Meazza: primavera nazionale dello sport [l’eternità del mito]

Meazza 1Se si dovesse dare ascolto alle cronache, bisognerebbe incoronarlo come il più grande giocatore che il calcio italiano abbia mai visto. Numeri impressionati lo catapultano nell’Olimpo del football: nell’Ambrosiana-Inter 408 presenze e 284 gol, in serie A 477 gettoni e 305 marcature. Senza dimenticare un albo d’oro ricco di tre scudetti e una Coppa Italia (tutto con la maglia neroazzurra), nonché tre titoli di capocannoniere della massima serie. Ma è forse con la casacca della nazionale italiana che diede il meglio di sé, vincendo due campionati del mondo – entrambi da protagonista – nel 1934 e nel 1938. Un curriculum unico insomma, che tuttavia sarebbe antistorico paragonare a quello delle moderne celebrità sportive; un mito leggendario impensabile da accostare ad altri campioni di oggi.

Un altro calcio, un’altra epoca, un’altra vita. Il più forte di tutti? Forse, ma non sta a noi poterlo stabilire. Tuttavia, basti ai lettori sentirne pronunciare il nome per risvegliare la magia: Giuseppe «Peppino» Meazza, un tourbillon di invenzioni improvvise – scriveva il commentatore sportivo Gianni Brera – scatti geniali e dribbling perentori conclusi con fughe solitarie verso la smarrita vittima di sempre, il portiere avversario. Vittorio Pozzo, suo allenatore azzurro, disse che avere Peppino in squadra equivaleva a iniziare l’incontro con una rete di vantaggio; un complimento in sé semplice, ma nel contempo un vanto per pochi.

Il 23 agosto 1910 Meazza nasceva a Milano, figlio di una famiglia umile. Da bambino giocava a piedi scalzi in strada e nei prati di Porta Vittoria, quartiere natio, finché poi a quattordici anni venne tesserato nei Boys dell’Internazionale, debuttando nel campionato italiano appena tre stagioni più tardi. Come per magia, Peppino trasformò in cigno uno sport fatto di lanci lunghi, tecnica approssimativa, ritmi compassati, scarpate e svirgolate. È il 25 Settembre 1927 quando il «bimbo d’oro» entra nel calcio dei grandi: Internazionale-Dominante 6-1, con doppietta (per alcune cronache tripletta) di Meazza, che diventò immediatamente l’idolo dei tifosi neroazzurri.

Per il ragazzo fu un sogno. Nacque così l’era del «Balilla», soprannome consegnato alla storia dal compagno Leopoldo Conti che – secondo la leggenda – durante la lettura della formazione titolare, udendo il nome del giovanotto, esclamò sarcastico: «Adesso andiamo a prendere i giocatori perfino all’asilo! Facciamo giocare anche i balilla!». Di statura media e fisico asciutto, Giuseppe venne curato dai dirigenti dell’Inter che lo farcirono di bistecche per favorirne lo sviluppo; ma fu soprattutto la crescita sportiva del piccolo campione che impressionò: dai 12 gol del primo campionato passò ai 33 della stagione successiva, fino ai 31 del 1929/30, annata dello Scudetto.

Una vittoria che l’Inter, divenuta nel 1928 Ambrosiana per volere del Partito, aspettava da dieci anni. Un momento storico per i neroazzurri, ma anche per il calcio e per lo tutto sport italiano che, grazie ai sapienti investimenti del Partito Nazionale Fascista, si migliorava di anno in anno: Nuvolari nell’automobilismo, Binda e Guerra nel ciclismo e, appunto, il «Balilla» diventarono gli emblemi di questa primavera, che trovò la piena fioritura nel Campionato del Mondo di calcio del 1934. La nazionale italiana gioca in casa; Mussolini ha lavorato tanto perché venga trasmessa al mondo intero l’immagine di una nazione moderna, organizzata e vincente: l’Italia parte forte, travolgendo negli ottavi di finale gli Stati Uniti per 7-1. Poi è la volta della Spagna, rispedita a casa proprio da un colpo di testa di Meazza. A quel punto gli azzurri, consci della propria superiorità, non si fermano e, nel segno di Peppino, salgono sul tetto del mondo davanti ai propri tifosi, nello stadio del PNF a Roma, alla loro prima partecipazione nella competizione.

Meazza, col tempo, diventerà il primo uomo sportivo italiano vincendo anche il Mondiale del 1938. Contesissimo personaggio-immagine, si lasciò trascinare dai vizi del gentil sesso e della vita notturna, in cui viene raccontato che, avvolto dal profumo di donna, scotch e sigarette, fosse solito dare il meglio di sé. Nel 1939, con lo scoppio del conflitto, il «Balilla» mise fine al proprio ciclo d’oro con l’Inter, indossando senza grandi fortune le maglie di Milan, Juventus, Varese e Atalanta, per tornare infine a concludere la carriera proprio con la maglia neroazzurra nel dopoguerra. Dopo una poco fortunata parentesi da allenatore, Meazza se ne andò il 21 agosto del 1979: di lui rimangono un mare di ricordi, articoli, premi, medaglie, fotografie e qualche filmato dell’Istituto Luce. Oltre che lo stadio San Siro, a lui tanto romanticamente intitolato.

Zanèn de la Bala

Da Achille a Ivan Bogdanov [l’eternità del mito]

ivan Bogdanov Serbia Italia 2011

Eroe e antieroe: separati da una linea tanto potenzialmente sottile, quanto troppe volte distante anni luce. Eravamo nella Grecia antica quando Omero, poeta di miti, cantava di Achille e di quell’ira che diventò leggenda. Siamo nell’autunno del 2014, quando i giornali di mezzo mondo sbattono sulle prime pagine Ivan Bogdanov, ultrà serbo, simbolo nero di una ex-Jugoslavia mai tanto divisa dalla scure della democrazia.

Da qui, il lettore avrà già definito le posizioni dell’uno e dell’altro personaggio secondo la propria scala di valori. Mentalità, questa, che oggi ci vorrebbe pronti a simpatizzare per l’affascinante cicala piuttosto che vederci schierati con una formica qualunque. In una concezione tutta occidentale di bene e male assoluto, di associazione di ruoli predefiniti tra buono, brutto e cattivo, sarebbe perciò opportuno rifarsi all’idea di eroe e di antieroe, nel tentativo di ridare un giusto significato a due termini opposti che potrebbero invece rimandare a una medesima realtà.

Ma si sa, la lente attraverso cui andiamo analizzando è assai mutata col tempo. Le forme di comunicazione moderne utilizzano processi molto poco onesti per esporre dati reali, inducendoci a ragionare secondo una sorta di sistema binario che ci costringe a differenziare costantemente tra ciò che deve essere bene o male. Questo processo, condizionato dal contesto, diventa oggi emblema di un mondo occidentale alla ricerca di un’identità mai a tal punto perduta.

Dissacrante sarebbe infatti paragonare Ivan (Bogdanov) al guerriero Achille. Assolutamente impensabile. Ma in entrambi i casi non ci troviamo forse alla presenza di due, seppur lontane, figure di capo-popolo? Secondo la concezione antica della realtà, il significato di eroe era spesso accostato all’idea di condottiero, quale esempio e portatore di valori aristocratici che ne avrebbero eternato il mito sotto il vessillo della storia della propria terra e delle sue usanze. Come veicolo di un modus vivendi dominante da coltivare e conservare. Stile e portamento superiori, forza e tenacia nel combattimento, sfrontatezza verso la morte: ecco i tratti della figura eroica appartenuta a una civiltà venuta a mancare, sepolta e dimenticata, a cui oggi si guarda troppo spesso con finta e ipocrita nostalgia.

L’Europa post-moderna ha deciso di campare su ben altri pilastri: scienza e morale cristiana rappresentano i residui di una speranza che non ha portato ad altro se non a innalzare l’inettitudine dei più, limitando e segregando chi alla vita si volge con ben altro slancio. Proprio qui entra in gioco il punto di vista medio, la mentalità generale: perché la libertà oggi calza come un paraocchi sopra il capo di un bue. L’orizzonte che ci picchia sulla fronte è invece ben più vasto, il cielo ancor più azzurro, la vita più eroica; la piattezza è al contrario il cancro peggiore che divora l’anima e il pensiero, ciò che ne limita l’agire.

Bogdanov è un Achille dei giorni nostri per audacia, fierezza e ferocia. Simbolo di una Serbia che resiste, di un popolo che non si piega, di una gioventù che infuria. Sopra un plexiglas allo stadio Marassi come sulle mura di Ilio in fiamme; un condottiero che guiderebbe i suoi compagni al saccheggio di Troia come alle cariche sulla polizia di Genova. Senza rimorso e simile a un faro, retto sul prato del Maracanà di Belgrado durante gli scontri contro gli albanesi per rubare la bandiera nemica; come il divino figlio di Peleo, mentre trascinava superbo il corpo senza vita del valoroso Ettore di fronte all’ingresso di una città attonita.

Temuto e demonizzato dall’opinione pubblica, ma mai pienamente analizzato nelle componenti antropologiche e sociali. Un ultrà perciò da rivalutare, pena il declassamento dell’eroe acheo. Egli incarna la pietà, osservata nella sua pienezza e sdoganata dalla zavorra cristiana: pietas come massima fedeltà ai principi morali individuali; l’onore verso la patria e la famiglia, contro catene ingiuste; l’esaltazione dei tratti più caratterizzanti della forza individuale; la forza del singolo posta al servizio della collettività, pura, priva dell’arrendevole condizione cristiana post-conciliare. Ne risulta una nuova dimensione dell’uomo (o per meglio dire, la ripresa di una potenzialità obliata da quest’ultimo).

Diamo ad Achille quel che è di Achille, ma diamo a Bogdanov quel che è di Bogdanov: che non ci siano due pesi e due misure. E se il compito di una buona scuola dovrebbe essere quello di educare lo studente giovandone all’anima e allo spirito, concedeteci che allora, oltre che sull’ira di Achille, gli studenti vengano cresciuti nella condizione adeguata per ragionare in maniera matura anche sulle gesta di molti di quegli eroi condottieri che, troppo spesso, riempiono le peggiori cronache di oggi. Alla faccia del moralismo e del politacally correct, fintanto che si è ancora in tempo.

Zanen de la Bala

La morte eroica da Omero a Byron [l’etenrità del mito]

Egina - Guerriero morenteLa continuità tra antico e moderno, che abbiamo avuto modo di trattare spesso sulle pagine di questo giornale, riguarda non solo la mitologia, ma anche, assai spesso, quelli che vengono percepiti come i cardini più intimi dell’esistenza umana.

Il modo in cui gli uomini pensano la morte si è modificato radicalmente e repentinamente nel corso dei millenni: la sua eternità risiede nel fatto che lo spettro della scomparsa attanaglia l’uomo fin dalle origini, piuttosto che nell’omogeneità, peraltro solo presunta, dell’idea stessa di morte. È noto che in ambito greco, nell’antichità, il concetto basilare era quello della cosiddetta morte eroica o bella morte; tale concezione aveva le proprie radici nella formulazione del codice eroico aristocratico contenuta nei poemi omerici, ma è riscontrabile più concretamente nell’Atene del V secolo a.C. grazie ai testi tragici giunti fino a noi. Nell’Aiace di Sofocle, al verso 479, per esempio, si legge: «Chi è nato nobile deve o gloriosamente vivere o gloriosamente morire»; e ancora, nell’Elettra (v. 989): «Per le persone di nobile nascita è viltà vivere vergognosamente». Il concetto basilare dell’esistenza, per gli antichi greci, era proprio questo: la morte diventava bella e degna di onore nel momento in cui l’eroe si rendeva conto di non essere all’altezza delle aspettative che gli altri (i genitori, la famiglia, ma soprattutto la società) avevano nei suoi confronti e decideva di affrontare coraggiosamente il destino del trapasso, piuttosto che vivere con disonore. La bella morte non doveva, comunque, essere necessariamente un suicidio – come nel caso di Aiace, che decise di uccidersi piuttosto che convivere con la pazzia –; poteva anche essere una prova di coraggio, quale affrontare in duello un avversario temibile. Come non ricordare il trapasso di Ettore, ucciso senza pietà da Achille per vendicare la morte di Patroclo? Ma soprattutto, come può un lettore dell’Iliade non commuoversi di fronte allo sgomento dell’eroe, al terrore di chi sa che non ha scampo contro il più grande guerriero di tutti i tempi, al lacrimoso congedo da Andromaca e dal piccolo Astianatte ancora in fasce? Ma per Ettore, come per tutti i grandi eroi dell’epos, l’onore è tutto: è preferibile affrontare la morte e lasciare un ricordo indelebile di sé ai posteri, piuttosto che vivere senza apparenti meriti.

Il tema della morte eroica sarà molto caro agli autori europei del XIX secolo, in particolare al londinese George Byron (1788-1824): in una delle sue opere più celebri, Childe Harold’s Pilgrimage, si legge infatti una dichiarazione d’amore incondizionato verso la Grecia e i suoi alti valori morali: «Ancient of Days! August Athena! Where / Where are thy men of might? Thy grand in soul?». Il mito della bella morte affascinò profondamente Byron, al punto che la critica anglosassone parla spesso, in riferimento ai protagonisti delle sue opere, di byronic heroes: personaggi dall’indole forte e determinata, che morirebbero piuttosto che vivere una vita che non appartiene loro fino in fondo, liberando la coscienza comune dell’epoca dall’ossessione del vivere ad ogni costo che la caratterizza. Byron crea un modello di eroe mentalmente instabile, volubile, pericoloso più per sé stesso che per gli altri; la sua rivisitazione del Prometeo eschileo compiuta in due opere, nel Prometheus, ma anche nell’Ode to Napoleon Buonaparte, ci mette di fronte a un martire che lotta per l’indipendenza dell’uomo dagli Dei; ma un suo alter-ego significativo rimane l’Aiace di Sofocle, un uomo che dà tutto sé stesso per le cause in cui crede, ma sa anche arrendersi quando le circostanze gli richiedono di farsi da parte.

Quanto a noi, moderni spettatori di questi eroi di carta e inchiostro, possiamo solo vagamente immaginare che cosa comportasse convivere con un destino di vita o di morte già tracciato e già deciso, con l’unica, ma immensa responsabilità di dover decidere se aderire o meno alla linea decisa dalle convenzioni sociali per la nostra fine. Siamo molto lontani dall’alto valore morale che nell’antichità si attribuiva alla morte: al giorno d’oggi essa è fuggita in ogni modo e nessuno accetta più di invecchiare; nessuno accetta più la propria fragilità come parte imprescindibile della propria umanità. La domanda sorge spontanea: perché non siamo più capaci né di vivere ogni fase della nostra vita nella sua pienezza, né di accettare il fatto che la morte faccia parte della vita?

Alcesti

Alcesti: il coraggio delle donne [l’eternità del mito]

Lord Frederic Leighton-Hercules Wrestling with Death for the Body of Alcestis

Gli stereotipi vogliono che, nella tradizione occidentale, il coraggio sia prerogativa esclusivamente maschile. A confermarlo sembrerebbe l’etimologia del latino virtus (coraggio, appunto), derivato da vir, termine che indica il maschio adulto dotato di responsabilità politica e valore militare. Anche la ben nota concezione patriarcale comune a tutte le culture indoeuropee potrebbe far pensare che sia così; ma non bisogna farsi ingannare.

Esiste infatti un mito ancestrale, attestato negli ambiti più diversi, dalla novellistica germanica, baltica e slava, fino all’epica indiana del Mahabharata e a quella bizantina del Dighenis Akritas, che dimostra come i nostri più remoti antenati attribuissero anche alle donne un loro peculiare coraggio. Tale storia è nota soprattutto per la rielaborazione teatrale che ne offrì l’ateniese Euripide in una tragedia del 438 a.C., intitolata proprio col nome della protagonista: Alcesti.

Racconta il mito che Admeto, re di Fere, ottenne dalla Morte di poter vivere più di quanto le Moire gli avevano concesso, a patto che un parente accettasse di morire al posto suo. Poiché gli anziani genitori si rifiutarono, a offrirsi volontaria fu la sua giovane moglie, Alcesti. Una volta la donna discesa agli Inferi, presso la reggia di Fere giunse Eracle; e Admeto lo ospitò, tenendolo per giunta all’oscuro del lutto appena occorso, per non turbarlo. Ma, venutolo a sapere, Eracle, per sdebitarsi della generosa ospitalità ricevuta, scese agli Inferi, sconfisse la morte e ricondusse Alcesti alla casa del marito.

Euripide mostra un’Alcesti che, pur disperata, si separa dal marito e dai figli con una determinazione che non trova riscontro in altri personaggi femminili della tragedia greca. La sua compostezza d’animo viene sottolineata dal poeta con un’accorta variazione dei moduli epici: se nella poesia rapsodica le eroine potevano ambire al massimo a epiteti come «dalle belle caviglie», Euripide non esita a definirla ariste, termine solitamente riservato agli eroi omerici, che, come indica la radice indoeuropea ar-, esprime la summa della perfezione fisica ed etica. A sottolineare ancora di più il suo coraggio concorrono numerosi paralleli, come la vestizione prima della morte, esemplata su quelle degli eroi che si preparano alla battaglia, ma anche la mediocrità degli altri personaggi: Admeto è tutt’altro che epico quando accetta che la moglie muoia al posto suo; e altrettanto ignavi sono i suoi genitori, che si rifiutano nonostante i pochi anni rimasti da vivere. Nell’ottica di un totale rovesciamento dei ruoli, in cui è la moglie a sacrificarsi per salvare il marito e non viceversa (come invece accade nelle versioni germaniche della fabula, influenzate dalla letteratura cavalleresca), Alcesti assurge a modello di eroismo coniugale: «Io ti ho reso onore fino al punto di farti vivere a prezzo della mia vita, e muoio per te, mentre avrei potuto non morire»; e ancora: «Addio, siate felici; e tu, Admeto, puoi vantarti di aver avuto la migliore delle donne» (trad. di G. Paduano).

L’eroina è consapevole della grandezza del proprio gesto. Il suo mito è eterno in quanto le donne di ogni tempo possono facilmente identificarsi nel suo senso del dovere e nel suo amore incondizionato per la famiglia; ma oggi, di fronte alle insidie nate dal disgregarsi della società organica, esso è significativo più che mai, perché ardue più che mai sono le sfide che i nuclei familiari, di cui le donne sono la più intima forza, si trovano ad affrontare. Costrette da una pretesa emancipazione a essere non più solo custodi della casa e dei figli, ma anche lavoratrici in carriera, le donne sono oggi gravate di un carico che mai prima aveva portato, di fronte al quale è lecito invocare la virtù di Alcesti.

Euripide dà un nuovo significato al confine simbolico fra mondo maschile e mondo femminile: pur non portando armi e non difendendo la patria, la donna dà prova di un coraggio che, al pari di quello dei guerrieri, consiste nel dono assoluto di sé. Il coraggio femminile, con le proprie specificità, si affianca a quello maschile e lo integra; tanto che il lieto fine della storia dipende dall’incontro di entrambi, del sacrificio di Alcesti col salvataggio da parte di Eracle.

Il mito di Alcesti è, quindi, eterno in un senso ancora più profondo, in quanto supera grandiosamente tanto millenni di stereotipi misogini, quanto decenni di retorica femminista. E insegna che, se l’unione fra uomo e donna è la base di qualsiasi civiltà, il motivo non è solo biologico.

Alcesti

L’ultimo degli eroi [l’eternità del mito]

Tempietto a Delfi

Più di ogni altra parola, nel corso dei secoli il termine eroe ha subito un incredibile allargamento semantico: se nel mondo greco esso indicava un preciso tipo di persona, la sua stessa ampiezza è poi divenuta quasi una condanna all’insignificanza, tanto che oggi è arduo definire precisamente chi sia un eroe.

Una vita lunga trenta secoli (tale è all’incirca il tempo trascorso dalla nascita dell’epica omerica fino a oggi) implica per forza un gran numero di variabili interne, tutte in qualche modo variazioni dell’archetipo; ma quando tale archetipo venne meno? È possibile identificare univocamente l’ultimo degli eroi, dopo il quale nulla fu più come prima?

Prima di intraprendere la ricerca, è necessario fare chiarezza. Anzitutto, quale fu il primo significato della parola eroe? Dare una definizione è difficile, perché il nostro immaginario ha sviluppato un modello eroico basato sui protagonisti delle chansons de geste medievali, figure monolitiche come l’Orlando pre-boiardesco, cavaliere di ispirazione cristiana e dal severo codice morale. Tale modello, che ancora influenza la narrativa odierna, risulta però fuorviante se applicato agli eroi omerici.

L’Iliade e in buona misura anche l’Odissea sono infatti popolate da eroi ambivalenti che godono di uno status a metà fra l’umano e il divino: mortali come tutti gli uomini, da defunti ricevono onori che, sebbene con rituali diversi, equivalgono a quelli tributati agli dei. Tale dicotomia si riscontra anche nel loro agire: i personaggi omerici vivono un tempo in cui le istanze di società di stampo tradizionale convivono con le esigenze seminali delle future poleis. Il mondo eroico non è una struttura rigida, bensì un calderone ribollente, un laboratorio (Nel laboratorio di Omero è appunto intitolato un saggio di Vincenzo Di Benedetto, pietra miliare dell’omeristica del secondo Novecento) in cui la civiltà occidentale prende lentamente forma: abbiamo quindi Achille, esemplare nel valore guerriero, ma che empiamente rifiuta le esequie al nemico Ettore; o, ancora, Odisseo, esempio di saggezza, tenacia e fedeltà, ma accusato dalla letteratura successiva di essere portatore di un’astuzia sconfinante nel cinismo. Ciò non significa che gli eroi, in origine, fossero figure immorali; essi, anzi, precedevano la morale e ne costituivano il presupposto.

Ad ogni modo, era esperienza comune che le età eroiche fossero assai diverse dai tempi successivi. La cultura greca percepì il problema con tale urgenza da incentrarvi la propria cronologia cosmica, secondo modalità che trovano riscontri in altre culture indoeuropee, come l’antica civiltà indiana. Il poeta Esiodo sostiene che le carneficine avvenute a Tebe e Troia furono volute da Zeus per sterminare la stirpe degli eroi e dare inizio all’ultima età del mondo, quella attuale.

La tradizione, tuttavia, concede anche alla nostra era esempi di eroismo: Pausania, autore del II sec. d.C., raffinato indagatore delle curiosità antiche, nel sesto libro della Periegesi della Grecia racconta che l’ultimo eroe non morì a Ilio, né fu un personaggio mitico.

Tutto cominciò quando Cleomede, cittadino di Astipalea, un’isoletta ai margini sudorientali del Mar Egeo, partecipò ai giochi olimpici del 488 a.C., vincendo la gara di pugilato. La morte dell’avversario a causa delle ferite subite portò però gli arbitri ad annullare l’incontro, accampando presunte infrazioni al regolamento. Perseguitato dal rimorso e dall’umiliazione, il pugile affrontò il lungo viaggio in nave per tornare in patria. Una volta sbarcato, venne travolto dalla follia: entrò in una scuola e, abbattuta una colonna a forza di pugni, fece crollare il tetto, causando la morte di sessanta ragazzi. Per sfuggire a un tentativo di lapidazione, si rifugiò nel tempio di Atena e si rinchiuse in una cassa. All’apertura di quest’ultima, di lui non vi era più alcuna traccia. Quando i cittadini di Astipalea si rivolsero all’oracolo di Delfi per un responso circa l’avvenimento, Apollo impose loro di onorare in Cleomede l’ultimo degli eroi; e il culto in suo onore proseguiva ancora sette secoli dopo, quando Pausania visitò l’isola.

Sappiamo che, successivamente, anche altri uomini vennero eroizzati: il poeta Sofocle, noto per la propria pietas, ricevette onori eroici post mortem, così come Alessandro Magno; tuttavia nessuno di essi presenta la caratura degli eroi omerici, prescelti dagli dei a compiere gesta grandiose e terribili (due concetti che il greco esprime con un’unica parola: deinós). Insomma, il dio Apollo non parlò a sproposito, affidando allo sfortunato Cleomede il titolo di ultimo degli eroi.

Scevola

Meditazioni delle vette [l’eternità del mito]

Nicholas Roerich copertina libro Meditazioni delle Vette di Evola J.

«Non le cime, non le difficoltà, non il record mi interessano, ma quello che succede all’uomo quando si avvicina alla montagna». Con questo principio Reinhold Messner introduce la guida per eccellenza all’ascesi spirituale delle montagne: Meditazioni delle vette, del pensatore Julius Evola. È lo stesso spirito col quale da un anno e mezzo pubblichiamo la nostra rivista, il più possibile lontana dalle fredde annotazioni nozionistiche e dal sapere sterilizzato da manuale scolastico. Spesso, infatti, solo addentrandosi nel microcosmo pulsante dell’individuo è possibile trovare le risposte che alcuni, avviluppati in camici da laboratorio, cercano invano, rovistando meticolosamente tra le statistiche.

Non è facile definire che cosa sia la montagna per chi intende viverla in simbiosi. Per comprenderlo, è necessario capire prima che cosa essa non è. Innanzitutto, non è una questione geografica, una carta topografica o una diatriba sui confini governativi; non è una palestra di roccia o un avvenimento sportivo spettacolare costellato di sponsor e coreografie; non è nemmeno un quadretto romantico, né uno sfondo per lievi passeggiate al chiaro di luna; non è una scampagnata turistica nel giorno festivo per evadere dalla monotonia quotidiana; non è un’emozione inconscia al contatto con la natura incontaminata e primitiva; non è turismo di massa dondolante tra albergo e seggiovia; non è chiassosa convivialità da gomito alzato e buona cucina.

La montagna, per chi ne percepisce l’accezione spirituale, è pura altezza che isola l’Io per poterlo trascendere, attraverso il binomio imprescindibile azione-contemplazione; è il sussulto di calma al termine di un’ardua ascesa tra statica roccia millenaria e torrenti in piena. La montagna è mito: è il brivido che percorre il contemporaneo alla visione di quelle stesse vette innevate che con riverenza i nostri avi – dall’Olimpo dei greci antichi, fino al Walhalla dei popoli germanici – indicavano come sede del divino. La montagna è Tradizione, una delle ultime roccaforti che ancora resiste alla spirale travolgente del progresso, nella quale le usanze e i costumi dei popoli vengono sacrificati alle esigenze di mercato. La montagna è essenza: è aria rarefatta che corrode fronzoli patetici e inutili lussi, eco di vallate che esige un consapevole silenzio per sprigionare le proprie armonie, spesso nascoste nel sibilo del vento gelido o nell’incalzante rimbombo dei passi. La montagna è distacco: «Molti metri sopra al mare, molti più sopra l’umano», scriveva Nietzsche dal rifugio alpino di Sils Maria che ispirò Così parlò Zarathustra.

Meritano particolare menzione le forme d’arte che favoriscono la contemplazione delle vette, musica e pittura tra tutte. Musicalmente, si può citare il metal degli svedesi Bathory (vedi Sole e acciaio n. 2), nonché, oltreoceano, gli Agalloch, straordinaria fusione tra sonorità doom e d’atmosfera. Tuttavia, poiché le note stimolano le sensibilità più personali, è auspicabile che ognuno segua le sonorità che più lo avvicinano alla contemplazione e all’assimilazione con la montagna.

Nel campo della pittura, l’artista più famoso è forse Caspar David Friedrich, il cui celebre Viandante sul mare di nebbia è il culmine di una serie di dipinti che vedono l’uomo affrontare la grandezza della natura in maniera quasi ossessiva. Segnaliamo anche le opere di Nicholas Roerich, visionabili in rete grazie al prezioso lavoro del museo che porta il suo nome (www.roerich.org). Il pittore, un russo affascinato dalle vette tibetane, non si limita a ritrarre i panorami in maniera oggettiva, ma li propone in chiave simbolica e trascendentale. Uomini, monti, animali, vallate, nuvole, templi… il cosmo dell’ambiente tibetano si fonde in un paesaggio, che, tramite il contrasto tra colori caldi e freddi, delineati da contorni semplici e marcati, sintetizza l’idea dell’armonia metafisica della montagna.

Un’armonia che Evola, nell’opera sopra citata, riconosce nell’«idea di una superiore, immateriale unità», ovvero nel concetto di Imperium; lo stesso che, secondo l’autore, spinse per un millennio lo spirito romano a irradiarsi dal Nilo alla Britannia, portando per l’Europa e per il mondo l’aquila, allegoria per eccellenza di altezza e immaterialità. La sensazione di «calma e irresistibile potenza della luce che brilla sulle altezze gelate» ben descrive l’intuizione di un’aeternitas che si può avvertire solamente dall’alto, mentre lo sguardo abbraccia la pianura, la città e tutto ciò che è esclusivamente umano.

Spartacus

L’irragionevole Antigone [l’eternità del mito]

Antigone

Chi, fra i lettori, non ha mai sbagliato, dovendo scegliere tra impulsività del cuore e razionalità della mente? Di certo sono poche le persone che possano dire di non essersi mai trovate di fronte all’annoso dilemma, poiché esso accompagna l’uomo fin da quando smise di guadagnarsi da vivere come cacciatore e raccoglitore per iniziare l’esistenza «civilizzata».

Naturalmente anche gli antichi hanno interpretato un problema così sentito: quest’interpretazione si chiama Antigone. La sua figura ha acquisito gran parte dello spessore grazie al genio poetico e narrativo di Sofocle.

Nell’omonima tragedia dedicatale dal grande tragico ateniese, Antigone, figlia dell’inconsapevole incesto fra Edipo e la madre Giocasta, è emblema dell’osservanza delle leggi non scritte e dell’indifferenza verso quelle costituite. Nonostante un editto del re, nonché zio, Creonte, vieti a chiunque di dare sepoltura a Polinice, traditore della patria, ma soprattutto fratello di Antigone, quest’ultima decide di seppellirlo di persona, assumendosi tutte le responsabilità che il gesto comporta. Le ragioni del cuore la spingono a perseguire l’obiettivo senza curarsi delle leggi imposte da Creonte, che in quanto mortale ella ritiene meno degno di obbedienza rispetto agli dei Inferi, ai quali il gesto sarà invece sicuramente gradito. Il legame di fratellanza è per Antigone il più importante, al punto che ella non esita neppure un attimo a prendere le distanze dalla sorella Ismene, insicura e piena di dubbi, accusandola di «voler bene solo a parole» e di avere a cuore più la propria vita che l’onore dovuto a un consanguineo.

La scelta di Antigone pare oggi un eco lontano, proveniente da luoghi e tempi molto remoti; tuttavia porta un messaggio ancora oggi ben comprensibile: i valori più importanti sono i legami familiari e le leggi interiori alle quali noi (nonostante non ci siano articoli della Costituzione al riguardo, per dirla in termini moderni) sentiamo di dover essere fedeli. Messaggio ancora oggi ben comprensibile, appunto; anzi, forse perfino più comprensibile di allora: considerando il momento di confusione che la nostra civiltà sta attraversando, non sono pochi gli esempi di leggi sì scritte, che però infrangono palesemente la giustizia.

Ancora, nella tragedia sofoclea, Eteocle, il secondo fratello di Antigone, riceve tutti gli onori funebri nonostante sia colpevole quanto Polinice, essendo stato lui, con la sua ostinazione a non abbandonare il trono, la vera causa del conflitto che ha portato alla morte di entrambi. Ciò fa riflettere: quanti sono oggi gli Eteocle rimasti impuniti, oppure, in caso di morte, santificati con la dedica di un’aula in Parlamento? Per contro, il nostro tempo spicca per diffusa penuria di Antigoni.

Dal V secolo a.C. a oggi, questo bellissimo mito è stato reinterpretato in contesti molto diversi: Antigone conserva fierezza e coraggio in quasi tutte le rivisitazioni, mentre Creonte cambia spesso in base all’autore. Nell’Antigone francese di Jean Anouilh, ad esempio, la ragione rimane dalla parte della protagonista: il re, ostinandosi a non capirne le ragioni, non ottiene altro che il suo suicidio e quello del proprio figlio Emone, fidanzato di lei. Nella rivisitazione tedesca di Bertolt Brecht, invece, sullo sfondo del dopoguerra l’orgoglio nazionalista si rivela in tutta la sua totalizzante potenza, con una sbiadita Antigone che, prima di morire, dà ragione al re. In tutte le rivisitazioni, però, Ismene, imbelle sorella di Antigone, rappresenta la vile omertà della gente che preferisce non vedere e non sentire; mentre Creonte incarna una politica lacerata dai conflitti, che solo davanti alla catastrofe (il suicidio di Antigone ed Emone) giunge al pentimento.

Il filosofo francese Blaise Pascal scriveva: «Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce». Ma, in conclusione, è possibile scegliere tra cuore e ragione? Il fatto stesso che l’Antigone sia una tragedia svela come una scelta definitiva sia impossibile, giacché in molti ambiti entrambi gli elementi devono essere presenti in egual misura; certo è che l’eroina greca offre un valido insegnamento: bisogna combattere a testa alta per i valori eterni, senza arrendersi nemmeno alle peggiori difficoltà. Bisogna essere forti come quella ragazza giovane, magra e non particolarmente bella, ma, come la sfortunata stirpe di eroi da cui discende, ricca di coraggio e fierezza d’animo. Bisogna disprezzare Creonte con i suoi editti inutili e lasciare Ismene alla sua vigliaccheria. In altre parole, per dirla con Sofocle: «Se ti sembra che io mi comporti come una pazza, forse è pazzo colui che di pazzia mi accusa».

Alcesti

Quando il mito è storia [l’eternità del mito]

Schliemann - Troia scavi

Negli ultimi secoli, a causa della forte presunzione razionalista nata con l’Illuminismo e ancor oggi viva, ai fini della ricerca storica mito e leggenda sono stati costantemente svalutati: ai racconti tramandati dagli antichi si guardava con mal celato fastidio, al più come a elementi da inserire in un romanzo storico allo scopo di renderlo pittoresco. Pur tuttavia, il conflitto fra fantasia e ragione è invenzione moderna del tutto aliena allo spirito dei classici che si sarebbe inteso studiare: Platone, che pure guardava con disprezzo alla poesia epica, considerava i miti un anticipo di filosofia; mentre Aristotele, oggi erroneamente considerato una sorta di precursore del positivismo, ne corresse la prospettiva in un bellissimo pensiero della Metafisica: «Il filosofo in un certo senso studia i miti». Ciò nonostante, per lungo tempo le vicende teogoniche, la guerra di Troia, la fondazione di Roma e perfino i racconti biblici sono stati considerati belle storie e poco più.

Il primo recupero di miti e leggende avvenne in chiave psicologica, giungendo a conclusioni talvolta curiose: alcuni sostengono, ad esempio, che le numerose leggende greche relative alle vergini guerriere chiamate Amazzoni svelino un’atavica paura nei confronti delle donne; paura confermata, a dire di costoro, dalla violenta misoginia caratterizzante l’intera cultura ellenica. Tralasciando il fatto che tale misoginia è una menzogna creata da una modernità ormai incapace di comprendere le società tradizionali, se i miti fossero meri travestimenti di processi psicologici sarebbero davvero storielle dappoco; mentre in realtà sanno giungere direttamente al cuore del mondo: i modi con cui il greco Ettore, l’ebraico Giosuè, l’indiano Arjuna e il mesopotamico Gilgameš agiscono nei confronti degli dei e di altri uomini ci parla di come tali popoli pensassero la storia, del loro senso della giustizia e del divino.

Già simili aspetti basterebbero; tuttavia non c’è dubbio che, quando viene provata la storicità dei miti, essi diventino ancora più affascinanti. Un grande aiuto in tale direzione viene dall’archeologia, inizialmente appannaggio di romantici avventurieri, il più famoso dei quali è senza dubbio il tedesco Schliemann che, negli anni settanta dell’Ottocento, basandosi sulle indicazioni contenute nei poemi omerici rintracciò e riportò alla luce le rovine di Troia, Micene e Tirinto, fino ad allora ritenute frutto di fantasia. Nel caso della prima, le analisi stratigrafiche portarono alla rivelazione che la città era stata realmente devastata agli inizi del XII secolo a.C., tradizionale datazione della guerra narrata nell’Iliade; né ciò avrebbe dovuto stupire: dopo tutto, anche il maggiore ciclo epico medievale, quello carolingio, muove i propri passi a partire dalla smisurata amplificazione di un avvenimento storico reale, la battaglia di Roncisvalle.

Fra le leggende circa la fondazione di Roma, invece, ve n’è una molto singolare secondo la quale, in gioventù, Romolo e Remo avrebbero ricevuto un’educazione greca presso l’antica Gabii; dettaglio che è sempre stato considerato una vanteria romana volta a nobilitare le proprie origini, fino a quando un recente ritrovamento epigrafico ha confermato la presenza di un insediamento grecofono in quei luoghi poco prima del 753 a.C., data della fondazione di Roma.

Talvolta, i riscontri archeologici restituiscono un fondo reale a storie ben più favolose: il diluvio universale biblico affascina non solo per la grande suggestione immaginifica, ma anche per le incredibili affinità con miti presenti presso altre civiltà; colleghi illustri di Noè e protagonisti di storie quasi identiche sono Deucalione, nel mito greco, e Utnapištim, il quale racconta del diluvio in un passo dell’epopea di Gilgameš. Sebbene la terra venga ricoperta dalle acque anche nei Purana sanscriti, nessuno avrebbe mai pensato che simili racconti fossero stati originati da una catastrofe reale; eppure, nel 1929, una campagna di scavi archeologici presso l’antica città di Ur, nell’odierno Iraq, trovò nelle profondità del terreno spessi strati argillosi lasciati da un’immane inondazione datata intorno al 4000 a.C., pochi secoli prima della nascita delle civiltà più avanzate della Mezzaluna fertile e dell’invenzione della scrittura.

Tuttavia, per quanto simili conferme scientifiche siano accattivanti, bisogna resistere alla tentazione di abusarne: gran parte dei miti e delle leggende non è storicamente spiegabile e, certamente, mai lo sarà. In questo risiede, d’altronde, la loro grandezza: nell’essere veri in modo del tutto indipendente dalla loro realtà.

Scevola

Medea. Tragica, moderna [L’eternità del mito]

Una donna che per amore farebbe di tutto, anche lasciare la sua famiglia e la sua terra selvaggia per seguire l’affascinante Giasone in Grecia. Una donna che ama e odia con identica, audace, pericolosa intensità, arrivando a progettare (secondo Euripide, ad attuare) l’assassinio dei suoi stessi figli pur di causare all’adultero argonauta il dolore più acuto che un genitore possa provare. Tuttavia Christa Wolf, nel suo «Medea. Stimmen» (Medea. Voci) ci invita a non essere così avventati nel giudizio su questa maga depositaria di un «sapere del corpo e della terra» e detentrice del «secondo sguardo»: infatti, molte fonti antecedenti a Euripide non parlano affatto dell’infanticidio. Il brillante ribaltamento del mito creato dalla Wolf ci induce a riflettere sulla componente razionale di Medea, oltre che sulla sua irrazionalità prorompente e distruttiva.

Al di là della fiducia che ognuno di noi può accordare alle differenti versioni del mito, la storia di Medea rimane una vicenda senza spazio né tempo e, contemporaneamente, una situazione che ha tempo e spazio infiniti. Quale donna non ha mai incontrato un Giasone? Un uomo in apparenza sensibile e galante, abile conversatore e ammaliatore instancabile, che si rivela poi in tutta la sua ipocrisia e inconsistenza? E quante madri si trovano ogni giorno a dover condividere i propri figli con la nuova compagna dell’ex-marito, una Creusa che magari non risponde a tutte le loro aspettative riguardo l’educazione dei figli? Non sono poi sempre i bambini a pagare il prezzo delle liti tra adulti? Ecco che il mito euripideo scavalca le barriere del tempo e torna a noi, vivo e immortale. I due figli di Medea vengono uccisi e le loro spoglie trainate dalla madre sul carro alato del dio Sole o, addirittura, periscono sotto gli occhi esterrefatti del pubblico (nella «Medea» di Seneca).

Vogliamo poi parlare dell’immensa umanità di Medea, nel momento in cui finalmente si sofferma a guardare negli occhi i suoi figli? «Ahi, che devo fare? Il cuore è venuto meno, o donne, quando ho visto lo sguardo lucente delle mie creature. Non potrei; addio, propositi di prima» (trad. Ester Cerbo). In questo passo la maga si rivela una madre come molte, consapevole che, dopo aver ucciso i bambini, il suo dolore sarà anche più atroce di quello di Giasone; e se in lei alla fine non prevalesse l’irrazionalità della vendetta, potremmo considerarla una madre premurosa, attenta più alle esigenze dei figli che alle proprie, esattamente come quella che ci descrive la Wolf con forse eccessivo femminismo.

Ancora Euripide: «Non sarà mai che io abbandoni i miei bambini ai nemici perché li oltraggino. È assoluta necessità che essi muoiano; e poiché è necessario, li uccideremo noi che li abbiamo generati.» Appena prima dell’atroce delitto, una dichiarazione di fragilità emotiva che non ha eguali nelle altre donne della tragedia greca: Medea sente che il suo amore materno sta prendendo il sopravvento e cerca un alibi per evitare di doversi vergognare della sua mente diabolica, ormai giunta all’estrema follia. Ripetersi che sta salvando i figli dall’oltraggio la tiene lontana dal senso di colpa e la pone sullo stesso piano dei grandi eroi greci, di Ettore che teme per il destino del piccolo Astianatte, futuro orfano di padre destinato a essere trattato come il figlio di una schiava, o di Enea che si sente in dovere di garantire un futuro al giovane Iulo.

Ognuno di noi, leggendo la tragedia, la interpreterà inevitabilmente secondo la propria sensibilità; non è possibile tracciare un ritratto unitario di Medea, così eccentrica e diversa, né si può stabilire se sia più corretto definire Medea vittima di un complotto che la vuole estromettere dal mondo civile in cui si è adattata a vivere, oppure donna folle e senza scrupoli che arriverebbe davvero all’infanticidio pur di appagare il proprio orgoglio ferito. Certo è che il mito di Medea è stato reso eterno da tutti gli autori che l’hanno riveduto e riscritto con forme e contenuti diversi, ognuno dei quali ha dato una vita nuova e alternativa a questa eroina tragica.

Un mito è tale solo quando è in grado di trascendere i confini del tempo e portare un messaggio importante anche alle generazioni future. Ora, tutti sappiamo che, almeno in Euripide, dal finale crudele sono messi in ombra molti valori di Medea: il rispetto di sé, l’indipendenza, la capacità di risollevarsi per affrontare un tradimento… Eppure, dimenticando un attimo questa circostanza puramente narrativa, Medea ha ancora molto da dire alle donne di oggi e al loro rapporto con gli uomini.

Alcesti

La parola oltre il tempo [l’eternità del mito]

Lo studio della storia ha la capacità di lasciarci con il fiato sospeso: civiltà, lavoro, riforme, invenzioni, conquiste… Tuttavia, passata la scure del tempo, che cosa resta dell’uomo? Questa domanda deve aver tormentato per secoli gli animi umani, tanto più quelli dei personaggi illustri. Possiamo benissimo figurarci Alessandro Magno, Ottaviano Augusto o Napoleone Bonaparte, morenti, interrogarsi su ciò che di loro sarebbe sopravvissuto all’estremo respiro; ma saremmo in grado di dare una risposta?

Secondo alcuni, ciò che non si dissolve con il corpo è la reputazione, derivante da grandi imprese o illustri virtù. Virgilio però ci ammonisce, nel libro quarto dell’Eneide, sulla circolazione delle dicerie che amplificano e distorcono a piacimento la realtà. La Fama è qui identificata con un mostro alato gigantesco, coperto di piume sotto le quali si aprono infiniti occhi per vedere, orecchie per ascoltare e bocche per divulgare; il colosso, senza fare distinzione tra vero e falso, si pone oltre ogni possibile controllo umano.

Va perfezionando la mira il tragediografo Vittorio Alfieri, quando, soffermandosi sulla tomba dell’architetto Michelangelo in Santa Croce a Firenze, sentenzia: «Non riescono veramente grandi fra gli uomini che quei pochissimi che hanno lasciata alcuna cosa stabile fatta da loro.»

Ma anche le volte, i capitelli, gli affreschi e le sculture fanno il loro corso insieme al tempo. Dunque, degli uomini quando trapassano, degli oggetti quando cadono in disuso e delle creature quando si estinguono, che cosa può rimanere se non il loro nome? Meditava sicuramente così Umberto Eco, quando ha sigillato il suo più celebre romanzo, Il nome della rosa, con una massima dedotta dal De contemptu mundi di Bernardo Cluniacense: «Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.» La rosa ormai esiste solo nel nome, noi possediamo soltanto i nudi nomi.

Se anche tra mille anni tutte le rose scomparissero dal nostro pianeta e nessun uomo potesse più ammirarne il colore vermiglio o distinguerne l’intenso aroma, nondimeno ne sopravvivrebbe il concetto. Rosa, rosae: forse non casualmente Eco ridesta la formula che ogni studente liceale ha imparato a riconoscere immediatamente come fondamento della lingua latina, emblema di incorruttibilità per antonomasia.

E se pure il vocabolo è soggetto a modifiche nel tempo e nello spazio, come si deduce dalla storia della lingua, così non è per il suo contenuto. Metaforicamente, potremmo immaginare la parola come una pellicola che avvolge e protegge l’oggetto, il prezioso concetto da conservare. Quando anche la membrana esterna mutasse, ciò non altererebbe la sostanza, il principio contenuto al suo interno.

È quindi a colpi di carta e penna che si consuma l’infinita lotta dell’uomo contro il tempo; o forse sarebbe più corretto dire: l’infinita corsa dell’uomo oltre il tempo. Un inseguimento lento ed estenuante, che i monaci amanuensi del medioevo ben testimoniano con il loro minuzioso lavoro di copiatura. Quando ogni aspetto del mondo antico sembrava perduto, questi religiosi, gelosi quanto mai dei loro tesori di pergamena, tra tutto ciò che li circondava scelsero di salvare l’unico elemento che poteva garantire una continuità alla loro civiltà: la testimonianza scritta.

Ed è a loro che dobbiamo la conoscenza delle opere di molti autori classici che sarebbero altrimenti tornate polvere nella polvere, precarie quanto le ossa dei loro ideatori mortali. Il testimone, dall’umanesimo in poi, è stato ben volentieri raccolto dai filologi, meritori nella riscoperta – quanto i loro predecessori nella salvaguardia – di un tanto inestimabile patrimonio.

Una rappresentazione tragica della contesa letteraria tra l’uomo e il tempo ce l’ha brillantemente lasciata, nel suo tipico taglio teatrale, William Shakespeare: «Le mie tavole, presto, le mie tavole!» gridava concitato quando era colto da un’ispirazione, avvertendo che anche un solo istante può fare la differenza, quando si tratta di fissare un pensiero nell’eternità.

Ma più di tutto, ci accorgiamo di quanto valga la parola quando studiamo l’opera autografa di un autore. Attingere alla fonte originale della sua stesura è come dialogare con la sua persona, con quella parte di lui che è sopravvissuta tramite gli scritti. L’andamento confidenziale della sua prosa ce ne fa pienamente comprendere il messaggio genuino; quello stesso spirito fecondo che, dalla sua sterile biografia, ci era dato a stento di ipotizzare.

A distanza di secoli, quanto possono valere i consolati di un uomo, se questi ha saputo dare un volto nuovo alla retorica occidentale? Quanto le indiscrezioni biografiche di colui che ha riformato il teatro italiano? Niente. Niente dura più del suo nome.

Spartacus

Celebrare il solstizio [l’eternità del mito]

Il solstizio d’estate è l’evento astronomico che segna il giorno più lungo e, di conseguenza, la notte più breve dell’anno. Cade il 21 giugno (quest’anno, essendo il 2012 bisestile, è anticipato di un giorno sul calendario) nell’esatto momento in cui, nell’emisfero boreale, il Sole raggiunge la massima declinazione rispetto al piano dell’eclittica, per ricominciare poi la discesa verso l’inverno.

Nella religione degli antichi greci, i due solstizi erano chiamati «porte»: «porta degli dei» quella invernale, «porta degli uomini» quella estiva. I solstizi erano dunque simboli del passaggio tra il mondo dello spazio-tempo e uno stato di aspazialità e atemporalità. Per la prima porta solstiziale, quella estiva, si entrava nel mondo della genesi della manifestazione individuale, tramite l’altra, invece, si accedeva agli stati sopraindividuali.

Per quanto riguarda il mondo romano, sappiamo che il 25 dicembre del 274 d.C. l’imperatore Aureliano consacrò il tempio del Sol Invictus nella festa chiamata Dies Natalis Solis Invicti, «Giorno di nascita del Sole Invitto», cui seguivano i Saturnalia. Il culto del Sole Invitto, però, ha radici ancora più antiche ed è il risultato di un eclettismo nei confronti di molte pratiche religiose diffuse in tutto il bacino mediterraneo e il medio oriente; su tutti, il culto relativo al dio Mitra, la cui raffigurazione si avvicina molto a quella proposta da Aureliano.

Spostandoci più a nord, possiamo individuare nel sito megalitico di Stonehenge (Salisbury, Gran Bretagna), edificato all’incirca nel 3200 a.C., non soltanto un luogo di culto, ma anche un immenso calendario per tenere traccia del trascorrere dei mesi, delle stagioni e degli anni. Il giorno del solstizio d’estate, infatti, il Sole sorge in un punto più a settentrione rispetto a tutti gli altri giorni dell’anno. Quel giorno, posizionandosi al centro del cerchio di pietre, si può vedere sorgere il Sole al di sopra di una particolare pietra detta «Heel Stone», che si trova lungo l’asse della costruzione. Che fosse una pratica solamente astronomica oppure legata a riti religiosi, gli studiosi lo stanno ancora valutando.

Analizzando invece la questione da un punto di vista spirituale, che cosa può significare per noi «celebrare il solstizio»? Non solo reiterare la nostra gratitudine verso il culmine dell’irradiazione solare o partecipare alla vittoria più eminente della luce sulle tenebre; il quotidiano deve lasciare posto alla circolarità dell’eterno: il giorno feriale alla stagione, la settimana lavorativa all’anno solare, la frenesia dell’orologio all’innata regolarità delle fasi lunari. È fondamentale a questo scopo trovarsi in un luogo appartato e inusuale, che accentui tanto l’eccezionalità dell’avvenimento quanto il raccoglimento necessario all’elevazione interiore. Per poche ore l’uomo civilizzato ha il privilegio di tornare a sentirsi animale spirituale nella sua naturale dimora.

Bisogna altresì precisare che l’esperienza che vi proponiamo non rappresenta un vero e proprio culto religioso. Quella che in latino viene chiamata religio è ciò che più si avvicina al termine «superstizione», nel senso più irrazionale del termine. I riti religiosi, fuori dal loro tradizionale contesto, perdono il significato originario: così come libare offerte al dio Elios aveva un reale significato nella Grecia antica, oggi sarebbe a ragione etichettato come folklore, tra il patetico e il sacrilego. Al di là delle varie forme di neo-paganesimo quindi, noi europei della tarda età contemporanea dobbiamo rassegnarci al fatto di aver perso il contatto con una religione legata al fenomeno del solstizio; e pertanto di non poterla pienamente esercitare nella sua funzione cerimoniale.

Piuttosto, il livello che più ci avvicina al vero senso della celebrazione può definirsi metafisico: nulla come questo aggettivo fonde alla perfezione la dimensione materiale con quella spirituale. Il fuoco acceso sulla Terra è il tramite tra noi e il Sole, la veglia notturna è l’offerta spontanea della nostra vita alla perfezione dell’universo; attendere il sorgere del Sole vigilando è l’iter indispensabile per entrare in contatto con il divino.

Per nulla in contraddizione con l’empietà del rito, l’elemento divino si svela nella circolarità naturale degli elementi. La Terra, il fuoco, la Luna, il Sole, le stelle: vita e morte, declino e rinascita sono i fenomeni che ci manifestano la divinità nel reale. Solamente se saremo in grado di percepire questa fusione con la natura, nella quale si riscopre la divinità come la più pura forma di panteismo il cui apice è l’empatia solare, solo allora si potrà dire riuscito il rituale del Solstizio.

« Materialmente non aiutai mai il sole a sorgere, è vero; ma non c’è dubbio che essere presente quando sorgeva fosse di estrema importanza. »

(Henry David Thoreau, Walden)

Spartacus

Il Re sotto la Montagna [l’eternità del mito]

«Volano ancora le aquile attorno alla cima della montagna?» domanda la voce imperiosa e cupa di Federico Barbarossa. Il pastore, con tono tremante ed intimidito, risponde esitante. «Sì, ancora volano in cerchio». Il giovane osserva, timoroso, l’imperatore ormai vegliardo seduto sul suo scranno di roccia. «Allora vattene! Il mio tempo non è ancora giunto» replica, come un ordine, il Barbarossa. Ma se, un domani, quello stesso pastore dovesse rispondere «No, le aquile non volano più», allora quello sarà il momento in cui l’imperatore del Sacro Romano Impero si deciderà ad uscire dalla montagna nella quale è nascosto, alla guida dei suoi fedeli cavalieri, pronto a difendere l’Europa da qualsiasi minaccia. Il Barbarossa storico, si sa, morì il 10 giugno del 1190, mentre cercava di attraversare il fiume Goksu (o Saleph) per recarsi in Terrasanta, durante la Terza Crociata. Quel fiume sembra proprio non amare i condottieri e gli imperatori, tant’è che anche lo stesso Alessandro Magno, durante una sua campagna di conquista dell’Impero Persiano, rischiò di morirci dentro. Ma se, invece, l’Hohenstaufen non fosse morto quel fatidico giorno di giugno, in Turchia?

C’è una leggenda, infatti, che iniziò a circolare subito dopo la sua presunta morte. Secondo tale leggenda il Barbarossa, in verità, non sarebbe morto durante la crociata, ma si sarebbe ritirato in un luogo nascosto, ed incantato, fra le montagne di Kyfhauser, in Turingia. Ad accompagnarlo in questo esilio magico ci sarebbero i suoi fedelissimi, i migliori cavalieri del suo Impero. Lo Svevo siederebbe, in un perenno stato di dormiveglia, su di uno scranno di marmo, completamente ricoperto dalla sua barba rossa che cresce incessantemente. Gli occhi, ormai stanchi, farebbero fatica a rimanere aperti, se non fosse per l’ardente desiderio di ritornare alla guida dei suoi cavalieri. Secondo la tradizione, attorno alla cima di questa montagna volerebbero in circolo delle aquile (o dei corvi), e solo quando queste smetteranno di volare in cerchio il Barbarossa potrà ridestarsi, e riportare la Germania al suo antico splendore.

L’imperatore dormiente, ormai quasi un tutt’uno con il trono sul quale siede, alzerebbe ogni tanto una mano, per mandare all’esterno un giovane pastore a controllare il volo dei rapaci. Pare che al malcapitato pastore, dopo questo incontro, accadano spesso eventi soprannaturali, come un invecchiamento precoce o la morte stessa. Inoltre, la stessa grotta dove risiederebbe il sovrano, non apparterebbe a questo mondo, ma ad una realtà ed ad un universo paralleli, lontani dalle nostre regole dello spazio e del tempo. Una tradizione parallela, inoltre, afferma che la lunga barba rossa dell’imperatore stia crescendo attorno al suo trono, e quando compirà il terzo giro arriverà il Giorno del Giudizio, ed il popolo tedesco guiderà l’Europa alla salvezza. Quest’ultima ipotesi, ad esempio, è stata ripresa anche dai famosi fratelli Grimm, nella loro celebre opera nota come «Saghe Germaniche» (Deutsche Sagen).

Ma Federico di Svevia non è il solo ad essere interessato da questa leggenda; in Francia si parla di Carlo Magno, in Grecia di Teseo, in Svizzera di Guglielmo Tell, in Irlanda di Fion Mac Cumhaill, in Gran Bretagna di Re Artù, o di Merlino, e via dicendo per molti altri Paesi. Che si tratti di un imperatore tedesco o di un leggendario re inglese, tutte queste leggende sono accomunate dall’idea di fondo, ovvero che un giorno qualcuno si risveglierà per salvare l’Europa in pericolo. Forse, già secoli or sono, si sapeva che il Vecchio Continente sarebbe stato un domani seriamente minacciato (da nemici interni od esterni?) e che si sarebbe sentito il bisogno di un condottiero che avrebbe guidato alla riscossa una civiltà che, secondo noi, ancora oggi abbisogna di una guida.

Minamoto

« Nel sonno dice al bimbo:
va’ fuori dal maniero,
guarda se attorno al monte
volteggia un corvo nero;
se il vecchio corvo nero
lì vola senza affanni
dovrò quassù dormire
ancora per cent’anni.

Ma se il cielo d’aprile
splende sul mio maniero,
se l’aquila vola
portatemi il destriero.
E se per i monti udite
i corni risuonare
portatemi la spada
è tempo di tornare. »

(Pino Tosca – Barbarossa)