il suo indagatore dell’incubo plasmandone il carattere sui protagonisti della ghost story di fine Ottocento e le fattezze sui tratti somatici dell’attore Rupert Everett, nutrendone la leggenda con sceneggiature poetiche e chirurgiche. Benché all’ombra di Sclavi siano cresciuti giovani autori di ottimo livello, è indubbio che la progressiva rarefazione della sua presenza nella composizione degli albi di Dylan Dog abbia comportato negli anni qualche sensibile flessione qualitativa del prodotto.

Caccia alle streghe (n. 69 della serie mensile, pubblicato nel giugno 1992) è la somma di addendi provvidenziali: il temporaneo ritorno di uno Sclavi d’essai (cui si devono soggetto e sceneggiatura), abbinato alle dita sapienti del disegnatore Piero Dall’Agnol, genera un esempio unico di pura meta-testualità. Il tema è la condanna, con conseguente censura, dell’horror operata dai benpensanti, che ad esso attribuiscono la colpa della devianza giovanile, auto-assolvendosi: un tema sostanzialmente autobiografico per un fabbricante di orrori come Sclavi. La trama raffigura l’inarrestabile rovina sociale, economica e psichica di un autore di fumetti dell’orrore, amico di Dylan Dog, in seguito alla perversa manovra politico-mediatica di un esponente del partito conservatore. Con grazia e sapienza narrativa, l’intreccio mischia la narrazione vera e propria, i disegni del fumettista «inquisito» dall’opinione pubblica e i prodotti della sua immaginazione annebbiata dalla disperazione e dall’alcol, mentre i dialoghi svolgono frammenti di un’elegante e commossa apologia delle libertà d’espressione e di pensiero, minate dal volto più oscurantista del perbenismo conservatore. I piani e i livelli di lettura si mischiano, fino a conflagrare in un poderoso finale nel quale convivono senza più soluzione di continuità e la forma si inabissa nel proprio contenuto; quasi a sottolineare come, nella finezza dell’idea e nella profondità delle significazioni, l’horror trovi antidoti e giustificazioni agli eccessi (per altro, innocui) di cui non può non comporsi.

Paracelso