Accademia [racconto]

«È proprio degli esseri umani, creature già di per sé irragionevoli, comportarsi in modo tanto più malaccorto quanto minore sia la speranza rimasta. Alcuni, addolorati dalla dipartita dei propri cari, si rivolgono a ciarlatani per sincerarsi se il clima oltremondano sia gradito agli estinti; altri, non già mesti per l’altrui morte, bensì bramosi della propria, guardano partite di calcio».

Chi lo aveva detto? Sant’Agostino, forse. A ogni modo, Marco non riusciva più a levarselo di mente. Simili esempi di scelleratezza risultavano sensati se paragonati a lui che, per risolvere il problema da cui era tormentato, aveva pensato di rivolgersi all’assemblea studentesca. Eppure, all’inizio la situazione era parsa promettente: l’incontro era fissato alle sei e mezza di sera, orario forse non comodissimo, che però aveva il pregio di non sovrapporsi a lezioni; tuttavia, non appena il presidente aveva dichiarato aperta la seduta, era stato chiaro che riporre fiducia in quell’assemblea era un azzardo paragonabile all’attesa di una riforma scolastica sensata.

Il primo a prendere la parola fu il rappresentante degli Studenti per la Rivoluzione (che cosa tale sigla significasse, nemmeno lui dava segno di saperlo) per attaccare, con voce tribunizia, una torrenziale quanto fumosa orazione sul progresso sociale e la coscienza civile (riguardo il significato di tali espressioni, idem come sopra). Quando già nell’aula le palpebre cominciavano a cadere, ebbe luogo un imprevisto che, in quanto a stramberia, avrebbe potuto rivaleggiare col tentativo imprenditoriale di Rudolf Hess nei voli di linea Berlino-Edimburgo: in fondo all’aula, una mano si era levata in aria. «Posso fare una domanda?», fece Marco discreto.

Tutti i presenti (il verbale ne registrava cinque) si volsero a occhi sgranati, mentre l’oratore si interrompeva, visibilmente contrariato.

«Che cosa sono, di preciso, il progresso sociale e la coscienza civile?»

Sulle prime, il rivoluzionario sorrise con sufficienza. Poi, trascorsa una decina di secondi, si grattò dubbioso la nuca. Infine, dopo aver borbottato frasi incomprensibili per mezzo minuto e aver visto che nessuno gli correva in aiuto, gridò: «Fascista! Vergognati!»

Marco era mortificato. «La mia era solo una domanda», si scusò. Ma ormai era troppo tardi: torcendo il collo come uno struzzo sul punto di evacuare, il rappresentante degli Studenti per la Rivoluzione abbandonò il pulpito per marciare a grandi passi verso l’uscita; poi, afferrata la maniglia, si volse, mulinò l’indice a mo’ di alabarda e disse: «Scriverò al rettore per denunciare il vostro comportamento chiaramente incostituzionale!»

Il gelo calò sull’aula. Marco fu sul punto di chiedere che cosa significasse la parola incostituzionale; ma, per evitare ulteriori escandescenze, preferì tacere. Mentre la porta sbatteva, il presidente dell’assemblea portò a termine un’impegnativa sessione di speleologia nasale. «Qualcuno ha altro da dire?», sbadigliò, esaminandosi l’unghia del mignolo con sguardo giurisprudenziale.

«Vorrei proporre di spostare le assemblee», annunciò Marco. «L’ora tarda secondo me penalizza la partecipazione studentesca».

Alla destra del presidente, il segretario levò gli occhi dal verbale. «L’attuale orario è frutto di considerazioni strategiche di capitale importanza», scandì, come se stesse pianificando una significativa penetrazione in Manciuria. «Alle sei e mezza apre il locale di spogliarello in fondo al corso: se non potessimo usare tale scusa per giustificare la scarsa affluenza di studenti, il rettorato ci considererebbe perfino meno di quanto faccia ora. Ammesso che sia possibile».

Tutti i presenti annuirono compunti.

«Qualcuno ha altro da dire?», tornò a cantilenare il presidente speranzoso.

Era l’ultima occasione. Con un moto che raggelò il sospiro di sollievo collettivo, la mano di Marco si levò in aria di nuovo.

«Forse conoscete già il problema che voglio segnalare. A ottobre, il professor Vanti si è recato per un seminario a Monaco di Baviera; durante una conferenza è rimasto vittima di un incidente, un coma etilico per la precisione, che gli ha impedito di riprendere le lezioni qui. Il primo semestre del corso di letterature comparate è quindi stato tenuto dal suo assistente, Golpo, i cui comportamenti sono stati a dir poco vergognos…»

«La questione non è di nostra competenza», troncò il presidente. «Con questo abbiamo finito, spero».

Prima che qualcuno potesse sollevare altre questioni, il segretario chiese, sorridente: «Che cosa scrivo sul verbale?»

«Nulla di fatto, come al solito».

Mentre i rappresentanti studenteschi, rimasti in tre dopo la defezione della corrente rivoluzionaria, transumavano in corridoio lasciando dietro di sé un incongruo traballare di sedie, Marco rimase a fissare il vuoto. Scrutò il presidente e il segretario intenti a compilare le carte e a discutere delle natiche di qualche loro compagna di corso, indeciso se tentare di nuovo la sorte; poi, preferendo conservare la dignità, uscì anche lui dall’aula e imboccò le scale.

Ricordava ancora l’inizio del primo semestre. Quando Golpo era entrato in aula, era stato subito chiaro che l’insegnamento di letterature comparate non avrebbe avuto nulla da spartire con le aspettative. Una volta sedutasi alla cattedra, la figuretta storta dell’assistente aveva esaminato gli studenti in prima fila. Saltato Marco senza nemmeno vederlo, si era soffermato su una prosperosa ragazza seduta poco più in là e aveva mormorato, insinuante: «Signorina, le son caduti gli appunti».

La sventurata si era stretta nelle spalle, spiegando che non le era caduto nulla.

«Le son caduti gli appunti. Non me lo faccia ripetere».

Rassegnata, la ragazza si era piegata in avanti e aveva rovistato per terra in cerca degli inesistenti scartafacci, mentre Golpo si fregava le mani, ripetendo: «Brava, brava», per due minuti buoni.

Marco non era riuscito a trattenere il disgusto. Al moltiplicarsi di simili episodi, si era rivolto al preside di facoltà: l’anziano gerarca l’aveva ricevuto e gli aveva fatto esporre la questione; al termine, aveva sollevato gli occhi da una rivista e, succhiellando la matita, aveva detto: «Sei verticale, quattro lettere: la pianta della pannocchia. Secondo lei che cos’è?»

Per nulla scoraggiato, aveva deciso di recarsi perfino in comune. Alla sua richiesta, la segretaria lo aveva fissato con scherno. «Il nostro primo cittadino non può riceverla: è troppo impegnato a cambiare l’aria in ufficio. Sa, ci tiene a onorare gli impegni presi con gli elettori».

Il tipico vizio dei politici: pensare agli elettori anzi che ai cittadini. Invece di farsi prendere dallo sconforto e imbastire un avanspettacolo di satira banale come di moda, Marco si era rivolto all’istituzione più improbabile di tutte: l’assemblea studentesca. Ed eccolo lì.

Giunto in atrio, varcò la porta a vetri e uscì in strada, nella primavera che sembrava non arrivare mai. Srotolò il giaccone che portava sottobraccio e, indossatolo, prese a camminare. Erano le sette, l’ora delicata in cui il manto blu scuro del cielo palpita languido e i proprietari di cani portano i loro beniamini a scagazzare sul sagrato del Duomo. Mentre passava davanti al locale di spogliarello, trattene il respiro per attraversare le cortine fumogene degli studenti che oziavano all’ingresso.

Nell’appartamento al secondo piano, Andrea leggeva accanto alla finestra. Quando udì il coinquilino entrare, posò gli appunti sulle ginocchia.

«Come mai quella faccia? Assemblea studentesca?»

Marco annuì, svuotato.

«Dovresti smetterla di dannarti l’anima. Il tuo stato nervoso mi disturba lo studio».

«È da due anni che non dai esami».

«Ora sai di chi è la colpa. Com’è andata, piuttosto?»

Marco riassunse la riunione; poi, come per dare una morale, concluse: «Domani comincia il corso del secondo semestre. Se Golpo proseguirà l’opera, la credibilità dell’ateneo precipiterà a livelli parlamentari».

«Come hai detto che ti ha definito il tizio degli Studenti per la Rivoluzione?»

«Fascista. Secondo te, che cosa avrà voluto dire?»

Andrea rifletté. «È una parola come comunista», disse dopo un po’. «Indica che chi la pronuncia, pur non avendo capito l’interlocutore, non è d’accordo con lui».

Nelle sere infrasettimanali erano soliti consumare la cena; poi, mentre fuori dalla finestra le luci fiorivano come tatuaggi sul corpo di un imbecille, giocavano a carte e discutevano dei multiformi significati della vita, soprattutto di quelli con la gonna e i capelli lunghi. Quella volta, però, una volta ingollato l’ultimo boccone di un indefinibile esperimento alimentare dell’amico, Marco annunciò che l’indomani avrebbe dovuto svegliarsi presto. Ritiratosi in camera, si buttò sul letto e si addormentò con un braccio sugli occhi, quasi a evitare almeno nel sonno la visione di quella pellicola dell’orrore da certuni chiamata esistenza.

La notte trascorse senza sogni; quantomeno, se aveva sognato di strangolare un assistente di letterature comparate, al mattino non se lo ricordava. Aprì gli occhi a fatica e, rinunciando alla colazione, si lavò sommariamente il volto per poi vestirsi e preparare la borsa senza che Andrea si affacciasse dalla propria stanza.

Alle nove meno cinque varcava il cancello dell’università, usando tutta la dialettica di cui era capace per liberarsi di un negro che lo aveva afferrato per la manica e si era fatto trascinare lungo tutto il corso.

«Ho fame, gabo! Ho fame!»

«Anch’io ho fame, ma non per questo rompo le scatole al prossimo».

In aula, adocchiò l’ultimo posto libero. L’aveva appena raggiunto a spintoni quando la porta dell’aula si aprì e richiuse, annunciando l’ingresso del docente. Un mormorio si diffuse fra gli studenti; ma era un borbottare diverso da quello che era solito accogliere l’assistente. Incredulo, Marco vide la longilinea figura di Vanti prendere possesso della cattedra. Solo in un secondo momento notò che accanto, come un gibbone ammaestrato, sedeva Golpo.

Acceso il microfono, Vanti vi picchiettò sopra, invocando il silenzio. «Dopo una lunga, per quanto non spiacevole assenza, terrò io la seconda parte del corso. Mi scuso se i miei metodi, diversi da quelli del mio assistente, in un primo tempo vi disorienteranno». All’entusiasta boato studentesco si unì anche Marco. «L’argomento del corso monografico sarà Derisione e pubblico ludibrio nella letteratura occidentale».

Quando Golpo gli sussurrò all’orecchio, Vanti annuì. «Il mio assistente suggerisce di cominciare con un edificante esempio pratico». I suoi occhi vagarono a bella posta fra le file per poi fermarsi sul bersaglio scelto fin dall’inizio.

«Lei», ghignò, fissando Marco. «Venga qui».

Scevola

di Sole e Acciaio Inviato su Racconti

Oltre la morte [racconto]

Arditi all'allassaltoCi sono momenti nella vita in cui non ti sogneresti mai di rispondere «Sposare la morte» alla banalissima richiesta «Esprimi un desiderio». Poi arriva il momento in cui scegli di arruolarti negli Arditi. E il mondo ti si ribalta davanti agli occhi.

Eravamo quattro ragazzi giovani, belli e forti, uniti da un’amicizia viscerale che ci legava fin dai primi mesi di vita. Avevamo tutto: un paese accogliente a farci da patria tra le vallate friulane, un lavoro sicuro offerto dalle innovazioni meccaniche che stavano modernizzando i trasporti e l’industria, famiglie serene, ragazze stupende con cui ballare e le migliori grappe d’Europa per le uggiose serate in taverna. Avevamo tutto, sì, ma ci mancava qualcosa. Sentivamo che prima o poi avremmo dovuto fare i conti con quel brivido che ci percorreva la schiena all’idea di una vita lanciata oltre il piccolo mondo sicuro che ci eravamo costruiti attorno.

La prima esperienza in tal senso avvenne una domenica in cui eravamo scesi a Udine, durante un corteo interventista in cui ci eravamo imbattuti per caso. La brezza primaverile conferiva slancio e vitalità ai ciclisti e alle automobili che roboavano intorno al centro storico, inondandolo insistentemente di volantini, mentre, da un palco della piazza centrale, un giovane uomo con i baffi all’insù scagliava esortazioni guerresche e dure invettive contro la mollezza borghese e passatista che contagiava una fetta ancora ampia del Paese. Fu un tripudio di bandiere e clamori che scosse per la prima volta la nostra coscienza.

L’esperienza più importante, tuttavia, la vissi una delle ultime tiepide giornate d’autunno di quel fatale 1915, quando nella piazza del paese mia madre cercò invano di sottrarmi a strattoni dall’incantesimo, mentre, rapito come Ulisse dalle sirene in veste di Marte, ascoltavo per la prima volta le motivazioni di conferimento di una Medaglia d’oro al Valor Militare. All’apparecchio una voce virile scandì con impeto e commozione queste indimenticabili parole:

«…Valoroso fra i valorosi di una gloriosa brigata, animatore impareggiabile, fulgido esempio di bravura, di abnegazione e di fede incrollabile, eccezionalmente dotato di capacità e di slancio, sempre e dovunque eroicamente condusse il suo reparto nelle più sanguinose azioni sul Carso. Quivi, nella turbinosa battaglia, benché ferito, alla testa dei suoi reparti proseguiva nel violento attacco contro preponderanti forze avversarie. Impegnata una accanitissima mischia, minacciato di accerchiamento, con impeto travolgente riusciva ad aprirsi un varco, liberandosi dalla stretta nemica e trascinando seco numerosi prigionieri. Poco dopo, colpito a morte da proiettile nemico, incitava ancora i dipendenti a persistere nella lotta e spirava sul campo, inneggiando alla Patria.»

Mi si aprì un mondo. Quella che prima era una questione strettamente politica, una decisione dei piani alti governativi sulla possibilità di trarre un qualche vantaggio materiale dalla guerra intercontinentale in corso, diveniva ora, per me e i miei compagni, possibilità di nuova vita. Quell’evento piombò nella mia esistenza serena come un treno fischiante irrompe impetuoso nella campagna immobile e guardinga. Cominciai a pensare che era giunto il momento di cambiare vita; o meglio, di scegliere la via della sfida alla morte, per vivere la vita fino in fondo. Così insegnava il sacrificio di Ettore contro gli Achei, di Decio Mure per la stirpe di Roma, o di Leonida e i suoi trecento Spartani contro le orde persiane. Avevo letto questi episodi nel libro dei classici che mio nonno mi aveva regalato, ma fino ad allora non li avevo mai considerati più che efficaci esempi per padroneggiare la lingua. Da quel momento li arei rivissuti in prima persona, con la mente e con il corpo. Niente sarebbe stato più come prima.

Eravamo in quattro e in quattro prendevamo le decisioni. Funzionava così, come in una sorta di piccolo consiglio basato su leggi non scritte. Costituivamo quello che nelle grandi università avrebbero potuto teorizzare come «una comunità spontanea dai principi anarchici ma dalle applicazioni militaresche»; noi, più semplicemente, ci definivamo una compagnia di amici. Furono molte le notti che passammo insonni, nell’euforia della decisione e nel terrore di una scelta irrevocabile; ma alla fine fummo tutti d’accordo. Non avremmo aspettato la carta bollata che qualche ministero ci avrebbe inviato, per presentarci in una qualsiasi caserma e da lì essere assegnati secondo disposizioni a una sperduta trincea per compiere, né più né meno, un obbligo militare. Tra le letture del nonno avevo conservato anche un libretto, rilegato in pelle e tradotto a fronte dal tedesco, del filosofo F. W. Nietzsche: immersi negli aforismi notturni davanti al fuoco, sull’ansa del torrente, prendemmo la decisione irreversibile di arruolarci spontaneamente nel reparto di cui solo il nome ci faceva salire all’impazzata i battiti del cuore: gli Arditi.

Una cosa l’avremmo però imparata a nostre spese: per entrare ci voleva fegato. Parecchio fegato. E il coraggio non lo si dimostrava solamente davanti al nemico, nell’attimo fulmineo in cui l’adrenalina poteva giocare a favore dell’attaccante e il panico confondere il difensore. L’aspirante Ardito doveva dimostrare la propria determinazione già dal momento stesso in cui metteva piede nell’area di addestramento; tant’è vero che si trattava dell’unico corpo militare d’élite in cui morti e feriti durante l’addestramento costituivano una prassi. Para bellum: preparati alla guerra, aveva inciso all’interno del proprio elmetto un Alpino, uno dei tanti ragazzi che si erano messi in fila con noi di fronte alla caserma di Pordenone, aspettando l’apertura del bando.

La prima prova dell’addestramento riguardava la prestanza fisica: non tanto la massa corporea, quanto la capacità fisica di rispondere adeguatamente alle più disparate situazioni. Si trattava di imparare a rendere le migliori combinazioni di velocità, destrezza, potenza: la prima cosa che ti insegnavano era che la Patria non se ne faceva nulla di una massa di muscoli senza controllo; il tuo Capitano nemmeno. Bisognava essere in grado di rendere il più possibile in ogni momento, in qualsiasi contesto. Al termine di una marcia forzata, poteva esserci richiesto di imbastire un’azione offensiva scalando trecento metri di dislivello in piena notte: l’Ardito non poteva che rispondere di essere pronto a osare. Tutto. Sempre. La seconda nozione da acquisire il prima possibile era che la Brigata era un solo corpo e quel corpo era la nostra stessa vita; non potevano esistere guerrieri solitari che cercavano di primeggiare (o peggio, vivacchiare) sugli altri; chi non lo capiva poteva sempre sperare di terminare la leva in fanteria, o magari di appoggiarsi a qualche «amicizia» per farsi spedire in un ufficio della capitale, a compilare scartoffie lontano dai rischi della guerra.

L’ultima prova prevedeva la riproduzione di una battaglia con armi cariche. Gli aspiranti dovevano assaltare una postazione di mitragliatrici e granatieri, partendo dalla propria trincea. Eravamo stipati fianco a fianco nelle buche, quando il tiro della mitragliatrice si alzò per un attimo: al segnale, scattammo in piedi e ci lanciammo all’assalto. Le schegge delle granate ci fischiavano ai lati. Conquistammo la postazione a forza di petardi, bestemmie e colpi di moschetto. Il bilancio finale era di un morto, due feriti gravi, cinque feriti lievi e due disertori. Io, senza accorgermi di sanguinare da una gamba, rientravo nei feriti lievi. Eravamo finalmente Arditi veri e propri, pronti per la prima linea.

Il mondo degli Arditi parlava una lingua tutta sua: nel Reparto lo definivamo «un maremoto di simboli». Esso comprendeva il mistero dopo la morte, che Shakespeare ha eternato nel gesto pensoso di Amleto: il teschio; la roboante estetica dell’assalto, dello slancio futurista, del corpo a corpo primitivo: la bomba e il pugnale; la vita come bellezza, vittoria festosa e fugacità: le belle donne e il buon vino; la giovinezza che arde, si consuma, ma nuovamente brilla e divampa: la fiamma nera. C’era poi una ritualità accurata, che portava con sé un’atmosfera quasi sacrale: gli squilli di tromba; l’adunata compatta di fronte al Capitano; i pugnali alzati verso il cielo, quasi in sacrificio a qualche antica divinità della guerra; il «present-arm!» unisonante e altisonante sull’attenti; l’urlo finale «Arditi: a chi la vittoria?» e l’unica risposta, secca e convinta come un unico tuono: «A noi!». Questo era mondo degli Arditi: una casa fatta di disciplina, goliardia e cameratismo; una famiglia in cui ci si poteva sentire fratelli anche solo dopo qualche giorno, perché l’esperienza della morte vissuta fianco a fianco in trincea era più cementificante di anni di vita passata nella routine civile e borghese.

Una notte il Capitano ci svegliò senza preavviso; con la consueta velocità ci sistemammo tutti in fila sull’attenti, armati fino ai denti, nel minore tempo concesso alle possibilità umane. Pensavamo a un addestramento notturno, invece assistemmo a un discorso, lungo e corposo, sul nostro dovere e divenire di uomini e Arditi. Un fuoco da campo crepitava di fronte a noi e, nell’oscurità scintillante della notte, sui nostri elmi ci sembrava di scorgere riflesso il ghigno del diavolo.
«Stanotte vorrei parlare a voi come a dei figli. Io, voi, le bianche rocce del Carso. Nessun altro.»

Fece una pausa intensa, poi riprese: «Le vostre madri vi hanno tenuti in grembo per consegnarvi sani e forti a questa terra; ora io ho il compito di condurvi degnamente verso la morte. Grato o ingrato che sia, questo è il mio compito. A quelli di voi che cadranno, tracciando col sangue le sacre frontiere della Patria, non avrò che da congedarmi come solo un buon Ardito sa fare: con una pala alla mano, qualche metro di terra e del buon vino.»

Il teschio bianco avorio ricamato sui nostri baveri neri ghignava, protetto dalla semioscurità.

«Chi resterà in vita, invece, non creda di poter tornare a vivere come ha sempre fatto prima. La guerra assorbe ogni energia, ogni pensiero; non resterà una parola della nostra vita passata, dei nostri affetti, delle nostre speranze. Nulla. La divisa che portiamo ha dato a ogni soldato una responsabilità, un dovere. Fra noi e il mondo che conoscevamo c’è un diaframma ormai completamente chiuso.»

Il gelido vento notturno sferzava i nostri visi contratti, mentre gli scarponi affondavano scricchiolando tra le prime nevi dell’inverno alle porte. Aspettammo così, ritti sull’attenti, l’aurora diffondersi nei nostri occhi.

I primi raggi del sole in controluce ci permisero un po’ alla volta di leggere la scritta che qualcuno aveva vergato a pennello durante la notte, sulla parete ovest del bunker delle munizioni:

Fiamme Nere:
verso la Patria!
Oltre la morte:
la nostra vita

Spartacus

Notturno [racconto]

Racconto notturno

Traian corse fuori tenendo la donna con una mano e la chiave inglese insanguinata con l’altra. Si erano allontanati di neanche dieci metri quando uno dei ghanesi uscì strisciando dal locale e rantolò qualcosa in una lingua incomprensibile. Traian scrutò rapido i dintorni, dalla piazza buia alla stazione ferroviaria di fronte; ma solo quando tornò a guardare avanti distinse due figure che sbarravano la strada. La donna gridò mentre lui la spingeva indietro e si fermava, fronteggiando gli avversari. Senza dar loro tempo per riflettere, schiantò la chiave inglese sul volto di quello a destra. Un colpo secco, di rovescio. Il negro crollò sul marciapiede, la faccia una maschera sanguinea. Prima ancora che l’altro si mettesse in guardia, Traian gli troncò il fiato con un calcio allo stomaco, quindi riprese la donna per mano e corse via. Giungendo in fondo alla via, avvertì dei passi pesanti avvicinarsi. Riavutosi dal colpo, il secondo uomo li stava raggiungendo. Quando lo sentì vicino, Traian finse di incespicare e scalciò all’indietro, cogliendolo all’inguine; poi si girò e lo colpì in pieno volto, gettandolo lungo disteso. Mentre tornavano a fuggire, la donna lo fissò sconvolta, quasi la sua anima fosse ancora nel locale.

Aveva fatto una stronzata e lo sapeva. Ma quando aveva visto gli uomini di Julian importunarla, approfittando della sua aria smarrita, non era riuscito a trattenersi. Fortuna che aveva la chiave inglese. Comunque, era nei casini.

Attraversando la piazzetta che portava alla metropolitana, notò un senza tetto voltolarsi in un fagotto nell’angolo. Imprecò, occultando l’attrezzo nel tascone del giubbotto, e condusse la donna giù per le scale.

«Non ho il biglietto», farfugliò lei.

Senza ascoltarla, la guidò attraverso lo spiazzo privo di tornelli, fino ai binari. Attesero in silenzio, come paralizzati, per due interminabili minuti. All’arrivo del convoglio, lui la spinse sul vagone vuoto. Mentre il treno automatico accelerava, tornò a respirare con più calma. Anche lei parve riscuotersi, forse iniziando a capire l’accaduto.

«Com’è che si viaggia senza pagare?», chiese, come se fosse quella la cosa più strana.

«Terminata la linea, hanno scoperto di non avere i soldi per mettere i tornelli, perciò tutti viaggiano gratis», rispose Traian. Ma lei non pareva convinta. «Siamo in Italia», aggiunse lui alzando le spalle.

Lei rise, più per scaricare la tensione che per ilarità. «Chi erano quelli?», domandò, seria d’improvviso, lisciandosi i lunghi capelli biondi.

«Ghanesi di Julian. Spaccio, prostituzione, elemosine. Sono loro che controllano la città».

Le labbra tremanti di lei si incresparono in un sorriso stento. «Gente che è meglio non inimicarsi, insomma», ammiccò.

«Non farci caso», minimizzò Traian. «I casini sono una mia vecchia abitudine».

La prima volta che era finito nei guai per una donna era stata quindici anni prima, a Costanţa. Allora si trattava della sua ragazza, però.

«Ho trovato un lavoro», disse la donna, più a sé stessa che a lui. «Domani ho l’incontro con la famiglia, ma non so se fermarmi. Ho paura».

«Che lavoro?»

«Badante».

Lui scosse il capo. «Una bella ragazza come te?»

«Non ci sono molte alternative».

«Ci sono, ci sono».

«Alternative oneste, intendo».

Traian strinse le labbra, come scottato. Il treno stava decelerando. Ora avevano problemi più impellenti.

«Julian controlla il giro degli accattoni, come ti dicevo. Ciò significa non solo che ogni centesimo mendicato dai postulanti dell’intera città finisce nelle sue tasche, ma anche che ha occhi e orecchie ovunque. Davanti all’entrata della metro c’era un senza tetto».

«Quindi?»

Il vagone si fermò e aprì le porte con un sibilo. «Sono sulle nostre tracce».

Scesero sulla banchina e attraversarono un altro slargo senza tornelli, imboccando le scale. Dopo pochi gradini, udirono un trambusto in cima. Traian le afferrò la mano e la riportò indietro.

«Non possono essere già qui», esclamò lei.

«Meglio non rischiare».

Poco distante dal binario, trovò un angolo buio dietro una colonna e vi spinse la donna; ma non c’era spazio per entrambi. «Come ti chiami?».

«Ljudmila».

«Scusa, Mila».

Si chinò in avanti, le cinse le spalle e la baciò. Lei fece per protestare. «Zitta. Sta’ zitta».

Comprese e si calmò, collaborando alla recita. Attraversato lo slargo, il trapestio percorreva la banchina con una calma che poteva essere tanto sonnolenta quanto circospetta. Erano dietro di loro. Indugiavano. Poi si allontanavano.

«Andiamo», sussurrò Traian, scostandosi.

Senza voltarsi, la condusse verso lo slargo. Cinque metri. Quattro. Due.

«Ehi, voi!»

Infilò la mano nel tascone, girò su sé stesso e scagliò la chiave inglese in un unico gesto. L’attrezzo incrostato di sangue tagliò l’aria e sfondò il cranio del negro che era balzato verso di loro. In uno schizzo rosso grigiastro di materia cerebrale, quello rotolò giù dalla banchina, accasciandosi sui binari, mentre il compagno guardava sgomento e Traian portava Mila alle scale mobili.

Venti secondi di corsa a perdifiato e la notte gelida batteva di nuovo sul loro volto. Il secondo ghanese riemerse alle loro spalle giusto in tempo per vederli svoltare. Ora avanzavano sul lastricato della piazza centrale, ove una piccola folla era raccolta intorno a due figure. Un trucco vecchio come il mondo: mentre un sedicente mago di strada fingeva di ipnotizzare un complice, un terzo uomo borseggiava lesto i passanti che indugiavano a guardare. Stringendo ancor più forte la mano di lei, Traian si piegò in due e si infilò fra i curiosi. Una corsa a ostacoli fra gambe, gomiti, borse e mani ladre. Uscito dall’altra parte, si fermò dietro una colonna in fondo alla piazza, accennando a Mila di tacere.

I passi non tardarono. Non appena la figura svoltò, Traian fece partire il colpo. Ma l’avversario era più alto di quanto aveva calcolato: anzi che il naso, le mani unite a pugno gli infransero la trachea. Il ghanese crollò a terra, braccia e gambe disarticolate. Non si mosse più.

Ripresa Mila, Traian traversò la strada deserta fino ai portici. Non potevano continuare a scappare; ma quello non era luogo per fermarsi. Poco più avanti un vicolo penetrava nelle viscere del centro: lo imboccarono e corsero nell’oscurità fino a incontrare una scala di sicurezza che scendeva dal retro del teatro.

Quando si furono fermati, lei, malferma sulle gambe, si abbandonò sul primo gradino. «Non ce la faccio più», gemette, coprendosi il volto.

Traian le strinse la spalla. Non avrebbe retto a lungo. Rifletté un poco: di tutte le possibilità, l’unica sensata era ricorrere al piano solito. Però mancava qualcosa.

«Hai un telefono cellulare?», chiese, scostandosi.

Mila annuì, infilando una mano nella giacca, ma subito si bloccò con un brivido. «L’ho perso».

Non ci voleva. Poiché avrebbe dovuto essere una serata tranquilla, nemmeno lui l’aveva con sé. Gli accattoni di Julian ne possedevano, ma incontrarli significava dare l’allarme, perciò doveva trovare un altro modo. Intorno a loro il vicolo era deserto, ma all’estremità opposta c’era una figura di spalle, avvolta in un giubbotto pesante. Gli parve di riconoscere il tipo. Quando si avvicinò, una zaffata gli aggredì le narici, togliendogli ogni dubbio.

«Puoi passarmelo?»

Levato lo spinello di bocca, il ragazzino si volse, ma un pugno lo centrò al volto. Annaspò, sputacchiando sangue e molari nel tentativo di staccarsi dal muro contro il quale si era spiaccicato. Prima che riaprisse gli occhi, una mano si richiuse sul suo collo e prese a stringere.

«Il cellulare, pezzo di merda».

Mezzo minuto dopo era di ritorno. Ljudmila trasalì.

«Tranquilla, sono io. Andiamo».

Mentre proseguivano lungo i vicoli, Traian prese il cellulare che le dita tremanti del tossico gli avevano ceduto e compose un numero.

«Sì?»

«Sono Traian. Sei pronto, Mihai?»

«Per che cosa?»

«Solita roba, solito posto».

«Non era programmato».

«Sono nei casini. Poi ti spiego».

«Dammi dieci minuti».

Quand’ebbe riattaccato, Mila domandò: «Chi era?»

Traian si volse. Gli occhi impauriti di lei brillavano di una luce urgente. «Un amico», rispose, sforzandosi al sorriso.

Ormai erano nella zona nord del centro. Quando svoltarono in un vicolo, Traian si fermò. Mila rabbrividì, stringendosi nella giacca. «Perché?»

«Mihai sarà qui presto».

«Lo sappiamo», disse una voce dal buio. «Per questo faremo in fretta».

Due ghanesi emersero da un portone e si piantarono pochi metri davanti a loro. Fecero per scappare nella direzione opposta, ma altri due uomini bloccavano la via.

L’attacco fu immediato. Traian schivò l’assalto del primo uomo fracassandogli la rotula e tuffandosi di lato, ma un altro lo prese da dietro bloccandogli le braccia. Mentre il terzo lo affrontava e veniva steso da un calcio al volto, il quarto prendeva Mila e le puntava un coltello alla gola, strappandole un grido.

«Calma. Calmati o la sgozzo!»

Mentre si dibatteva con quello che lo bloccava da dietro, Traian valutò la situazione. La lama era già premuta sul collo pallido. Un movimento minimo e Mila era perduta.

«Va bene. Mi arrendo».

Il ghanese lasciò andare la donna e venne avanti col coltello. Fu un istante. Traian irrigidì le gambe, contrasse gli addominali, si piegò in avanti con un colpo di reni e sbalzò l’uomo che lo teneva fermo addosso a quello che avanzava. Finirono a terra entrambi, ma il primo si rialzò subito e lo sorprese con una gomitata allo stomaco. Traian, ancora sbilanciato, cadde all’indietro, in mezzo alla strada. L’avversario lo studiò, poi partì all’attacco. In quel momento, un paio di fari si accese a pochi metri da loro, illuminandoli a giorno. Traian arretrò d’istinto sui gomiti e si portò in salvo con un balzo; l’altro esitò un istante e venne investito. Ricadde più in là, la colonna vertebrale spezzata.

Il ghanese col coltello, tornato in piedi, osservò il furgone frenare, la portiera aprirsi e un uomo scendere con la pistola spianata. Nemmeno il tempo di elaborare l’accaduto e cinque pallottole blindate gli squarciarono lo stomaco e il petto, lasciandolo in agonia sul marciapiede.

Mihai si guardò intorno. Poiché nessuno dei negri stesi intendeva rialzarsi, ripose la Cz nella cintura e accennò a Traian. «Che cosa diavolo ti è venuto in mente?»

«Mi conosci: sono stato avventato. Ma l’ho fatto per un buon motivo, non trovi?»

Mila fissava il vuoto come se non si stesse parlando di lei. «Dove… andiamo?», balbettò.

Traian sorrise. «Siamo in salvo, capisci?»

Non capiva. Dovette spingerla sul furgone perché le gambe le tremavano troppo. Pochi minuti dopo, Mihai guidava lungo la tangenziale.

«Secondo te che cosa dirà Mureșan per questa consegna imprevista?»

Traian si volse verso i sedili posteriori. Gli occhi azzurri di Mila scrutavano ignari le luci della città in fuga.
«Pagherà senza lamentarsi. Per una cavalla simile, diecimila euro sono niente».

Scevola

Sopravvivere alla vita [racconto]

Trincea

Ulrich aveva conosciuto Anders non lontano dal nido della mitragliatrice, pochi giorni dopo la fine dell’ultima licenza. Con ancora negli occhi la figura snella di Clara nel patio della casa dei genitori a Schneidemühl, scrutava le stelle quando una voce si era rivolta a lui.

«Gradite una sigaretta, tenente?»

Ulrich si era sollevato il berretto, squadrando il nuovo venuto, e non aveva rifiutato. Avevano fumato in silenzio per qualche minuto, tendendo l’orecchio ai canti che, dalla trincea francese, giungevano lì attraverso la terra di nessuno.

«Perché guardate le stelle, tenente? Pensate alla vostra Freundin

In seguito si sarebbe sempre chiesto come avesse fatto a indovinare. Le stelle baluginavano come gli occhi di lei quando si erano salutati. Grandi specchi blu spalancati a riflettere la crosta gelata del lago, mentre la baciava sulla guancia e se ne andava. Ma prima che arrivasse al cancello, lei lo aveva richiamato.

«Ulrich».

«Sì?»

«Promettete che mi sposerete presto».

Lui aveva sorriso. «Vado, prendo Parigi e torno».

Clara si era sforzata a sorridere, pur sapendo quanto la sua sicurezza fosse una posa. Le mani pallide e sottili incrociate sul grembo non avevano cessato un istante di tremare.

Quando Ulrich aveva annuito che sì, stava pensando alla propria Freundin, Anders era parso sorpreso. «Da come andate all’assalto, sembra che non abbiate nessuno ad aspettarvi a casa. Parete un demonio, con quella», aveva concluso, ammiccando alla Mauser che riposava nella fondina al suo fianco.

Poiché ormai erano in confidenza, Anders l’aveva invitato nel nido della mitragliatrice, a bere liquore con Franz. Quest’ultimo, un piccoletto che maneggiava le munizioni con rapide mani da ebreo, si era rivelato buon compagno, sicché avevano bevuto e parlato tutta la notte.

Poche settimane più tardi, giunse l’ordine. Dopo giorni di preparativi, il piano ebbe inizio e le artiglierie bombardarono le linee francesi per un’intera giornata. Per rimediare alle perdite subite nelle ultime settimane, la squadra di Ulrich venne rinforzata con nuovi elementi: quando scorse le file radunate nel fango e distinse i volti dei due amici, il tenente fu sorpreso da un sorriso. Anders e Franz risposero con un cenno d’intesa.

Negli ultimi minuti, Ulrich pregò in silenzio, stringendo fra le mani il crocefisso argenteo dono di Clara. Poi giunse il segnale. Balzarono fuori dalla trincea, incontro al cielo striato del tramonto, le orecchie martellate dalle artiglierie, e si slanciarono nella terra di nessuno. Col tenente in testa, la pistola stretta al petto, la squadra cominciò a correre e inciampare nel pantano, seguita dagli altri plotoni. Uno slancio a perdifiato sotto il fragore dei bombardamenti, a gridare come demoni, anche se nessuno udiva, solo per segnalare di essere vivi. Pochi metri più avanti, anche i francesi cominciarono. Correndo sulle lunghe gambe, Ulrich scomparve nelle deflagrazioni di fango e metallo per riapparire poco più avanti. Le grida dei fanti cambiavano di tono, l’inconfondibile urlo di membra separate dal corpo. Ancora qualche centinaio di passi e fu la volta delle mitragliatrici. Anders correva piegato, nel tentativo di non perdere di vista i primi, ma i corpi dei compagni falciati lo rallentavano.

A raggiungere per primi le trincee furono il tenente e altri due veterani ventunenni che conquistarono una mitragliatrice i cui addetti erano stati uccisi da una granata. Mentre gli altri giravano la mitragliera, Ulrich li copriva sparando con la Mauser; poi giunsero Anders, che prese posto al grilletto, e Franz, che srotolava i nastri delle munizioni svelto come mai. In una notte di combattimenti, il settore fu preso; ma la squadra d’assalto era decimata.

Nelle settimane successive, la divisione avanzò in profondità in territorio francese. Franz, che col Karabiner fra le braccia non era a suo agio come accanto a una mitragliatrice, venne ferito a un braccio, ma volle continuare. All’infermiera che tentava di dissuaderlo, Ulrich spiegò che il loro amico si sarebbe fermato solo quando avesse visto la bandiera dell’impero sventolare su quel disgustoso ammasso di putrelle che i francesi avevano eretto in centro a Parigi. Alle sue spalle, Anders annuiva. Sembrava davvero che la bandiera tedesca avrebbe presto sventolato sulla Tour Eiffel.

Poi accadde. Le armate imperiali non avanzavano più come prima. In alcuni settori rallentavano, in altri si fermavano perfino. La divisione ricevette l’ordine di ripiegare. Un giorno, mentre combatteva in coda alla colonna per coprire la ritirata, Ulrich fu colpito da un carro statunitense. Si risvegliò tre ore dopo, all’ospedale da campo, gridando mentre il chirurgo lo apriva per estrarre le schegge dal ventre e dalle gambe. Poi perse conoscenza.

Quando riaprì gli occhi, due giorni dopo, Anders e Franz erano accanto a lui, come sull’attenti. Per quanto stordito, li fissò, severo. «Che cosa ci fate qui? Tornate al fronte!»

«Il fronte non c’è più, tenente».

Trascorse i due mesi successivi fissando il muro. Non appena fu in grado di camminare, lasciò l’ospedale militare e prese un treno. Nel gelo invernale della stazione di Schneidemühl, la famiglia di Clara e la sua lo attendevano riunite. Quella sera si festeggiò come se la guerra non fosse mai stata perduta. L’unico in disparte era Ulrich che, accomodato sul canapè della sala da ballo, stringeva vacuo una mano di Clara fra le proprie. Quando ebbe congedato gli ospiti e dato il bacio della buona notte alla sua Freundin, non si coricò. Passò in rassegna i ritratti degli antenati, i più antichi dei quali avevano combattuto col Barbarossa, chiedendo loro se si fossero mai sentiti come si sentiva lui in quel momento. Non ricevette risposta.

Da allora non parlò più di guerra, sebbene il suo incedere a testa alta conservasse qualcosa di militaresco. Prese a occuparsi della tenuta di famiglia e, alla fine dell’estate, sposò Clara nella cattedrale cittadina. Per meglio seguire gli affari, gli sposi si trasferirono fuori città, presso i terreni della famiglia di lui. I nuovi padroni si fecero subito ben volere dalla servitù. «Sembra di essere ancora ai tempi della Grande Prussia», sospirava la governante. Era vero: mentre, a Weimar, burocrati e intellettuali giocavano indolenti col futuro, la signora trascorreva le serate a cucire, scambiando parole col marito che, sul divano accanto, leggeva Il tramonto dell’Occidente.

Un giorno, però, giunse un telegramma da Brema. Ulrich si mise in viaggio, sperando contro ogni ragionevolezza che si trattasse di un refuso. Ma, quando scese, il volto di Anders ad attenderlo non lasciava dubbi. Pochi giorni prima, Franz si era sparato in testa in uno squallido albergo. Ancora prima della guerra era stato diseredato dal padre, un usuraio incapace di accettare che il figlio non continuasse l’attività di famiglia; perciò non vi fu nessuna cerimonia presso la sinagoga. Ulrich e Anders pagarono un prete per una messa e seppellirono l’amico al buio, fuori dal cimitero cattolico. Poi, svuotati e taciturni, ripararono in un caffè.

«Non so perché l’abbia fatto», sospirò Anders. «So che aveva problemi economici e l’ho aiutato, qualche volta». Bevve. «Non penso che sia per la famiglia, altrimenti l’avrebbe fatto prima». Una nuova pausa per fingere di non versare lacrime. «Non è beffardo? È uscito vivo dall’inferno, poi…»

Ulrich posò una mano sul tavolo, fissando l’amico. «Per sopravvivere alla morte può bastare la fortuna. Ma per sopravvivere alla vita ci vuole volontà».

Al ritorno a Schneidemühl, Ulrich era ombroso e parlava poco. Anche la moglie, nell’accoglierlo, manifestava uno strano nervosismo. Mentre si coricavano, la sera, attese che si fosse messa la vestaglia da notte. «C’è qualcosa che devi dirmi, Liebe

Le mani, raccolte in grembo, si tormentavano come al saluto di anni prima. Clara abbassò lo sguardo, arrossendo, e finalmente sorrise. «Aspetto un bambino».

L’arrivo del primo figlio scacciò ogni ombra. Nel giro di un lustro, si aggiunsero un fratello e due sorelle, che presto cominciarono a gattonare per gli androni della villa e a rincorrersi nell’ampio giardino. Le attività di famiglia non potevano competere con banche e industrie, ma permettevano con sicurezza di preservare l’antica nobiltà. Solo talvolta, nel suo studio, Ulrich deponeva i libri contabili e, attraverso la finestra, si rabbuiava osservando i figli giocare. Erano quelli i momenti in cui Clara entrava discreta nella stanza e, cingendolo alle spalle, lo baciava sulla guancia, ridonandogli il sorriso.

Gli anni passarono e i figli crebbero fino ad andare a scuola. In un pomeriggio che incubava tranquillo la primavera, Ulrich leggeva l’ultimo saggio di Spengler in soggiorno quando suonò il campanello. Andò ad aprire ed esitò.

«Tenente, non mi riconosce?»

«Mein Gott! Anders».

Era ben vestito e, a differenza dell’ultima volta, sorrideva. Lo invitò a sedere, gli offrì da bere e la mezz’ora successiva trascorse ricordando il passato. E Franz. Poi, però, fu chiaro il motivo che aveva spinto l’amico fin lì. Ulrich l’aveva sospettato non appena l’aveva riconosciuto. Talvolta aveva letto il suo nome sul giornale, chiedendosi se si trattasse di un’omonimia.

«Ecco perché sei così ben pasciuto. Ti sei dato alla politica».

Anders ammiccò verso il libro posato sul tavolo. «Vedo che leggi L’uomo e la tecnica», disse.

Ulrich annuì.

«So che sei rimasto fedele agli antichi valori e soffri a vedere come ci ha ridotti Versailles. Vuoi entrare a far parte del nostro partito? Siamo la forza rivoluzionaria che risolleverà la nazione».

Ulrich scosse la testa. «Il mondo non era un brutto posto quando gli uomini facevano il proprio dovere. Poi farlo parve loro gravoso e trovarono una via più comoda: le rivoluzioni. In poco più di un secolo hanno trasformato in un inferno quella terra che tanto volevano migliorare».

«Parli come un ottuso conservatore».

«Forse. Ma chiunque voglia peggiorare ulteriormente questo mondo lo farà senza la mia complicità».

L’ex-commilitone parve raggelato. Pochi minuti di conversazione ancora, poi si salutarono.

«Alle ultime elezioni abbiamo preso milioni di voti. Alle prossime ne prenderemo ancora di più», riprese Anders. «Se ti metterai con noi, farai fortuna».

«Addio, amico».

Mentre l’altro si allontanava a bordo dell’automobile che l’aveva portato lì, Ulrich andò alla finestra. In giardino, sotto lo sguardo attento di Clara, i loro quattro figli si rincorrevano nella luce del tramonto. Erano i primi di marzo del 1933.

Scevola

I fuochi [racconto]

Abruzzo

Il serpente metallico della A1 strisciava rettilineo verso Milano. Leonardo staccò la mano dal volante per asciugarsi la fronte: a dispetto dell’aria condizionata, era sudato come quando, a casa, usciva in valle all’una di pomeriggio. In quel momento, però, non faceva troppo caldo: la colpa doveva essere delle ragioni che lo avevano portato fin lì.

Chi sa se il bisnonno aveva sospettato, al momento di avviare l’attività, che sarebbero giunti a quel punto. Dopo sessant’anni di storia, la piccola azienda di famiglia si trovava a un bivio: aumentare il giro d’affari e migliorare la marginalità, oppure chiudere. Concentrarsi su una piccola produzione di eccellenza non era più possibile.

Le nocche di Leonardo strinsero il volante e sbiancarono. Perché non funzionava più nulla? Dapprima alcuni produttori, approfittando della consueta vaghezza legislativa con manovre ai limiti della frode, avevano inondato il mercato con prodotti di scarsa qualità a prezzi accattivanti; poi, proprio quando suo padre se n’era andato a causa di una leucemia fulminante, era arrivata la famigerata crisi. Quelli che un tempo erano stati clienti affidabili avevano preso a pagare con ritardi sempre maggiori; poi, quando alcuni erano falliti, la situazione finanziaria dell’azienda era precipitata, con le responsabilità a pesargli sulle spalle insieme alle promesse fatte al padre.

Quando, all’alba, era partito da casa, mentre Cristiano e Maria giocavano sulla ghiaia del cortile, Alessia l’aveva salutato sulla porta.

«Se avessi saputo che sarebbe andata così, non li avrei mai adottati», le aveva confessato.

Lei gli aveva posato le mani sulle spalle e l’aveva fissato con due occhi che, ormai, avevano assunto un solo significato: il fallimento non era contemplato.

Ormai era alle porte di Milano. Di lì a poco avrebbe parcheggiato davanti alla sede della multinazionale della grande distribuzione che, con migliaia di supermercati a disposizione, avrebbe potuto cambiare il destino della sua piccola impresa. Qualche anno prima, l’idea di dover varcare quella soglia per salvare la famiglia e garantire uno stipendio ai dieci dipendenti gli sarebbe sembrata fantascienza.

«Con chi ha appuntamento?», chiese un’impettita signorina dagli occhi di plastica e dal sorriso automatico.

«Devo vedermi alle dieci col dottor Scarano».

«Si accomodi in sala d’attesa», fece quella, affrettata.

Leonardo prese posto su una seggiola in plastica, salutando gli altri ospiti e ricevendo in risposta grugniti indispettiti. Il Bienestar Familiar colombiano in cui si era recato con Alessia per adottare i bambini era infinitamente più accogliente. Ricordava che, tornati in Italia dopo settimane di tortuosa burocrazia, per prima cosa aveva portato i nuovi figli a visitare l’uliveto. «Queste piante crescono anche dalle vostre parti?», aveva domandato. Maria, la maggiore, aveva alzato il nasino verso le chiome frondose, ammettendo candida di non saperlo.

Mentre rimuginava, intorno a lui gli altri fornitori si scambiavano sguardi obliqui. Le loro costose valigette strillavano tutt’altro messaggio rispetto alla sua vetusta borsa in pelle, per non parlare degli orologi e dei completi, portati in modo che anche le veneziane alle finestre potessero leggerne la marca. Eppure, sotto la superficie di animosa opulenza, gli occhi di tutti erano vuoti come quelli delle vacche della valle che, ormai vecchie dopo anni a sfornare latte e vitelli, venivano caricate sul carro del macellaio.

Le dieci arrivarono e passarono, così come le undici. L’umanità circostante era cambiata un paio di volte, ma Leonardo era ancora lì. Uscì dalla saletta e tornò al ricevimento, guadagnandosi uno sguardo elettrico di occhi di plastica.

«È inutile che insista», lo anticipò la signorina. «Quando il dottor Scarano potrà riceverla, la chiamerà. Si sieda e non ingombri l’atrio!»

Leonardo si guardò intorno. Nell’immenso atrio, a parte lui e la simpatica segretaria non c’era nessuno. Scrollando le spalle, tornò nel recinto.

A mezzogiorno e un quarto, quando ormai si era rassegnato a perdere l’intera giornata, una vocetta stridula lo richiamò: «Signor Di Francesco! Il dottor Scarano la desidera».

La sorpresa era tale che quasi dimenticò la borsa. Raggiunto con impazienza l’ascensore, premette il pulsante del terzo piano. Quando le porte si aprirono con un sibilo, più che in un’ala di uffici si ritrovò in un pollaio ove a ogni acquisitore era riservata una gabbietta di pochi metri quadri in cui covare dodici ore al giorno.

«Mi scusi», disse al primo impiegato che si degnò di alzare gli occhi. «È la prima volta che vengo. Saprebbe indicarmi dov’è l’ufficio di Scarano?».

«Corridoio a sinistra, dodicesima porta a destra».

Conclusa la frase, l’impiegato tornò a fissare lo schermo che aveva di fronte, le labbra pietrificate in una maschera mortuaria.

«Dottor Scarano?», esordì Leonardo, entrando discreto.

L’omone dietro la scrivania proruppe, con voce da baritono: «E chi, se no?»

«Se non disturbo…» Depose la borsa accanto alla sedia e si sedette. «Anzitutto, la ringrazio per avermi ricevuto».
«Sì, sì», chiosò quello, senza cessare di penetrarlo con sguardo da faina. «Come vede, siamo in ritardo: spieghi le cose in modo essenziale».

Leonardo venne attraversato da un fremito, ma non si scompose. «Da quattro generazioni, la mia azienda produce olio extra vergine di oliva da agricoltura biologica, con sistema di molitura a freddo…»

«Andiamo già male», lo interruppe l’altro. «Sa meglio di me che il metodo in continuo è migliore della molitura a freddo».

Se lo aspettava, perciò aveva già pronta la risposta. «È un’opinione diffusa, ma falsa. Durante la spre…»

«Sono qui per ascoltare un’offerta, non una lezione di olivicoltura», troncò Scarano con un gesto della mano.

Leonardo inghiottì riluttante la spiegazione e virò sulle varietà di ulivi impiantati nella valle, elencando i Paesi esteri in cui l’azienda esportava e i riconoscimenti qualitativi ricevuti.

«Sì, sì», fece il compratore, come se stessero parlando del tempo. «Ma il prezzo?» Ricevuto il listino, lo scorse velocemente ed esplose in una risata accuratamente modulata. «Lei che cosa vende? Oro? A questi prezzi, nemmeno un emiro…»

«I prezzi sono appena sufficienti a coprire i costi di produzione. La qualità…»

«Io acquisto olii extravergine d’oliva al quaranta per cento del prezzo del suo. Che me ne faccio della qualità? I consumatori non ne capiscono nulla. Mi parli di marginalità, piuttosto». Leonardo provò a riorganizzare le idee, ma prima che potesse aprir bocca, Scarano riprese: «Facciamola breve: questo è quanto posso darle, alla consegna presso i nostri magazzini. Poi ci sarà un contributo di cinquantamila euro da pagarmi per ogni vostro prodotto che deciderò di inserire». Scribacchiò una cifra sul listino e lo porse. Leonardo lesse e impallidì. Non aveva mai venduto a un prezzo così basso. «Dovrei rifletterci…»

«Se accetta, lo deve dire ora. Uscito lei riceverò altri fornitori: se dovessi concludere con questi, non ci sarebbe più spazio per altri».

Leonardo era sul punto di vomitare, ma con uno sforzo violento riuscì a dominarsi. Si guardò intorno. Non c’erano altre vie.

«Va bene. Per il contributo d’inserimento, però, posso darvi al massimo trentamila euro».

«Non siamo mica al mercato del pesce», trillò Scarano, sdegnato. «Posso scendere a quarantamila; e già le faccio un favore».

Ancora un conato. Ancora, nessun’altra via.

«D’accordo».

Scarano depose il contratto sulla scrivania e cominciò a compilarlo con i dati dell’azienda che Leonardo, come stordito, dettava macchinalmente.

«Firmi qui, qui e qui. Su ogni pagina».

«Leggo le condizioni e…»

«Non si fida?». Ogni volta, lo stupore di Scarano era così ben recitato da essere più convincente che se fosse stato sincero. «Siamo una multinazionale, non un merciaio di paese. Le condizioni del contratto sono uguali per tutti: non possono essere cambiate».

Venti minuti dopo, all’uscita, Leonardo faticava a camminare in linea retta. Ora capiva gli sguardi delle vacche. Eppure, l’aver svenduto il lavoro di quattro generazioni era fatto così nuovo da scorrergli accanto, come quei vecchi filmati sobbalzanti che sembrano sempre la vita di un altro.

Quando salì in auto, fissò la logora borsa in pelle. Allungò una mano, ma gli mancò il coraggio. Solo dopo un poco fu in grado di aprirla. Prese il contratto e, con un sospiro, cominciò a leggerlo.

Si sentì collassare. Le condizioni, già sfavorevoli in partenza, prevedevano un costo allo scarico presso il magazzino e mille altri balzelli, quale il contributo da versare per essere presenti sui volantini promozionali e, infine, un premio di fine anno. Per sopravvivere, avrebbe dovuto licenziare la metà dei dipendenti, allungare i turni di quelli rimasti, forzare la resa degli ulivi rischiando di condannarli e molto altro. Il prezzo della sopravvivenza era consegnarsi a un sistema che aveva ucciso i negozi a conduzione familiare e che, per continuare a praticare prezzi concorrenziali, ricattava i fornitori di ogni settore per poi sostituirli una volta che cadevano esangui. Oltre allo sguardo delle vacche, ora capiva anche un’altra cosa: le confessioni degli altri produttori, che spesso lamentavano di dover diminuire costantemente la qualità per rimanere sul mercato. Fuor di metafora, la differenza fra cibo e spazzatura si stava assottigliando sempre più.

Trascorsero i mesi. Ottobre stava finendo e si avvicinava la raccolta delle olive. Al ritorno di Leonardo, i licenziamenti avevano creato tensioni, ma chi era rimasto aveva continuato a lavorare con l’impegno di sempre.

«Mamma! Papà ti vuole al telefono!», gridò il piccolo Cristiano.

«Quando rientri, tesoro?», chiese Alessia speranzosa.

«Ancora un paio di giorni. Sto facendo il giro dei punti vendita per controllare che il nostro prodotto sia presente sugli scaffali. È necessario, visto quanto è costato l’inserimento».

«A proposito: al notiziario hanno detto che, da qualche giorno, un incendiario se la sta prendendo con i supermercati di quell’insegna. Ieri notte ne sono bruciati altri due».

Leonardo tacque, tamburellando con gelida calma sul cruscotto. «Dio li salvi dalla collera dell’uomo buono».
«Che cosa hai detto, amore?»

«Sono in una zona dove non c’è campo. Ci sentiamo domattina. Salutami i piccoli».

«A presto. Ci manchi!»

Leonardo chiuse la comunicazione e continuò a guidare verso il supermercato successivo.

Jean Grenouille

L’ultima regina del Perù [racconto]

L'ultima regina del Perù

Si ritiene che ogni storia abbia un inizio; ma io non so quando questa storia cominciò. So soltanto che in qualche modo ne entrai a far parte. Accadde in modo molto banale, in un pomeriggio di giugno: quando giunsi in università, un inserviente mi venne incontro e mi consegnò la chiave dell’ufficio di Vargas. Sebbene l’intera mia vita fosse stata un tendere a quel momento, mentre salivo le scale alla volta del quarto piano sperimentai un certo malessere.

Con l’esclusione dell’olezzo della polvere depositata da mesi di chiusura, lo studio era in perfetto ordine: perfino la consunta poltroncina dietro la scrivania era ancora voltata di tre quarti verso la finestra, come Vargas usava fare ricevendo gli studenti. Durante le ore trascorse a parlare della mia tesi di dottorato, egli era sempre rimasto seduto lì, a rispondermi con voce ferma, gli occhi socchiusi a scandagliare il fumoso affresco dei tetti di Lima. Rispetto a quei tempi, volumi e fascicoli sugli scaffali non erano cambiati. L’unico particolare fuori posto, notai con un piccolo sussulto di stupore, era la spia della segreteria telefonica a lampeggiare insistita. Premetti il tasto e una voce vecchia e stanca recitò: «Mario, vedi se riesci a concludere qualcosa sulla storia della regina. Sto aspettando.»
Mi si strinse lo stomaco e dovetti sedermi. Il messaggio era stato registrato ai primi di marzo, proprio nella mattina in cui, uscendo di casa, Mario Vargas era caduto, fratturandosi il femore. Certo, era grazie a quell’incidente se ero diventato professore; però, perdere il mio mentore in quel modo era troppo sciocco per non sembrare una comica. Riascoltai la registrazione, ma, poiché non mi suggeriva nulla, mi diedi a inventariare il materiale dello studio.

Dopo tutti quegli anni conoscevo ogni anfratto a memoria. Fu per ciò che la sorpresa mi colse, quando, ispezionando un cassetto, qualcosa di inaspettato mi lampeggiò davanti agli occhi. Una busta marrone, su cui una mano che ricordavo con affetto aveva vergato la frettolosa scritta Ultima regina del Perù. All’interno, da una fotografia in bianco e nero, una giovane india dai lunghi capelli neri sorrideva, avvolta in un abito semplice. Sulle prime, a parte la bellezza della ragazza, non ebbi motivo di soffermarmici, perciò archiviai il tutto nella borsa e ripresi il lavoro.

L’inventario mi impegnò fino a ora tarda. Il primo dubbio si affacciò durante la consueta corsa serale, mentre ticchettavo con le scarpe da ginnastica sul molo di Barranco: un gabbiano mi passò davanti, le ali aperte nell’agonia del sole, e di colpo ebbi una certezza. La voce del messaggio in segreteria non mi era nuova: il volto mi sfuggiva, ma certo la conoscevo. -La storia della regina-… Possibile? Tornai a casa e, dopo la doccia, mi preparai una cena leggera. Mentre masticavo seduto al tavolo della cucina, col brontolio dell’oceano e le grida del lungomare a entrare dalla finestra, mi venne un’idea.

La mattina successiva, invece di andare in biblioteca per rifinire l’articolo che andavo scrivendo da tempo, presi la corriera e mi recai al Museo Nacionál. Quando seppe del mio arrivo, il professor Mendoza mi ricevette subito. Prima di diventare direttore del museo aveva insegnato in università: su intercessione di Vargas, suo caro amico, mi aveva fornito delle dritte circa alcune implicazioni archeologiche della mia tesi sui canti popolari quetchua. Era stato anche il relatore della mia ragazza di allora, Luz, che poi si sarebbe specializzata in antropologia ad Arequipa.

Quando entrai, Mendoza non si levò per salutarmi. Come la sua voce in segreteria mi aveva fatto intuire, era invecchiato molto. Gli occhi, soprattutto, si erano infossati come se qualcosa li stesse lentamente risucchiando all’interno del cranio. Era contento di vedermi; eppure ogni sorriso gli morì prima di raggiungere le labbra. Si disse molto dispiaciuto per quanto accaduto a Vargas, ma anche sicuro che io non l’avrei fatto rimpiangere.

Invece di schermirmi, gli domandai: «Che cosa sapete dell’ultima regina del Perù?»

Gli occhi sprofondarono ancor di più nel cranio, mentre un tremore animava le braccia scheletrite adagiate sui braccioli. «In che senso?»

«Secondo voi, chi può essere definita l’ultima regina del Perù?»

Mendoza non mi disse nulla che non avessi già studiato al liceo. Avrebbe potuto essere la moglie dell’ultimo inca, Atahualpa, ucciso nel 1533 da Pizarro; oppure la sposa dell’ultimo viceré spagnolo, prima che Martín sconfiggesse i lealisti nel 1824. Avrebbe potuto essere chiunque.

«Ne avete sentito parlare nei vostri canti popolari?» chiese in conclusione.

Scossi la testa, porgendogli la fotografia. «Vi dice niente?»

Tremò ancora, non so se per paura o per vecchiaia. «Carina, per essere india.»

Non seppe dirmi altro. Potevo solo sperare che la biblioteca di ateneo mi rivelasse di più, ma nemmeno lì trovai nulla. Negli archivi nazionali, l’unico volume che reperii fu il poco promettente Gli amori dell’ultima regina, di una tale Isabel Endella, custodito presso la facoltà di sociologia dell’università di Arequipa. Stavo per ordinarlo quando cambiai idea. Chiamai un numero ben noto e mi rispose una altrettanto nota voce. Alla notizia che andassi a trovarla, Luz sembrò entusiasta. Ci eravamo lasciati quindici anni prima, ma eravamo rimasti amici: essendo entrambi interessati più allo studio che al resto, la nostra storia era finita per mutuo consenso.

Partii da Lima nel tardo pomeriggio e scesi alla stazione di Arequipa nel mezzogiorno seguente, spossato dalla notte insonne. Prima di recarmi all’università indugiai al mercato, ove comprai del vino e un pezzo di pane, che mangiai seduto sul sagrato della chiesa, a fissare l’andirivieni di cappelli. Mi riposai un poco, la borsa stretta al petto; poi, nell’ora più calda, mi misi in cammino verso l’università.

All’appuntamento, Luz si presentò puntuale. Ci ritrovammo in cortile e, dopo esserci scambiati un bacio sulla guancia che creò un certo imbarazzo in entrambi, passeggiammo all’ombra degli alberi. Si complimentò che, già così giovane, fossi divenuto professore; lo fece con una punta d’invidia, lei che era ancora ricercatrice. Ascoltai con interesse i resoconti delle sue ricerche, poi, quando mi parve il momento adatto, presi la fotografia dalla borsa e gliela mostrai.

«Bella. È la tua ragazza?»

Non sapevo quanto la battuta fosse disinteressata, ma risi ugualmente. «È l’ultima regina del Perù, qualsiasi cosa significhi. L’ho trovata in un cassetto della scrivania di Vargas. Forse fa parte dell’ultima ricerca da lui intrapresa. Ho provato a chiedere anche a Mendoza, ma non ne ho cavato nulla.»

Al nome dell’antico relatore, Luz accennò un sorriso. «Potrebbe essere sua nipote.»

«La foto è un po’ vecchia, non trovi?»

«Chi sa: forse una fiamma di gioventù; o recente, se posso essere perfida. Che cosa vuoi che faccia?»

«Sei un’antropologa, no? Io non ne so niente, ma i lineamenti della ragazza, l’acconciatura e i vestiti significheranno pur qualcosa.»

Mezz’ora dopo uscivamo dalla sala fotocopie. «Farò del mio meglio.» assicurò, rigirandosi la foto fra le mani mentre mi accompagnava in biblioteca «Ma tu che cosa mi darai in cambio?»

Quando la salutai sulla porta dell’università, ancora mi domandavo a che cosa alludesse.

Il ritorno in treno fu, se possibile, ancor più penoso dell’andata. Quando mi accinsi a leggere il libro di Isabel Endella, i miei pregiudizi diventarono realtà: chi mai aveva deciso di tenere un romanzetto in una biblioteca universitaria? Mi rassegnai a trascorrere la notte leggendo di consunte porcherie e deliri femministi in vesti inca, maledicendo i colpi di tosse dei miei compagni di vagone che mi tenevano sveglio. Quando, all’alba, giunsi all’ultimo rigo del libro, mi sentii vilmente preso in giro. Scesi a Lima alle dieci di mattina. Ero esausto, perciò quanto accadde potrebbe esser stato frutto della stanchezza. Si ripeté ciò che mi era capitato mentre correvo sul molo di Barranco; solo, invece di un gabbiano vidi una cantante di strada. Stretta in una giacca nera dalle spalline dorate, cantava sommessa, seduta su una panchina all’ingresso della stazione, viaggiatori e sfaccendati a scorrerle intorno quasi fosse invisibile. Ero sul punto di passare oltre anch’io, quando la sua voce mi fermò come una mano premuta sul petto.

In tutte le mie ricerche non avevo mai udito quella canzone popolare: la storia di una ragazza di umili origini, nata in un villaggio sulle Ande, qualche anno prima dell’insurrezione di Jauja. Durante una festa religiosa, Juan, capo degli ultimi indios ribelli, era sceso dai monti e l’aveva notata sorridere mentre danzava volteggiando sulle caviglie sottili. Era rimasto tanto colpito da offrire ricchi doni ai genitori di lei, pur di averla in sposa. Ella non voleva, ma i genitori avevano accettato; così, suo malgrado, era divenuta moglie del capo dei ribelli: la regina del Perù, come la chiamavano gli indios. Un mese dopo, Juan era stato ucciso dai soldati e la ragazza abbandonata al gelo delle montagne. Ma non bisogna credere che sia morta: il vento che ancora oggi danza fra le gole delle Ande ha le caviglie più agili che si siano mai viste.

Era un testo semplice, che infrangeva allegro ogni regola storica. Dopo aver scrutato la custodia che teneva aperta ai propri piedi e averla vista vuota, la ragazza depose la chitarra.

«Aspettate!» esclamai «Dove avete imparato questo canto?»

Sollevò gli occhi scuri e mi scorse, divertita. «È un segreto.»

«Ma… che vuol dire? Non sapete altro della regina del Perù?»

Un sorriso argentino, mentre sollevava la custodia. «Non tutte le storie concedono i propri segreti. Alcune sono gelose.»

Avrei voluto rispondere, ma non ne ebbi il tempo: si incamminò e venne inghiottita dal fiume umano della stazione. Solo dopo un poco, sulla corriera, mi accorsi di avere in mano la soluzione della ricerca.

Abbandonato l’articolo che stavo scrivendo, ne iniziai uno nuovo, il mio primo da professore: Con Mario Vargas sulle tracce dell’ultima regina del Perù. Avrebbe destato scalpore. Lavorai duro per due settimane. Poi, un pomeriggio, il telefono dello studio trillò improvviso.

«Ciao, sono Luz.»

Nell’udirla, arrossii. L’euforia della scoperta me l’aveva quasi cancellata dalla mente.

«Ho completato le ricerche. La conclusione è sorprendente.»

Avrei voluto dirle che non ne avevo più bisogno, ma la lasciai continuare.

«La ragazza della foto non è india, bensì austronesiana. Anche se talvolta le due razze si somigliano, i dati antropometrici non lasciano dubbi. Il vestito, inoltre, è da ricondurre alla cerimonia della reyna ng tuklong, originaria dell’isola di Luçon. Niente a che fare col Perù, mi spiace.»

La salutai con un nodo in gola. Il mio teorema era in pezzi. Vargas non mi aveva lasciato la fotografia come primo indizio di una caccia al tesoro. Però c’era ancora una possibilità: telefonare al Museo Nacionál e mettere alle strette l’unica persona che poteva saperne qualcosa.

«Pronto. Qui è la professoressa Villalta.»

«Potreste passarmi Mendoza, per favore?»

La Villalta fu molto gentile; ma non poteva più aiutarmi. Mendoza era morto d’infarto alle dieci di mattina di due settimane prima, nel momento esatto in cui, alla stazione di Lima, avevo incontrato la cantante di strada.

A quel punto trovai più sano rinunciare. Per quanto ne so, questa storia potrebbe perfino essere finita. Tuttavia, quando prendo dal cassetto la fotografia della ragazza, non posso negare che mi spiaccia non conoscere le ragioni del suo sorriso.

Scevola

Fino a prova contraria [racconto]

Fino a prova contraria

Da ultimo ho sognato. Per meglio dire, ricordo l’ultimo sogno: vivido e inebriante. In genere non rammento che cosa immagini la mente, quando dormo. Se non si sogna, si è morti, ma il diaframma ha sempre svolto il suo dovere, perciò ho una memoria labile, non cellule in disfacimento. Ieri notte l’ho vista. Irraggiungibile, però a portata di mano. Altera, ma in mia fibrillante attesa. Detesto apparire sdolcinato e vulnerabile, però quando si concretizza una profezia non si può rimanere prigionieri del riserbo.

Ho vissuto le ultime quaranta primavere evitando qualsiasi infatuazione. Mi sono negato ciò che la maggior parte delle persone – a partire da una certa età – considera indispensabile. Non è stato facile, perché ho un aspetto gradevole, almeno stando ai canoni adottati dal gentil sesso, ma sono un irreprensibile anticonformista: non ho fatto, non faccio né farò mai ciò che ci si aspetti. A riprova, quattro decadi trascorse inseguendo un fantasma in ciascun angolo della città.

Adesso la situazione è cambiata; conosco il suo aspetto e il torace fatica a contenere un cuore poco avvezzo a simili emozioni. È una donna sui trent’anni, magnetica. Il caschetto di capelli corvini circonda lineamenti decisi, scolpiti nella ceramica. Gli occhi sono perle di onice nera. La bocca è il più bel frutto del Creato e, alla vista del suo corpo – un’ode alla voluttà – ogni uomo rischierebbe di perdere la ragione. La mia prestanza non sarà sufficiente per colpire l’obiettivo: lei ottiene chiunque desideri, perciò dovrò tirare fuori il meglio di me stesso.

Do un’occhiata all’immagine che la specchiera rococò mi restituisce. Le rughe di espressione rappresentano un intrigante bagaglio di esperienze. La barba, folta e curata, è un inequivocabile segnale di virilità. Indosso abiti informali, dentro ai quali sono a mio agio, poiché il linguaggio del corpo è determinante.

Esco dall’appartamento, ereditato dalla famiglia di origine così come la possibilità di vivere senza lavorare. Mi avvio deciso verso la piazza del Comune: il giro di perlustrazione non subirà modifiche. Il freddo è pungente e affondo le mani nelle tasche del cappotto. È buio pesto. La luce fioca dei lampioni illumina i residui di neve accumulata a bordo strada, facendoli sembrare eccentrici arredi urbani. All’improvviso, dalle mie spalle, un’ombra ciondolante si allunga sul marciapiede. Sollevo il bavero, mentre un pensiero nefasto fa capolino: un delinquente alla ricerca di facili guadagni. Aumento l’andatura. L’ombra mi imita. Temo che, dopo un’attesa estenuante, qualcuno possa mandare tutto quanto alla malora.

Nessuno potrà impedire che il destino si compia. Estraggo le mani dal tepore e mi volto di scatto.

«Ettore!» esclama il pedinatore. Si tratta di Gioele, un conoscente. È una brava persona, però alza spesso il gomito e tende a diventare invadente. Gioele non ha un’occupazione stabile e talvolta mi chiede aiuto; di norma lo accontento, visto che il denaro non mi manca. Tra di noi esiste un patto: domanda il giusto e lo riceverai. Rendi pubblica la faccenda e chiuderò i rubinetti all’istante; sono facoltoso, ritengo sia giusto distribuire parte della mia fortuna, ma non voglio diventare una banca deambulante.

«Ciao, Gioele» lo saluto, intanto che il respiro torna regolare.

«Solito giro?» mi chiede allargando le labbra sottili in un sorriso sornione; conosce la mia ossessione e non si capacita della perseveranza con cui la inseguo. Rispondo facendo spallucce.

«Quand’è che la smetterai?»

«Quando l’avrò trovata.»

«Se fossi te,» attacca «lascerei perdere quell’…»

«… illusione e correrei a soddisfare tutte le donne della città» concludo per lui. «Come vanno le cose?»

«Finché c’è una bottiglia nei paraggi… A proposito: ti va un goccio?»

«Dopo, forse» ribatto lanciando un’occhiata verso il monumento ai caduti, di fronte al municipio: a dispetto della notte, sono certo di avere intercettato il caschetto di capelli nero pece.

«Già: prima devi portare a termine la missione…» considera Gioele con rammarico. Torno a posare lo sguardo sui suoi occhi cerchiati, quindi estraggo il portafogli e gli consegno una banconota da venti. Lui l’afferra senza cerimonie. «Sei un amico, Ettore. Quando non ci sarai più, mi toccherà rubare.»

Mi domando se abbia già intrapreso la nuova carriera. «Ho intenzione di vivere ancora un bel po’, perciò non tormentarti. Bevi anche alla mia.»

Mi congedo alzando la mano e raggiungo la scultura di bronzo. Lancio occhiate impazienti nei dintorni e, a malincuore, concludo di avere preso un abbaglio.

Eppure…

«Chi insegui, straniero?»

La voce del senzatetto sdraiato sotto l’opera d’arte mi fa sussultare. Nel cercare lei lo avevo notato, però il cervello non ne aveva registrato la presenza.

«Nessuno. Scusi il disturbo» rispondo andando via.

L’uomo si solleva e punta i gomiti sulla coperta lurida. «Lasciala perdere!»

Mi volto, senza arrestarmi del tutto. «Come dice?»

«Perché proprio lei?»

Torno sui miei passi. Ora gli occhi, del tutto abituati alla penombra, stanno osservando un tizio di età indefinibile, il cui sguardo brilla di una luce sinistra.

«Le tue rinunce non hanno senso» seguita a blaterare. I peli delle braccia mi si rizzano sotto la camicia di seta. «Credo che mi abbia preso per qualcun altro» mormoro.

«Meglio tardi che mai. Tienilo a mente, sei ancora in tempo», conclude il vagabondo, prima di sdraiarsi di nuovo.
È un vecchio matto, ripeto a me stesso, dedica la stessa predica insensata a chiunque gli capiti a tiro.

Stringo bene il sogno di ieri notte e mi muovo con rinnovata sicurezza: scalpicciando sull’acciottolato, mi allontano dal soldato di bronzo per incamminarmi verso il viale, dove qualcosa, nelle pozzanghere dei lampioni, mi parla di lei. Conosco bene i locali della zona: passo davanti al vetro traslucido della centrale degli aperitivi più pretenziosi e scandaglio l’interno, ma non la vedo. Non è solo una questione di vista. Annidata nei recessi del cervello, una voce mi sussurra che non è questo il luogo in cui, finalmente, il suo sguardo smetterà di essere un mero frammento di sogno.

Camminando fra i tombini cuciti come bottoni sulla blusa del marciapiede, mi rendo conto di come le strade siano silenziose. Un battito d’ali fruscia fra i cavi elettrici e i fili del telefono, ma quando alzo il capo non vedo nulla; solo l’ombra di un pipistrello serpeggiare fra i coppi del Teatro Vecchio. Nell’umidità tenue sospesa sopra l’asfalto, la città è irreale. Come sarebbe tenuta a essere in una serata come questa.

Arrivato in fondo al corso e imboccato il viale che porta alla circonvallazione, ammetto di sentirmi un po’ solo. Se Gioele rispuntasse a mendicare un altro ventino, lo esaudirei più volentieri del solito. Mentre ripenso al mio amico postulante, mi viene il sospetto che lei abbia scelto proprio questa sera per non esistere più.

Mi soffermo a guardare la cupola del Duomo lontano, sospesa sopra le case, quando qualcosa mi distrae. Più avanti, lungo il marciapiede, scorgo il fruscio di un soprabito scomparire in un vicolo, accompagnato da un ticchettio di stivali coi tacchi. Il ticchettio più leggero che si possa immaginare. Il modo in cui la veste si muove non lascia dubbi circa il genere di corpo che ricopre.

Non sono certo un atleta; ma in pochi passi sostenuti raggiungo il vicolo e mi trovo a inseguire un’ombra, poco più avanti. Un vuoto allo stomaco. La saliva aspra d’improvviso. Perfino un senso di vertigine; ma non potrei essere più felice.

La perdo di vista a una svolta. Accelero il passo. Quando giro l’angolo, sono un po’ deluso: il vicolo finisce contro l’opaca insegna al neon di una sala giochi. Non ci sono altre vie d’uscita. Per quanto il luogo assomigli ben poco ai luccicanti locali sulla Panoramica in cui, stolto, ho tanto a lungo vagato in cerca di lei, mi decido a entrare.

C’è puzza di fumo, qui dentro, in spregio a ogni normativa. E sospetto che non sia l’unica cosa illegale. Le macchine del video-poker, ad esempio; ma anche la bustina che si sono appena scambiati i due ragazzi accanto al biliardo non mi dice nulla di buono.

Eppure, lei deve essere qui. So che è qui, per quanto sembri improbabile. Un incontro improbabile, dopo tutto, è spesso il fulcro di una vita. Lo diceva sempre mio nonno, raccontando di quando conobbe mia nonna in una trincea; e ciò sarebbe ancora nulla, se lei non fosse stata austriaca.

Fra i videogiochi meno decrepiti, uno in particolare attira la mia attenzione. È un gioco di guerra dall’aria infantile. Ma sulla sua plastica da poco prezzo e sui comandi aleggia un profumo inconfondibile. Il profumo di un sogno. Estraggo una moneta dal cappotto e la inserisco nella fessura.

Mentre i miei cannoni bombardano Aquisgrana, una voce mi fa sussultare.

«Tu… qui?»

Mi volto e incrocio uno sguardo cisposo fin troppo noto.

«Non ti facevo tipo da sperperare le tue sostanze in questo modo» fa Gioele, brillo.

«Lasciami in pace.»

Il postulante mi squadra, fra il beota e il bastonato; poi esce, dondolando una bottiglia nella mano. Quasi mi pento di averlo trattato male, ma il videogioco mi richiama. Quel bastardo di Hitler mi ha spacciato una divisione.

Strano: fisso i pixel formicolare sgargianti sullo schermo, eppure nella mia testa c’è solo il profumo che promana sempre più intenso da questo apparecchio. Poi, una mano mi sfiora la spalla, raggelandomi fin nelle viscere. C’è una bocca accostata al mio orecchio. Una bocca la cui dolcezza è manifesta fin dal suo morbido schiudersi: «Ti sei fatto attendere, Ettore. Meglio tardi che mai.»

Un tremito mi squassa le braccia mentre sollevo lo sguardo allo schermo e, mescolati alle chiazze pulsanti delle armate, colgo due occhi di onice nera e una chioma corvina tagliata a caschetto. Quegli occhi e quel caschetto.

Faccio per voltarmi, ma una forza, nuova, più forte di qualsiasi tremito, più forte perfino del suo tocco, mi sconvolge a partire dalle dita saldate ai comandi. Lo schermo ammutolisce in uno sfrigolio.

La tempesta del cortocircuito cala, fulminea come si è scatenata, mentre crollo sulle ginocchia.

«Ma che…» borbotta qualcuno.

«Un’ambulanza… presto!»

Fra le voci moleste e inopportune non c’è quella di lei, ma non mi preoccupo. Il diaframma adesso è immobile. Scivolo a terra e sorrido. Un attimo ancora e sarò finalmente suo. Un attimo ancora. Un attimo solo.

Andrea Barillà e Scevola

Disobbedisco! [racconto]

Disobbedisco

Se ne stava raggomitolato in un cantuccio d’ombra per delle ore, cercando un po’ di frescura nei momenti più torridi della giornata estiva. Il caldo non poteva più sopportarlo: gli dava un senso di terrore e claustrofobia; e non solo per via dei suoi ottantatre anni. Da quando era tornato dal Nordafrica, non era più lo stesso.

Sfogliava sempre le stesse fotografie sbiadite, ridonando vita ai sorrisi in bianco e nero che erano stati inghiottiti da un’inesorabile distesa di sabbia; ma non era quello il pensiero che lo feriva interiormente. Rievocava ancora il rancio saltuario, gli sciami di mosche appiccicose, i pidocchi come compagni di branda, il vento che percuoteva la tenda e la rena che accecava gli occhi – ma non erano stati i tanti disagi a far germogliare lacrime ormai asciutte.

Gli incidevano la pelle come aghi tutte le promesse di vittoria, le attese, le speranze e i grandi progetti dispiegati con cura sulla superficie di una carta geografica dai nomi esotici e indistinguibili, eppure così familiari. A distanza di sessant’anni, si commuoveva ancora nel rivivere con il pensiero i piccoli piaceri della vita di trincea: una lettera dei cari stretta al petto nel pieno di un bombardamento, le parole di conforto verso il compagno ferito che non avrebbe mai più rivisto casa, una bandiera stagliata sul cielo sempre limpido, come monito agli uomini e promessa agli Dei.

Ora tutto quello che gli rimaneva, tutto quello che il sangue di una generazione aveva conquistato, era mezza panchina e un cono d’ombra sotto cui trascorrere lentamente gli ultimi anni di vita. Dal suo angolo di appostamento scrutava attentamente tutti i movimenti attraverso la piazza centrale del paese: via vai di automobili, giovani in costume da bagno, coppiette a passeggio e venditori ambulanti. Aveva combattuto per questo.

I residenti avevano fatto l’abitudine alla sua presenza e lo lasciavano in pace a meditare, mentre qualcuno, più compassionevole, gli offriva di tanto in tanto una bevanda con cui rinfrescarsi. I turisti osservavano tra l’incuriosito e l’incredulo quel vecchietto trasandato dall’aspetto riverente, con la divisa grigio-verde vissuta e sgualcita e due occhi azzurri e stretti che avevano sicuramente visto tempi migliori. I bontemponi, invece, nel scorgerlo si scambiavano qualche battutina e tornavano tra le risate all’aperitivo interrotto. L’apparizione inaspettata del buffo anziano, tuttavia, lasciava inconsapevolmente nei loro cuori una traccia di amarezza, quasi di malinconia.

Un giorno capitò in paese un giornalista, un novizio in cerca di notizie per la gazzetta della domenica. Si interessò al caso e decise di intervistare il vecchio reduce dalle guerre di mezzo mondo; ma l’intervista, per incapacità dell’inviato e inadeguatezza delle domande, si tramutò ben presto in un monologo, che il quotidiano locale pubblicò integralmente il giorno seguente quale dimostrazione d’alta poesia. Avevano scambiato per arte una guerra aperta contro il mondo e insignito di mirto colui che avrebbe meritato ben altre medaglie al valore. Lui non se la prese più di tanto; era dai tempi dei bollettini al fronte che non apriva un giornale. Non aveva certo intenzione di mutare abitudine dopo tanti anni.

«Sono vecchio…» annaspò, sfregandosi il viso con le mani tremanti. «Ho combattuto in Francia, in Grecia, in Albania e infine in Egitto; sono partito per un’avventura con il cuore in gola e il sorriso sulle labbra, per rincasare cinque anni dopo a bordo di una nave sulla quale si parlava una lingua straniera; sopra il legno maledetto in cui mi hanno comunicato, in una cupa giornata di settembre, che avevo combattuto per niente. Per niente! Quella mattina rifiutai di mangiare e di bere; e altrettanto feci per tre giorni di fila.

Quando già stavo…» e qui la sua voce fu sciolta da un groppo alla gola «…quando già stavo per morire di stenti, i miei commilitoni mi chiesero di mettere da parte l’orgoglio, di lasciare nel cassetto le cause perse. Mi spiegarono che la storia non si poteva più cambiare, che era inutile tentare di disarcionare i mulini a vento del destino… -Balle!- ho tuonato loro addosso senza lasciare spazio di replica -Tutto ciò che ho fatto, da tre anni a questa parte, l’ho fatto solo e soltanto per amore. E ciò che si fa per amore, fratelli, ce lo insegna il Filosofo: è sempre al di là del bene e del male.- Nessuno ebbe il coraggio di controbattere. Cedetti nel digiuno solo dopo avere ricevuto una lettera di suppliche da parte di mia moglie, con le prime parole tremolanti scritte a matita da mio figlio, del quale non avevo ancora visto il viso: la commozione era troppa perché lo stoico guerriero non cedesse il passo al premuroso padre di famiglia.

Il conflitto stava cambiando sorte e con esso il mondo. Ero diventato da un giorno all’altro alleato, collaboratore; ma pur sempre prigioniero, incatenato ai fantasmi delle mie speranze, che non smettevano di perseguitarmi.

-La guerra è perduta. Intorno più niente: macerie!- Quante notti ho pianto ripetendomi queste parole nel sonno, mentre i peggiori tra noi si davano ai balli, alle sigarette e alla cioccolata. Mi sentivo inutile, disarmato, disorientato: catapultato improvvisamente fuori dalla mia fortezza, dal mio solitario ma solido Deserto dei Tartari. Qualche mese più tardi, la cioccolata è arrivata anche nel mio paese natale e, con essa, la pace. Pace! Ho sempre letto un torpore da freddo calcolatore negli occhi di chi pronuncia questa parola con benestante soddisfazione.

La prova più difficile è stata quella di tornare a vivere da cittadino tra i cittadini dopo avere convissuto fianco a fianco con la morte; dopo avere lasciato i cadaveri dei miei compagni a decomporsi sotto il sole; dopo avere ricevuto per mesi la razione avariata dietro le sbarre, come il peggiore dei galeotti. Finite le umiliazioni della prigionia e della sconfitta, iniziarono quelle della vita civile. Io e i miei coetanei eravamo partiti tra i fiori rossi e i fazzoletti bianchi di una stazione ferroviaria in festa, ma una volta tornati eravamo solamente quelli della guerra. Un morto si piange, un mutilato e un ferito sono una bocca da sfamare. Un soldato che non si sa adattare al suo precedente lavoro è una zavorra per la società, fosse anche il più valoroso degli eroi. Oggi conta soltanto ciò che hai, non più quello che sei.

I miei nonni, mio padre, mia madre: si sono sempre fatti rispettare e io li ho sempre rispettati. C’era nel nostro piccolo paese, prima degli anni cinquanta, un legame atavico che ti faceva percepire con decisione che il sangue contava, eccome se contava. Oggi viviamo in un mondo in cui tuo figlio tenta di relegarti in un ospizio perché la tua mente non è più abbastanza lucida e la tua pensione troppo risicata. Gratitudine e coesione era quando si aiutava l’anziano a coricarsi e se ne ascoltavano gli insegnamenti attorno al focolare. Irriconoscenza è stato il premio dello Stato per il nostro sacrificio in battaglia: il cinquanta per cento di sconto sui mezzi pubblici. E abbiamo dovuto aspettare trent’anni per ottenerlo.

Puntualizzo: non ho mai partecipato alle parate. Le sfilate in tempo di pace non sono dimostrazione né di potenza, né di volontà; né, tantomeno, di coraggio. E poi, semplicemente, non sono ben visto. La mia vecchia divisa non è gradita alle istituzioni che sfilano in pompa magna tra le cravatte stirate e le scarpe di pelle tirate a lucido. Le mie parole dure potrebbero fuorviare i giovani, farli rabbrividire con i reali racconti di guerra, far loro scoprire che esistono ancora dei valori al di là del muro del progresso e del materialismo; che il credo del produci-consuma-crepa li ha castrati e sviliti nell’anima. Spreco il mio fiato? Concedetemi almeno questo lusso… sono alla fine del mio viaggio e, se la storia vorrà darmi torto, non avrà che da scriverlo sui libri.

Mi chiedete ora se mi piacerebbe lanciare un messaggio alle generazioni d’oggi: il mio messaggio è un elmetto, una baionetta e una bandiera da legarci attorno. Basta. L’unico consiglio che posso dispensare è quello di non credere alla vittoria definitiva della materia e del profitto, anche se la guerra è finita, anche se di guerre non se ne combattono più. Voglio guardare i giovani dall’alto dei miei lunghi anni e dal basso della mia umile panchina, per chiedere loro di raccogliere la mia divisa logora: non per accatastarla in qualche archivio storico, ma per indossarla salvandola veramente dal tempo e, con ciò, rendere omaggio alla generazione dimenticata che non ha potuto raccontare la sua storia.
Alla gioventù di questo secolo, che non ha avuto né la sua grande guerra, né la sua grande depressione, chiedo di non lasciare la causa dello spirito incompiuta. Ho sempre insegnato a mio nipote che il confine tra gli uomini e le bestie risiede proprio nell’attitudine a disobbedire; bell’esempio, da parte di un soldato, mi direte. Vi risponderò che, a ben vedere, in questa vita non basta essere semplicemente dei soldati. Quando il mondo crolla, quando i punti di riferimento in un istante vengono meno e il soldato non è più un tassello ordinato nella perfetta gerarchia di ordini e di esecuzioni, in quel frangente è più doveroso obbedire a sé stessi, che a gradi militari e politici fittizi. Rammentiamoci sempre che nemmeno nella notte più oscura e tempestosa la stella polare del nostro cuore potrà smettere di brillare.
Affinate quindi la vostra bussola interiore, calibrate la bilancia dei vostri valori; accantonate invece la morale omologata e i luoghi comuni delle grandi masse. E l’attitudine verso il futuro? All’antica, come l’hanno insegnata alla mia generazione: pessimismo della ragione e ottimismo della volontà. Quando volge il tramonto, sappiate aspirare all’alba; durante la notte, siate in grado di navigare assecondando solamente i vostri ideali; e se, finalmente, sorgerà una nuova aurora, forse allora potrete salutarla, come me, senza rimpianto.
A tutti voi, che siete nati e vissuti nell’ultimo lembo di tramonto della pace, io chiedo di essere soldati. E anche voi, da soldati, sappiate rispondere: –Disobbedisco!

Spartacus

Senza parole [racconto]

I nottambuli (E. Hopper)

L’uomo entra nel bar ma nessuno se ne accorge. Si guarda intorno con circospezione. Si vede avvolto in un alone di fumo, fumo di sigarette. Lo riconosce. Raggiunge il bancone e si siede. Sceglie una sedia circolare, l’ultima, quella più lontana dal centro della sala, la più in ombra. Osserva quasi divertito: c’è tanta gente, il sabato sera.

Il suo cappotto è pesante, grigio, del tutto inadatto al clima di aprile. Indossa guanti neri ed una sciarpa che gli cela il viso, proprio sotto il cappello. I pantaloni sono scuri, come le scarpe. È vestito piuttosto bene. Forse, un po’ troppo scuro.

Scorre tutta la sala: incrocia sguardi dubbiosi e annebbiati. Per lo più giovani, che tra poco se ne andranno in discoteca o da qualche altra parte: il bar è come un porto di mare, il sabato sera. Gli torna alla mente una vecchia canzone di cui non riesce a ricordare le parole.

Le pareti sono rosse, come i tavolini, di una tonalità cupa, smorta. Il lampadario, in alto, è una boccia di vetro e metallo dalle mille sfaccettature e proietta puntini luminosi dappertutto. La musica è alta, martella i timpani, pulsa all’impazzata: un cuore artificiale, costruito per uccidere il silenzio, il grande nemico. Il silenzio che obbliga a pensare, un contenitore vuoto che esige d’essere riempito da ciò che ciascuno si porta dentro. Il silenzio che mette di fronte al nulla che abita un’anima. Il silenzio è la suprema paura di guardarsi in uno specchio. È il grande nemico, e va ucciso.

L’uomo scruta di nuovo i volti che danzano e vibrano nella penombra macchiata di piccole luci fredde. Su ciascuna persona fissa lo sguardo, sui suoi occhi, sulla sua espressione, sul suo respiro, cercando di leggervi la storia di una vita. Di ciascuno si chiede che cosa farà e dove sarà tra un quarto d’ora. L’uomo annuisce e si risponde, senza emettere un fiato: «Questa è appena arrivata ed è più giovane di quanto sembri» oppure «Lui è un frequentatore incallito di posti come questi ed è un delinquente di prima categoria». Poi, quasi casualmente, si sofferma sull’uomo seduto al bancone, alla sua sinistra. Anche lui è vestito bene: una vistosa cravatta rossa e una giacca blu di tessuto carissimo. Un povero diavolo che si è fatto bello per un appuntamento galante. Andato male, si direbbe. Non sono affari suoi, lo sa perfettamente. Ma la sua curiosità lo tenta, anche se non potrebbe. (Non gli è concesso parlare con nessuno. Non può influire su nessuno). Le concede il beneficio della fantasia e torna a concentrarsi su quel tizio. È curvo sul bicchiere vuoto, i capelli scompigliati e l’aria assente. Quando si accorge di essere osservato alza la testa e leva il bicchiere verso quell’uomo nell’ombra accanto a lui, come a dire: brindo a lei. L’uomo chiuso nel cappotto risponde con un accenno di inchino e spera sinceramente che l’altro riesca a dimenticare presto e a ritagliarsi il suo spicchio di felicità in questo mondo. L’augurio, semplice e disinteressato, gli esce spontaneamente dal cuore, prima che dal cervello, e gli lascia un senso di calore. Lo stesso che permette, talvolta, di distinguere ciò che è bene da ciò che è male.

«Vuole qualcosa?» chiede il barista.

L’uomo nel cappotto, risvegliatosi bruscamente dalle sue meditazioni, scuote la testa e si alza. Alle sue spalle riecheggia il «buonasera» del barista, meno irritato che sorpreso. La porta del bar si apre e si richiude di colpo, gettando l’uomo nell’aria fresca della notte.
Sorride.

Cioè, sorriderebbe se avesse ancora una bocca. Sorride di sé. Chissà che cosa si era aspettato di trovare quella sera. Che pazza idea, credere che qualcosa sarebbe cambiato. La gente non cambia, mai. La maschera d’euforia che la disperazione indossa al sabato sera è sempre la stessa. Lui lo sa: era uno di loro. Scaccia questo pensiero malinconico con un brusco gesto della mano. Ma non riesce a liberarsi dalla domanda: perché è venuto? Cerca la bugia meno patetica che gli viene in mente. È venuto per togliersi lo sfizio di controllare. D’accordo, questa può andare. Si complimenta tacitamente con se stesso per la pronta inventiva.

Si leva con calma il cappello e fa due passi lungo il marciapiede. Riconosce il luogo alla perfezione. Non ci si può sbagliare, anche se i suoi ricordi sono un po’ confusi: i suoi sensi erano annebbiati dall’alcol. Giusto qualche frammento. Luci. Voci. Sensazioni. Oggetti vicini. Quasi come scandagliare le profondità di un caleidoscopio. Lui che esce dal locale. La testa pesante e pulsante. La mano che cerca nella tasca una chiave. L’automobile che tarda ad accendersi. La testa che fa male. La vista molto annebbiata. Un lampione. Due lampioni. Luci, dappertutto. E una luce più grande delle altre, rotonda, crudele. E che sembrava verde ma, evidentemente, non lo era.
Non ci si può sbagliare. È là, duecento metri più avanti, che due settimane fa ha capito in una sola volta, per un istante di ineguagliabile lucidità, tutti gli errori che si è sempre portato dietro.

Gli sfugge una smorfia: un abbozzo di sorriso, amaro e invisibile. Fa ancora due passi. Non vede nessuno per la strada. Allora comincia a sfilarsi la sciarpa. Lentamente. Nessuna fretta.

Il privilegio dei morti.

Raggiunto un vicolo buio, inspira profondamente l’aria gelida e stagnante. Non è felice e non è triste. Semplicemente, non è.

E, a riprova di questo, lentamente, scompare.

Paracelso

La nostra breve stagione [racconto]

Tramonto a Baikonur

Gli uomini sono foglie di una sola stagione; e la tua stagione è finita, Arkadi. È arrivato l’inverno e nessuno si siede sul fianco erboso della collina a tirare pietre ai corvi, perché anche i corvi si sono alzati in volo per non tornare più. Nelle lunghe serate di Baikonur, a volte torno nell’alloggio non lontano dalla torre di controllo, mi abbandono sulla poltrona che dà le spalle alla finestra, chiudo gli occhi e, mentre ascolto il silenzio, rimpiango il loro gracchiare che accompagnava il tramonto. Disserrando le palpebre, vedrei il diploma dell’Accademia Sovietica delle Scienze; ma non è quello a interessarmi. Ciò che voglio ricordare è la tua voce profonda che mi sussurrava all’orecchio insieme al fruscio del vento e poi la tua mano a custodire la mia, mentre scendevamo dalla collina prima che arrivasse la notte. Non restammo mai a guardare le stelle; non mi chiedevo perché, ma, ora che i nostri tramonti sono finiti, finalmente lo so. So che le stelle mi fanno paura.

Non è buffo? Finita l’università, ero stata mandata qui perché ero la migliore del corso, sebbene per me la fisica fosse solo un gioco. All’inizio, qui a Baikonur non sembrava diverso: le parole del polkovnik Steklov sul trionfo del socialismo nella corsa agli astri per me erano solo rumore di fondo. Il fine era incolonnare funzioni e risolvere problemi; ciò che sarebbe venuto dopo non mi interessava. Certo, mi affascinava discutere con gli ingegneri sulle sollecitazioni che avrebbero subito i materiali; ma non ho mai smesso di pensare che porre in atto un lavoro scientifico significhi trarlo giù dalla perfezione e corromperlo con la precarietà della materia. Tu avevi idee diverse, lo so: conquistare lo spazio era il secondo atto della per te quotidiana conquista del cielo. Quando tornavamo dai nostri tramonti, il tuo sguardo correva ardente verso i MiG da addestramento parcheggiati accanto alla pista. Ogni volo sull’intercettore per te era una prova in vista di una recita ufficiale che forse non sarebbe venuta mai. Dopo averti visto decollare, io tornavo subito ai miei calcoli per nascondervi la paura. Questo antidoto alla mia fragilità contribuì non poco all’avanzamento del progetto; non potrò mai perdonarmelo.

Quando i superiori scelsero Volodja, la tua ira fu il segno di quanto considerassi quella gloria solo tua. Se ripenso alla prima missione, ancora non capisco: i calcoli erano perfetti e gli ingegneri avevano verificato tutto. Tu arrivasti in sala di controllo appena in tempo. Le vibrazioni della navetta durante l’accensione del razzo vettore mi parvero sinistre. Troppo. Quando la Voskhod I cominciò a muoversi, mi volsi gridando, solo per vedere Volodja esplodere nel riflesso dei tuoi occhi. La deflagrazione è tutt’oggi inspiegabile; ho dei sospetti, ma il semplice esprimerli mi farebbe sprofondare nella follia.

Nei tempi successivi, il tuo entusiasmo aumentò con la mia ansia. Lavorando, i miei attacchi di tosse rendevano ancor più tesi i colleghi già esacerbati dal primo insuccesso. Gli ingegneri rinforzarono la struttura e noi rivedemmo i calcoli, mentre una seconda Voskhod I veniva preparata. Il prescelto eri tu. Nessuno si curò di dirmelo, temendo che ciò potesse distrarmi; in realtà, fin dal giorno in cui giunsi a Baikonur credo di aver saputo come sarebbe andata. Avrei potuto sabotare tutto, quando me lo rivelasti durante il nostro ultimo tramonto; avrei potuto farlo anche prima, ma non lo feci. Quando si tratta di scienza, non riesco a fermarmi.

Quel giorno, entrando in sala di controllo mi preparai ad abbassare gli occhi per non restare ferita dall’esplosione; invece, il lancio fu perfetto, tanto che l’entusiasmo quasi trasformò la compassata torre di controllo in una fiera di San Nicola. Ma già venti minuti dopo, la sentenza dei tecnici fu senza appello: surriscaldamento. Quando perdemmo il contatto, tutti mi fissarono come se fossi colpevole. Non dell’insuccesso: quello, al solito, ricadeva sugli ingegneri. La mia colpa era il mio dolore. Improvvisamente, provocavo repulsione a tutti. Da allora, ogni giorno mi domando che cosa tu abbia provato, mentre morivi per arresto cardiocircolatorio in quella capsula sempre più arroventata. Mi domando se l’ultimo pensiero del tuo cervello in liquefazione sia stato per me, oppure per la conquista che ti sfuggiva. Temo di conoscere la risposta.

Anche se non ti importa più, ti dico che, finalmente, ieri ce l’hanno fatta. Come le sette che l’hanno preceduta, la navetta si chiamava Voskhod I. Il compagno Yuri è venerato come primo uomo nello spazio; nessuno sa che è solo il primo a essere tornato vivo. D’altronde, come diceva l’infausto poeta, difficile non è morire, ma vivere.

L’euforia generale mi ha spinta ad andare a parlare con Steklov. Perché uccidere Volodja, te e gli altri per una sciocchezza come la conquista dello spazio? Il polkovnik mi ha guardata, gelido: «Il progresso è ciò che rende l’uomo tale. Se non inseguisse più quella che lei chiama sciocchezza, compagna, l’uomo sarebbe solo un verme.»

Prima che mi cacciasse, sono venuta qui da te, nel cimitero di Baikonur. Se scavassi, sono sicura che, a dispetto di quanto ha detto Steklov, troverei solo vermi.

Ma io non posso più scavare, Arkadi: da quando te ne sei andato, la mia tosse è peggiorata. Questa mattina, al risveglio, ho trovato la coperta macchiata di sangue. Anche la mia breve stagione sta finendo.

Scevola

Alla fine della decadenza [racconto]

Quando accadde, io stavo lavorando. Erano le undici di sera e, nel mio stanzino all’interno degli studi televisivi, sistemavo un copione che avrebbe dovuto essere girato nelle prossime settimane. Mentre rischiavo di annegare nei marosi di fogli che imperversavano sul tavolino dalle gambe storte, Minelli mi chiamò. Il nostro rapporto era molto più stretto di quanto giustificasse l’ambito lavorativo: poco dopo il matrimonio di suo nipote con mia sorella, mi aveva assunto nella sua rete sebbene, a detta di tutti, fossi uno dei peggiori sceneggiatori sul mercato.

Disseppellii il telefono dalla massa di fogli piovuti sul pavimento e mi accoccolai a terra con la cornetta all’orecchio, preparando le solite, menzognere rassicurazioni sull’avanzamento della sceneggiatura.

«Accendi il televisore. Sulla rete pubblica.» sibilò Minelli senza salutare «Siamo nella merda.»

Uno scatto mi avvisò che dall’altra parte la comunicazione era stata chiusa. Senza troppa convinzione cercai il telecomando e, recuperatolo dal cestino della carta straccia, accessi il piccolo televisore infilato fra il letto e il tavolino.

Primo piano di un uomo magro accomodato su un’ampia poltrona rossa. Un giornalista di un quotidiano nazionale. Luce bassa a enfatizzarne l’aria grave. Carrellata all’indietro fino a inquadrarlo a mezzo busto. Voce femminile fuori campo: «Siete sicuro di quanto dite?»

«Certo.» pausa drammatica «Le numerose indagini che ho fatto non lasciano dubbi.» seconda pausa, se possibile ancor più drammatica «Il televoto non esiste: si tratta di una farsa. In realtà, gli esiti delle votazioni vengono decisi dai pezzi grossi delle reti televisive, secondo scelte volte a enfatizzare lo spettacolo.»

Voce femminile, fremente di sdegno: «Insomma, state dicendo che… il volere degli spettatori non viene rispettato?» ultime sette parole sillabate in modo teatrale.

«Proprio così. C’è la convinzione che gli spettatori non sappiano quali scelte siano più adatte a eccitarne gli istinti. Come ho già detto, è tutto pilotato da esigenze di spettacolo, pubblicità e raccomandazioni.»

«Ma… è terribile! Sono indignata! E anche voi che ci guardate da casa dovreste esserlo.»

Spensi il televisore con uno sbadiglio. Tipica invidia giornalistica: già in molti avevano fatto illazioni simili, ma nessuno aveva mai portato prove. Tornai alla sceneggiatura, non sospettando quanto le stercorarie previsioni del mio illustre parente acquisito fossero veritiere.

A mezzanotte e mezza, quando finalmente imbroccai il primo dialogo azzeccato della mia carriera («Siete una persona rozza, eziandio ignorante.» «Ehi, -eziandio- lo dici a tua sorella, capito?»), andò via la luce. Al buio, brancolai verso la finestra e aprii le ante. Mi aggredì un frastuono proveniente dall’esterno. Il traffico sulla circonvallazione non si udiva più, ma al suo posto vi era un brontolio, come se migliaia di ventri affamati brontolassero rosi da una medesima fame. E poi, dove diavolo erano finiti i lampioni?

Negli occhi ancora abbagliati dalla luce artificiale, mi balenò il remoto rossore di un rogo. Verso il centro città, un centro commerciale era in fiamme. Impiegai qualche minuto per individuare le colonne di fumo che punteggiavano la città. Erano decine.

Non avendo mai scritto un copione del genere, non sapevo che cosa fare. La prima cosa che mi venne in mente, anche se non era un gran che, fu cercare qualcuno. Uscii dallo stanzino e scesi al piano inferiore del piccolo prefabbricato. Non c’era nessuno all’infuori di un tecnico delle luci accoccolato in un gabbiotto. Nemmeno conoscevo il suo nome: forse è per questo che, quando cercai di svegliarlo, mi tirò un pugno e si rigirò sul fianco, mormorando: «Io non pago nulla» per poi tornare a russare.

Reggendomi il naso dolorante, uscii dall’edificio e attraversai gli studi delle riprese. Macchine morte, tralicci scheletriti incombenti e rotaie per telecamere a intrecciarsi sul pavimento in un geroglifico illeggibile. Mi avventai sulla porta dell’ala degli uffici, ma tutto ciò che trovai al di là fu oscurità e abbandono. Gelo nello stomaco. La televisione non dorme mai: di solito si trova sempre qualcuno. L’unica rassicurazione che avvertivo era il ricordo di un ripostiglio in cui il personale delle pulizie teneva delle torce elettriche. Lo raggiunsi a dolorosi tentoni e lo frugai fino a recuperare una pila. La accesi e, tornato in corridoio, mi misi in cerca degli uffici, orientandomi meglio di San Paolo quando vide la famosa luce.

La prima persona che pensai di cercare fu il produttore: quel grassone non aveva vita sociale, perciò doveva essere ancora lì. Attraversai il terzo piano chiamando il suo nome. Poiché avvertii rumori soffocati, ma nessuna risposta, spinsi la porta, circospetto.
Ho sempre avuto un cattivo rapporto con i colpi di scena; eppure, quello fu molto peggio delle mie sceneggiature. Rimasi impietrito, con la torcia in mano, cercando di capire che cosa ci facesse il produttore insieme alla mia fidanzata; quest’ultima, per giunta, vestita da valletta.

Il grassone strizzò le palpebre, riconoscendomi in un sussulto: «Non la prenda sul personale.» gracchiò «È la normale procedura di assunzione.»

«Lo so.»

Rimanemmo lì a lungo a fissarci. Vinta la nausea, afferrai Miranda per un polso e l’aiutai a rialzarsi. Mentre la conducevo fuori, indugiai: «Posso dire una cosa?»

Il produttore mi fissò, svagato.

«Con quello che sta accadendo, siete proprio un grand’uomo a starvene qui a… assumere una valletta.»

Non rispose. Mentre uscivamo, continuò a guardarci senza muovere un muscolo.

Non gli avevo detto ciò che stava accadendo semplicemente perché, in quel momento, nemmeno io lo sapevo. Almeno a livello conscio.

«Caro.» mugolò Miranda mentre la strattonavo lungo il corridoio «Non… non crederai davvero che…»

Mi volsi. Con quel vestito e il trucco pesante, era presso che irriconoscibile. «Pulisciti il mento.» dissi, porgendole un fazzoletto.

L’atrio era vuoto, ma non mi soffermai su quella desolazione. Il mio unico pensiero era allontanarsi da lì al più presto. Aprii la porta a vetri e cominciai a guidare Miranda attraverso i sobborghi. Che strano: bastava alzare il capo per vedere le costellazioni scintillare nel cielo, così forte da fare male agli occhi. Ciò, per la prima volta da secoli; ma non me ne fregava nulla.

«Perché è andata via la luce anche qui?» mormorò Miranda quando incontrammo un lampione spento «Che cosa è successo?»
I crepitii degli incendi erano sempre più vicini. Sospettavo che, chiunque fosse ad appiccare il fuoco all’intera città, si stesse dirigendo verso gli studi televisivi; e avevo ragione.

Apparvero proprio in quel momento. In fondo al viale si formò uno spessore che, in pochi istanti, si trasformò in una selva brulicante. Una disarmonica sinfonia di voci, urla, invettive. E poi noi, in mezzo alla strada illuminata dalla luna e dalle stelle.

Miranda cominciò a tremare, come vinta dal primo freddo autunnale, poi si accasciò sulle ginocchia e scoppiò a piangere. Se fosse stato un mio copione, avrei messo lì un eroe a consolarla; ma poiché non c’erano eroi, mi inginocchiai accanto a lei e le cinsi le spalle.
«Non aver paura. Non possono sapere il mio mestiere.»

Quando si avvicinarono, le loro urla assunsero un significato: «Toglietevi di torno.»

Non mi sembrava vero.

«Sì, ma non fateci del male!» Sollevai Miranda cercando di nascondere il timore e, sotto braccio, cominciai a portarla via dalla strada.
«Ehi, ma com’è conciata quella? Sarà mica una valletta!» esclamò una voce.

«Ma no, siete matti?» balbettai «Nemmeno sa ballare.»

Solo l’istante successivo mi resi conto di ciò che avevo detto. Che cosa poteva fare una donna incapace di ballare e vestita in quel modo? La folla ammutolì, minacciosa.

Mentre ci piombavano addosso, mi frapposi fra loro e Miranda. Fu allora che, in prima linea, riconobbi una donna. Un volto familiare, ma dallo sguardo stravolto, alieno. Abbassai le braccia tremanti e feci per dire, incredulo: «Sorella?», ma le sue mani mi calarono addosso una spranga, schiantandomi a terra.

Non ricordo bene gli istanti successivi. So solo che, mentre gli altri aggredivano Miranda, su di me rosseggiavano una spranga e una voce quasi irriconoscibile: «Sceneggiatore di mezza tacca!» Poi, l’urlo di una sirena e fari sciabolanti a disperdere la turba.

Ora, da un letto d’ospedale, sembra tutto così tranquillo. I generatori della struttura funzionano ancora, ma per risparmiare solo i corridoi sono illuminati. Dalla stanza in penombra, gli incendi e le colonne di fumo che si attorcono verso le costellazioni hanno un aspetto placido, da notturno primordiale. Sul letto accanto, Miranda dorme di un sonno supino, un grembiule da ricoverata al posto dell’ osceno abitino da valletta. La bocca ancora velata di rossetto, socchiusa com’è sul respiro lieve, sembra quasi innocente; o incosciente, forse.

Lo squillo del telefono accanto al letto mi colpisce come quella spranga, quattro ore fa. Sollevo la cornetta solo per mettere fine al dolore.

«Ho saputo che sei lì.» esclama Minelli. Non so come possa, ma ormai sono abituato al fatto che un uomo potente come lui sappia sempre tutto «Come stai?»

C’è poco da dire: lascio parlare lui.

«Io sono già in volo. Appena potrò, farò in modo che anche voi rimasti possiate andarvene. L’intero paese è in fiamme. Sembra che di colpo siano tutti diventati barbari.»

Sto per dirgli di mia sorella, nonché moglie di suo nipote, ma cade la linea. Metto giù la cornetta e allungo la mano impazientita per accendere il piccolo televisore all’angolo. Casualmente, la televisione di stato trasmette ancora. Un’edizione straordinaria del telegiornale: «Ultim’ora: mentre l’Italia è sconvolta dalla caccia a chiunque sia coinvolto nel settore televisivo, ormai degenerata in diffusa barbarie, disordini simili scoppiano in tutta Europa e non solo: barbari, infatti, anche in…»

Spengo, come stordito da un fuoco d’artificio. È stato tutto così rapido che ancora non afferro che cosa sia accaduto. Poi mi alzo, accarezzo il capo di Miranda e guardo fuori dalla finestra. Finalmente, capisco ciò che né Minelli, né quelli del telegiornale hanno capito. Forse, l’unico altro a comprendere è stato quel grassone del produttore, nell’ufficio, l’istante prima di essere linciato dalla folla.
Nei fuochi che danzano oltre il vetro non vedo nulla di terribile. Ma c’è il mio volto, riflesso. Il volto di un barbaro.

Scevola

di Sole e Acciaio Inviato su Racconti

Verità di stella [racconto]

La ragazza arrivò sul finire di uno di quei pomeriggi grigiastri in cui l’altopiano pare stendersi infinito. Si manifestò da una polverosa stradetta e costeggiò senza fretta i binari fino alla massicciata, portandosi appresso un’ingombrante valigetta. Quando giunse alla stazione, depose la custodia accanto all’unica panca sopravvissuta e si sedette sul ripiano in legno derelitto. Si scostò dal volto una lunga ciocca di capelli castani e prese a osservare i dintorni, l’edificio in mattoni dall’altra parte dei binari, il pugno di case poco più in là, ultimi scogli prima del nulla. Mi voltava le spalle, come se non mi avesse notato.

«Sembro indiscreto a chiedere da dove venite, signorina?»

Nell’udire la mia voce, invece di manifestare il dubitoso raccapriccio che prendeva tutte le persone cui rivolgessi la parola, si volse verso di me con occhi curiosi. Ripeté il gesto di scostarsi la chioma dal volto olivastro, poi rispose divertita: «Da qualche parte.»

La giacchetta nera dalle stinte spalline dorate, i pantaloni polverosi e gli stivali che dovevano aver visto tempi migliori parlavano molto, ma non della sua origine.

«Di certo, sembrate aver fatto un mucchio di strada.» osservai dopo un poco.

«Questo è ciò che conta davvero.» confermò ammiccando «Avete mai compreso l’identità di qualcuno sapendo da dove venisse?»

Se fossi stato in grado di farlo, credo che in quel momento avrei sorriso, seppur amaro: «Purtroppo raramente me lo dicono.»

«Forse è perché avete un aspetto così… roccioso. Non per offendervi, ma ai più dovete incutere un certo timore.»

«Dite? Avete l’aria di capire bene le cose, voi!» Pur essendo assai giovane, il suo sguardo pareva averne viste molte «Ditemi: che cosa vi sembro?»

«Mi sembrate…» indugiò, tentennando il capo con levità poco più che adolescenziale «Un Cristo.»

«Addirittura!»

«Avete presente quei Cristi sparsi per tutto il continente? Paiono fissare misericordiosi tutto ciò che passi loro davanti… Ecco, mi sembrate uno di quelli.»

Sospirai. Ancora oggi non amo troppo parlare di me; soprattutto perché non saprei che cosa dire.

«Voi, invece…» seguitai, verso ciò che mi stava davvero a cuore «Con quella giacca bizzarra e la valigetta che vi portate appresso… siete una cantante di strada?»

«Come vi è venuta in mente un’idea tanto buffa?» rise, d’una risata argentina «Sì, avete indovinato.» le dita della sua mano danzarono con un ticchettio sul guscio in vetroresina della custodia «Il mondo è pieno di storie. C’è solo bisogno di qualcuno che le porti in giro.»

Non proseguì il discorso. Se pure veniva da lontano, non aveva uno spirito dissimile dalla gente di queste terre, per la quale il silenzio che si infila fra le parole, invece di fiaccarle, conferisce loro il giusto peso. E di silenzio sull’altopiano ve n’è molto: tutto il silenzio di cui il mondo ha bisogno.

Per ore non passò alcun treno, sotto la cupola celeste che da grigia si fece sempre più scura. Quando, oltre le nubi, il sole era ormai tramontato, la coltre si squarciò e apparvero le prime, vaghe stelle.

Senza nemmeno voltarsi, semplicemente avvertendo la mia discreta presenza, la ragazza tornò a parlare: «Da quando sono scappata da…» si morse le labbra «… qualche parte, mi pare che gli astri ammicchino più forte.» un nuovo silenzio, forse sul filo di un ricordo «Anche per voi le stelle significano qualcosa?»

«Credo che chiunque vi possa invenire un poco di sé. Gli antichi vi leggevano il fato. In fondo, si può dire che le stelle non siano altro che storie.»

Rise di nuovo, come rapita da un arcano, dolce rimpianto: «A proposito: conosco la storia di una stella molto particolare. Volete che ve la racconti?»

Il cielo notturno si era steso sopra di noi come il tendone di un circo di fiaccole magiche. La ragazza si chinò in avanti, trafficò calma con le serrature della custodia e ne estrasse una chitarra che

imbracciò con solenni e al tempo stesso divertiti gesti da sibilla; poi cominciò a cantare, con la giovane voce a librarsi calda sui limpidi tintinnii delle corde.

Era la storia di una delle mille figlie del dio sole che, una notte, giovane e sbadata, si era staccata dalla volta celeste, infrangendosi sulla cordigliera, non lontano da qui. Un giovane cavaliere, un conquistador, dopo averne avvistato la scia fiammeggiante era giunto sul luogo della caduta e, fra i resti bruciati del corpo, ne aveva recuperato il cuore petroso. Il canto non precisava come, ma il conquistador era riuscito a trasportarlo fino alle rive dell’oceano, da dove si era imbarcato per portarlo al Re di Spagna. Per via, il galeone era stato attaccato dai pirati inglesi, ma una tempesta aveva sviato gli assalitori. Danneggiata dalle onde, la nave aveva perso l’intero carico, fra cui il terribile cuore: il conquistador era così tornato in patria senza alcun tesoro e, disonorato, aveva ripreso la vita di prima, accanto alla giovane moglie che aveva lasciato per far fortuna nel Nuovo Mondo. Era vissuto povero e invecchiato ancor più povero, con l’unica gioia di un figlio. Quando ormai, con le gambe storte dalla vecchiezza, faticava sempre più a camminare, portando il figlio a pescare aveva rinvenuto sulla spiaggia una pietra dall’aria familiare. Come impazzito, aveva raccolto il cuore della dea e, caricatoselo sulla schiena ingobbita, l’aveva portato al Re, spirando proprio al momento di affidarlo alle mani del monarca. Dopo anni trascorsi ad ammuffire nelle tesorerie reali, venendo il Re di Spagna a trovarsi in debito con l’emiro di Baghdad, il cuore era stato rispolverato e inviato al sovrano orientale. Ancora oggi, prometteva infine il canto, chiunque visiti la reggia di Baghdad resta abbagliato dall’inestinguibile scintillo del cuore della più sfortunata delle figlie del sole.

Dopo aver quasi sussurrato gli ultimi versi senza accompagnamento di chitarra, la ragazza tacque. All’orizzonte, intagliati come sagoma di cartone sul fondo stellato, i denti della cordigliera annuirono silenziosi.

«È un canto popolare vecchio di secoli.» dissi, dopo un lungo silenzio che mi parve rendere la parola meno molesta «L’avete cantato lento. Ne ricordo una versione in allegro, molto più spigliata. Anche la storia era un poco diversa.»

«Come?»

La domanda fu pacata come al solito, ma venata di curiosità. Se il suo mestiere era portare le storie in giro per il mondo, chi ero io per negargliene una? Pur non sapendo cantare, gliela recitai come facevano gli antichi cantori quando avevano a che fare con qualche eroe dalla genealogia pretenziosa.

Secoli fa, una meteora, stanca di vagare per l’universo, era cascata sulle Ande, ove un soldato spagnolo, bramoso di ricchezze, l’aveva raccolta, stimandola di grande valore. Dopo che si fu imbarcato per tornare nel Vecchio Mondo, il galeone sul quale viaggiava era stato attaccato dagli inglesi: pur avendo avuto la meglio, non trovando a bordo né oro, né argento, i pirati l’avevano lasciato andare. Salvato così fortunosamente il meteorite, il soldato, giunto in Spagna, si era messo in cammino alla volta di Madrid, per informare la corte dell’insolito ritrovamento. Tuttavia, una volta giunto nella capitale, si era trattenuto a giocare a carte in una bettola col celebre poeta Luís de Góngora. A dispetto della fama da imbranato tanto faticosamente conquistata, il letterato aveva vinto. Del tutto sprovvisto di denaro, il soldato aveva ceduto la meteora. A Don Luís, che in quel tempo si trovava nei guai con un ebreo, non era parso vero di poter ripagare il proprio debito; e l’usuraio, ciò che desta più stupore, aveva accettato. In seguito, l’ebreo era stato costretto a fuggire dalla Spagna per rifugiarsi in Russia. Qui, il patriarca di Mosca, essendosi enormemente indebitato, gli aveva confiscato tutti i beni, fra cui il meteorite che, trovandolo del tutto inutile, poco dopo aveva regalato allo Zar. In seguito, il sasso celeste era stato scolpito a forma di crocefisso e posto su una rupe del Caucaso.

Terminata la storia, la ragazza rimase a lungo in pensoso silenzio.

«Non conoscevo questa versione. È davvero molto vecchia?»

«Almeno quanto l’altra.»

Sospirò, sempre vagheggiando la volta celeste, muta spettatrice di quella epopea senza senso né inizio, senza fine né fini, chiamata storia. Le stelle ammiccavano ancora più forte.

«Chissà qual è la verità.»

La risposta, da secoli in attesa, mi sgorgò pronta: «Credo che in fondo siano vere entrambe.»

«Intendete dire che il cuore si trova, al tempo stesso, nella reggia dell’emiro di Baghdad e sulle pendici del Caucaso?»

«Se è per questo, potrebbe anche darsi che nessun corpo celeste sia mai caduto sulla cordigliera. Che cosa importa? Se una leggenda è vera, davvero conta sapere se sia autentica? E se non lo fosse, cesserebbe forse per incanto di comunicarci la sua verità?»

I pensieri della ragazza furono più lunghi e silenziosi del solito. Quando finalmente dischiuse le labbra per dar loro forma, un bagliore pulsò lontano nella notte, accompagnato da un cicaleccio metallico.

«Oh.» mormorò delusa «Il treno delle undici. Devo andare. Prima o poi si ha da prendere il proprio, non trovate?»

«Detto a uno come me, è quantomeno curioso.»

Mentre il piccolo treno si fermava davanti a noi, la ragazza ripose la chitarra nella custodia, richiudendola con cautela per poi avviarsi verso l’unico vagone.

«Non mi avete nemmeno detto il vostro nome.» esclamò a mezza via, volgendosi verso di me.

«Vi serve davvero, se avete capito ciò che sono?»

Sorrise: «Siete un tipo singolare, voi. Rispondete sempre con una domanda.»

«È l’unica risposta possibile che conosca.»

Sotto lo sguardo stranito del controllore, mi rivolse un ultimo addio e salì sul treno sferragliante. Da quando la luce di coda del vagone scomparve in lontananza, nella fresca notte d’altopiano, non l’ho più rivista. Di tempo in tempo mi sono giunti all’orecchio dei canti lontani: alcuni parlano di una ragazza dal destino fantasioso; ma i più belli sono quelli che la ritraggono ancora come una giovane cantante di strada, che si accontenta di una chitarra, una notte stellata, qualcuno cui raccontare una storia. Dopo tutto, quale leggenda non è vera?

Nemmeno io, in fondo, sono molto cambiato. In questa stazioncina sull’altipiano ai piedi della cordigliera, non ho più parlato con nessuno. La gente nemmeno mi nota; a parte qualche bambino, che si ferma a osservarmi, ma subito viene richiamato dai genitori: «Vieni, svelto: sta arrivando il treno! Che cosa ci troverai, poi, in quella vecchia statua di pietra…»

Scevola