Post-umanità: l’uomo di fronte al bivio [Kali Yuga]

Be a Man among MenSi può parlare di post-umanità? Se ne parla già. Tant’è che il 14 marzo si è svolto a Roma un convegno organizzato da Circolo Proudhon e L’Intellettuale Dissidente dal titolo «L’era del post-umano. Tecnica, ideologia e società nel XXI secolo». L’incontro, al quale sono intervenuti anche i francesi Alain De Benoist (scrittore, esponente della Nuova Destra) ed Eric Zemmour (giornalista di Le Figaro) è sintetizzato da Il Giornale nel titolo «Finiremo sconfitti da ideologie disumane» (senza punto di domanda). Condannati o speranzosi, il nostro intento è quello di fare qualche passo indietro e riflettere alla base del perché siamo giunti a tal segno.

«Il deserto cresce; guai a colui che cela deserti dentro di sé!» ammoniva Nietzsche per bocca dell’anti-profeta per eccellenza, Zarathustra. È dritto alla geologia degli spiriti che il filosofo tedesco affida la realizzazione dell’uomo nuovo; qui sta tutto il libero arbitrio di cui l’uomo, liberatosi finalmente della morale, ha la necessità: decidere se fare di sé stesso la culla di una fertilissima volontà, oppure un deserto della rassegnazione. «Guai a colui che cela deserti dentro di sé!»: una civiltà che volesse edificarsi in grandezza nei secoli scolpirebbe questo primo e unico comandamento.

Un’altra freccia arriva dalla faretra di Davide Rondoni, giovane scrittore che in Il fuoco della poesia (2008) definisce così l’uomo post-: «In questo tempo duro, chi non è solo un sopravvissuto tra esperienza e poesia?». Eterno dualismo corpo-spirito, arte-lavoro, realtà-utopia. Resta un punto di riferimento per la nostra rivista l’opera Sole e acciaio di Yukio Mishima, secondo cui «l’arte marziale è morire insieme ai fiori; la letteratura è coltivare fiori imperituri». I fiori immortali sono una creazione umana, mentre, tra quelli naturali, i più belli sono i primi a cadere. Lo interiorizzò al meglio lo scrittore giapponese, che nel 1970, a cavallo tra l’umano e il post-umano, donò la vita davanti al proprio popolo nel tradizionale suicidio samurai, vero inno all’«eternità dell’istante» che tanti giovani prima di lui, da Okinawa alle Filippine, avevano vissuto inneggiando all’Imperatore, poco prima di sfracellarsi contro le portaerei americane. Morirono da guerrieri; furono gli ultimi a morire da uomini?

Fu sicuramente caro l’uomo europeo a Léon Degrelle, fondatore del movimento rexista belga e combattente volontario sul fronte russo, che nel suo compendio Militia illustra la via contro la disumanizzazione: «Non si è sulla terra per mangiare in orario, dormire a tempo opportuno, vivere cent’anni ed oltre. […] Una sola cosa conta: avere una vita valida, affinare la propria anima, aver cura di essa in ogni momento, sorvegliarne la debolezza ed esaltarne le tensioni, servire gli altri, spargere attorno a sé felicità e affetto, offrire il braccio al prossimo per elevarsi tutti aiutandosi l’un l’altro. Compiuti questi doveri, che significato ha morire a trenta o a cento anni, sentir battere la febbre nelle ore in cui la bestia umana urla allo stremo degli sforzi?».

Come abbiamo fatto parlare la penna di Degrelle, che ha scritto pagine di storia con il proprio esempio, così lasciamo che siano le parole di un altro maestro, Giovanni Gentile, a tracciare il confine dell’umanità. Filosofo tra i più importanti del Novecento e riformatore del nostro sistema scolastico negli anni Venti, scriveva queste parole nel saggio Genesi e struttura della società tra il luglio e il settembre del 1943, uno dei periodi più oscuri della storia italiana, quasi un anno prima di trovare la morte per mano di coloro che non gli perdonarono la capacità di restare uomo: «La cultura è sapere; ma non è sapere determinato, dommatico, informativo; è critica di ogni sapere che come sapere positivo si accampi nell’uomo senza dimostrarglisi utile, necessario, costruttivo della sua vita e della sua personalità. Del sapere insomma che non sia umano: che non sia cioè il sapere di cui l’uomo ha via via bisogno per recare in atto la sua umanità, e promuovere e favorire la propria azione morale.»

Be a man among man recitava un motto del secolo scorso che suonava come arruolati!. Nietzsche, Degrelle, Mishima e Gentile, in un certo senso, ci chiamano ad arruolarci. Ognuno di essi a suo modo, tracciando con la china o con il sangue il proprio messaggio, ci ha lasciato un segno indelebile di umanità. L’eredità delle loro vite (che è tutt’altro che dire biografie) resta una traccia nel pieno dell’era umanitaria post-moderna. A noi il dovere di riscoprirla, per recuperare un filo di continuità tra quel mondo e il nostro, affinché, se l’uomo deve rinnovarsi, lo faccia in direzione di un auto-miglioramento e non in funzione di sterile appendice di sé stesso. Siate uomini tra gli uomini. □

Spartacus

Annunci

L’altra sera ho fatto un sogno… [Kali Yuga]

Balla canto patriotticoMi siedo distrattamente sul divano, telecomando alla mano, alla vana ricerca di qualcosa di interessante. Sullo schermo, laddove mi sarei aspettato una soap opera o tutt’al più il telegiornale, si staglia un uomo massiccio, in divisa mimetica, con un paio di occhiali Ray-Ban a goccia calcati sul naso. Alle sue spalle, sull’attenti e col mitra in mano, altri due individui in mimetica e col volto coperto da passamontagna scuri. Appeso al muro, un tricolore italiano. Pensando che stiano trasmettendo un qualche film d’azione o di guerra, cambio canale: potete immaginare la mia sorpresa nel trovarvi la stessa identica scena. Incuriosito, inizio a prestare maggiore attenzione, alzando il volume e sporgendomi in avanti sul divano. L’uomo in primo piano sta leggendo quello che sembrerebbe un comunicato o un discorso: «La nazione», afferma con voce ferma, «si sta dirigendo verso il baratro; la perdita di sovranità distruggerà l’Italia, la cui sudditanza nei confronti della Nato e degli Stati Uniti le impedisce di trovare nell’Europa quel ruolo di primo piano che le dovrebbe invece spettare. Dopotutto – continua l’uomo – siamo gli eredi dell’Impero Romano e il nostro destino è la grandezza!».

Sorrido, un po’ sorpreso dal fatto che in televisione trasmettano certi messaggi, certi concetti. Non faccio in tempo a riflettere che il militare, o presunto tale, riprende la sua arringa: «Per questo motivo, cioè la salvezza della nazione», esclama con foga senza più bisogno di leggere dal foglio davanti, «alcuni patrioti hanno dovuto prendere misure eccezionali e agire con la forza. Il governo corrotto e mafioso – conclude – è stato abbattuto e una giunta di fieri italiani, civili e militari, ha ora preso il potere».

Dopo un primo, iniziale momento di sorpresa (ma come, fanno un golpe e nemmeno mi invitano?), spengo la TV e mi fiondo pieno di adrenalina in mezzo alla strada. Fuori dal cancello del condominio sfreccia un pick-up con una mezza dozzina di giovani in mimetica sul cassone; ridono, sventolano tricolori e cantano a squarciagola. La gente per strada non ha paura e risponde anch’essa cantando e sventolando la bandiera. Nonostante sia gennaio, il sole sembra non essere mai stato così caldo.

Arrivato in piazza, noto subito una folla di persone che si è radunata nei pressi del monumento ai Caduti della Grande Guerra. Mi faccio largo a spintoni, alla ricerca di una visuale privilegiata. Due giovani tengono sotto il tiro dei fucili un gruppetto di ragazzini dai vestiti larghi, intenti a pulire scritte dal monumento imbrattato. «Questi pischelli», spiega uno degli uomini armati, «sono colpevoli di aver lordato il ricordo dei Caduti: i nostri nonni non sono morti per regalargli il diritto di buttarsi via!». Finito il lavoro, vengono rispediti a casa con un calcio nel sedere e una risata bonaria. La folla applaude, mentre un anziano Alpino piange commosso agitando il cappello all’indirizzo del monumento; i ragazzi in mimetica rispondono col saluto militare. L’applauso non è ancora scemato che riprendo a camminare, stavolta dirigendomi verso il municipio.

Per arrivarci devo costeggiare il parco: dove solitamente si accampavano famiglie gitane intente eufemisticamente a «fare picnic», vedo ora gruppi di giovani impegnati a correre, fare flessioni o scambiare quattro chiacchiere senza più paura di avventurarsi in quella zona, un tempo terra di nessuno. Sebbene la tentazione di unirsi a loro sia forte (nonostante non sia propriamente uno sportivo), decido di continuare verso la sede del Comune, davanti al quale scorgo alcuni bambini esuberanti che stanno giocando con i resti bruciacchiati della bandiera blu dell’Unione Europea.

Avvicinatomi a un bar, cerco di ascoltare con finta noncuranza i discorsi della gente seduta ai tavoli; il sindaco, mi pare di capire, in mattinata ha tentato la fuga sulla sua BMW nuova fiammante, frutto degli accordi sottobanco con le grosse aziende edili e le cooperative locali, ma è stato fermato a un posto di blocco nel paese vicino. Ora se ne sta confinato in casa, sotto stretta sorveglianza, in attesa di un processo popolare. Ma quello che più mi sorprende è che nessuno dei presenti, salvo un vecchio sindacalista scontento della vita e invidioso della gioventù, sembra lamentarsi di questo nuovo stato di cose: tutti paiono felici e ottimisti.

Una lunga fila di persone, davanti a un grosso gazebo allestito non troppo lontano, attira ora la mia attenzione. Mi avvicino a passi lenti, guardandomi attorno con curiosità. Un grosso cartello appeso di fianco recita all’incirca così: «Volontari a difesa dell’Italia. No perditempo e disfattisti». Sorridendo, mi metto pazientemente in fila.

Il sogno, ahimè, finiva qua. Per molti sarebbe stato più che altro un terribile incubo, però che gran bel sogno ho fatto!

Minamoto

Brescia: nuova era culturale [Kali Yuga]

Capitolium Brescia

Civiltà Bresciana: un nome, un manifesto. A rappresentare civiltà e identità – due fattori che sembrano sempre più mancare alla nostra città – è la Fondazione Civiltà Bresciana, con sede in Vicolo S. Giuseppe, nel cuore del centro storico e a pochi passi dal Duomo. Come si può leggere dalla presentazione online, la fondazione è un «ente senza fini di lucro» fondato nel 1984 e avente «come finalità la ricerca, la documentazione e lo studio della storia, della vita, della tradizione e del patrimonio lombardi e bresciani». Più di 95.000 volumi: un tassello di preservazione e ricostruzione culturale che ben si addice allo spirito di Sole e acciaio.

Ad attirare la nostra attenzione, ancora un anno fa, è stato un articolo pubblicato dal Corriere della Sera in data 16 ottobre 2013, che a malincuore ne annunciava tagli all’orario, ai dipendenti e alla rivista mensile. La causa, il mancato rinnovamento di fondi locali (Comune e Provincia) e di privati (Asm e Ubi Banca), che hanno dovuto a loro volta adottare tagli al proprio bilancio.

Nihil novi sub sole, verrebbe da dire: nel gennaio dello stesso anno, anche la Fondazione Luigi Micheletti – attiva dal 1981 con sede in via Cairoli, adiacente alla sala studio Cavallerizza – annuncia sofferenze economiche e prossimi ridimensionamenti. La Fondazione Micheletti si occupa soprattutto di storia contemporanea recente e i suoi archivi (80.000 volumi e 200.000 tra fotografie e immagini digitali) vanno dal fondo sulla Repubblica Sociale Italiana al censimento industriale in Lombardia, fino agli atti di convegni che sulla nostra rivista catalogheremmo sotto l’eternità del mito, come Da Lenin a Putin e oltre. La Russia tra passato e presente.

Per completare il triangolo del declino culturale bresciano, ormai tangibile con mano, ci spostiamo a pochi metri da corso Zanardelli, in via Mazzini. Anche l’emeroteca della Queriniana, storica biblioteca civica danneggiata nel luglio del 1944 dai bombardamenti anglo-americani, non se la passa bene. Si parla di una diminuzione radicale: dai 1.250 abbonati degli anni ’90, ai 140 del 2013; dai 350.000 euro stanziati dagli enti locali, ai 10.000 dello scorso anno; da 36 a 12 testate. È evidente il circolo vizioso, in cui il calo degli abbonamenti crea una diminuzione del materiale aggiornato disponibile; e viceversa.

Questo campo soffre dunque di una crisi di ritorno: non è un caso che la caduta dei tre enti ricada nel medesimo periodo, il biennio 2013-2014, in cui la sovranità economica dei Comuni è stata fortemente ridotta, tra patti di stabilità e tesorerie uniche. Ovviamente, quando la liquidità viene meno, i primi tagli vengono adottati alla cultura: se i soldi non girano, chi non produce ricchezza nell’immediato esce dal giro. È una miopia politica grave quella di non considerare gli effetti benefici a lungo raggio all’interno di una comunità; troppo spesso la politica corrisponde con il solo mandato elettorale, rivelando non soltanto che il re è nudo, ma che probabilmente non c’è nessun re a governare e amministrare il nostro Paese.

Sappiamo bene che una civiltà che non ragiona a lungo termine è destinata a essere smantellata in tempi brevi; sappiamo anche che esistono cicli storici più o meno favorevoli, pertanto non ci spaventa l’idea che quest’epoca possa terminare. La categoria stessa di questo articolo riprende l’ultima delle età che contrassegnavano la civiltà indù, a cui poi sarebbe nuovamente succeduta quella dell’oro. La situazione bresciana e italiana potrebbe essere paragonata alle ultime propaggini dell’Impero Romano d’Occidente: la maggior parte della popolazione vive inconsapevolmente il cambiamento d’epoca, continuando a svolgere le proprie attività come se nulla stesse variando, mentre i testimoni della cultura vengono conservati e trasmessi solo dalle élite che li hanno a cuore.

In tale passaggio di testimone, ci preoccupa che i «nuovi barbari» non siano all’altezza del compito. Esce dal portone di una fondazione sopra nominata un nordafricano, uno dei tanti «ospiti» che bivaccano nelle sale in cui ieri erano custoditi i preziosi libri. Accende una Marlboro, risponde al telefono: parla esclusivamente in arabo. Se le popolazioni germaniche hanno saputo dare, nel particolare frangente storico, carica e sangue nuovi alla ormai cadente civiltà latina, quelle di oggi sembrano invece prodotti di mercato inconsapevoli e manovrabili: non vedremo fiorire nuove cattedrali gotiche o nascere un altro Carlo Magno.

Camminiamo tra le rovine del Capitolium convinti che possiamo e dobbiamo contare su noi stessi, sulla fiamma che abbiamo dentro e che fa da tramite per innumerevoli generazioni; la stessa fiamma attesta che migliaia e migliaia di volumi non sono un semplice archivio impolverato, ma il testimone del nostro Impero d’Occidente da salvare.

Spartacus

Le Antigoni contemporanee [Kali Yuga]

Les Antigones

Con un crescendo cominciato nel 2008, è entrata nel vortice della cronaca mediatica una nuova tipologia di contestazione: quella delle Femen, un movimento di donne ucraine che ha più volte compiuto incursioni in manifestazioni pubbliche in cui erano presenti operatori o rappresentanti della stampa. Obiettivo delle irruzioni, ufficialmente, è sempre stata la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, ottenuta vergandosi in corrispondenza di ogni possibile parte del corpo frasi offensive contro la religione, la morale e le stesse donne. Senza dubbio è un’idea originale combattere il sessismo e lo sfruttamento del corpo femminile sfruttando lo stesso corpo femminile che si intende difendere; se non si trattasse di un egregio esempio della figura retorica nota come «paradosso», poco o nulla si salverebbe di questa protesta.

L’atteggiamento di tali attiviste femministe ha suscitato le reazioni più disparate: dall’arcivescovo di Bruxelles André Léonard, il quale, impassibile e sereno, ha continuato a pregare di fronte ai lanci di acqua e alle grida isteriche delle quattro attiviste; passando per gli scatti fotografici che ritraggono, in pieno centro di Parigi, un passante di religione islamica prendere letteralmente a calci nel fondoschiena le manifestanti; fino ad arrivare al sorriso beffardo del presidente russo Vladimir Putin che, in visita con Angela Merkel alla fiera internazionale di Hannover, si è dichiarato compiaciuto della presenza delle ucraine a seno nudo, subito allontanate dalla sicurezza.

Tuttavia, le Femen non vengono lasciate da sole a rappresentare le donne in Europa e nel mondo; e per fortuna, vien da dire. L’esempio proviene ancora una volta dalla nazione che, tra le sue figlie migliori, annovera niente meno che Giovanna D’Arco. In Francia, a giugno di quest’anno, sono nate Les Antigones, un gruppo femminile, non femminista, nato in contrapposizione alle Femen, che si propone di recuperare il valore perduto del gentil sesso attraverso «le tre doti femminili: dignità, grazia ed eleganza». Niente isterismi mediatici dunque, né comparsate esibizioniste. Già dal sito internet del gruppo ci si può fare un’idea del loro stile: vesti candide e sobrie rimandanti all’antica Grecia, toni pacati, ma decisi, argomentazioni chiare e lineari.

Il riferimento ad Antigone non è un caso: l’intento è proprio quello di richiamare il personaggio dell’omonima tragedia di Sofocle (già analizzato in Sole e acciaio n.7). Antigone, contro la legge scritta rappresentata dal re Creonte, decide di seppellire il fratello Polinice, considerato traditore della patria, preferendo obbedire alle leggi immutabili degli Déi piuttosto che a quelle arbitrarie degli uomini. Allo stesso modo, oggi le moderne Antigoni lottano dalla parte della famiglia e del cuore, contro le leggi scritte dello Stato; leggi che, nel caso della Francia, sono recentemente giunte a ratificare le problematiche posizioni discusse nell’articolo precedente.

Secondo Les Antigones, il femminismo è l’arma dell’ideologia dominante che da decenni sta scardinando l’equilibrio della società e della famiglia: la liberazione sessuale, nel modello estremo del Sessantotto, ha contribuito a convincere le donne che il freno a ogni loro aspirazione risieda nell’uomo; la liberazione operata dal femminismo ha però portato solo a una nuova schiavitù, quella della libertà sfrenata e del corpo quale mero strumento di consumo.
Non a caso le Antigoni non rivendicano per sé ulteriori diritti, attenzioni o privilegi; rifiutano l’idea della donna come vittima della società; rinunciano a gridare alla discriminazione o al maschilismo ogniqualvolta si riscontrino differenze in atto tra i due sessi; propongono una riflessione seria sul ruolo della donna e ne accentuano il carattere complementare con l’uomo. Una complementarietà che, per la fondatrice del gruppo, la ventunenne Iseul Turan, passa dal riconoscimento e dalla valorizzazione delle diversità biologiche fra uomo e donna, tra loro armonizzanti, piuttosto che da un’accentuazione di carattere ideologico e fazioso. Per cui, se «l’equilibrio alla base della società si è incrinato», non resta che lavorare per ripristinarlo.

Queste in definitiva sono le Antigoni: mogli, figlie e madri di famiglia che hanno deciso di abbandonare l’ignavia del cittadino medio contemporaneo, elettore in balìa delle scelte di una classe politica sorda e lontana, e di difendere in prima persona la posizione scelta col cuore, seguendo l’esempio tenace lasciato in eredità dall’eroina greca della quale portano il nome.

Spartacus

Arrivano le aquile [Kali Yuga]

Aquila

N.D.R.: il testo che vi proponiamo di seguito non è stato scritto per essere pubblicato e, forse, nemmeno per essere letto. Il nostro collaboratore che l’ha rinvenuto sotto un banco dell’ISU, tuttavia, l’ha ritenuto degno di attenzione. Abbiamo dibattuto a lungo sul suo significato, ma, non essendo riusciti a elaborare un’opinione univoca, lo pubblichiamo affinché anche voi possiate riflettervi e, qualora vogliate, far pervenire la vostra interpretazione. L’unico aspetto su cui tutti concordiamo è che trattasi di penna davvero intensa e poetica.

Compassionevole nonna mia, non baluardo di sapere antico, ma fragile essere divorato dalla bestia moderna televisiva, con quale sragionato e beffardo divertimento tu mi chiedi: «Ma il Papa può votare?»

Nonna cara, un monarca non può votare, non deve farlo. Non dovrebbe nemmeno abdicare, se non per offrire il suo scettro a un erede giovane forte e sicuro.

Là nella scatola magica, sempre meno scatola e sempre più magica, viene presentata la sfilata di moda delle «fate incantate». Ninfe, spiriti: vi prego di tormentarli.

Mentre la filovia mi scarrozza nella mattina della città, stupidi manifesti incitano i «moderati» a entrare in «rivolta». Idealisti degli ultimi duecent’anni: risorgete dalla tomba (che qualcuno di voi nemmeno ha ricevuto) e divorateli.

Italiani, dolci ovini: diffidate di chi, a forza di automobili pensanti, telefoni intelligenti, frigoriferi automatici, vuole ipotecarvi il cervello. È un ingegnere informatico che ve lo dice.

La massa è ipertrofica. Si nutre del Bello cercato, raccolto, intuito dagli aristoi, dai vertici, dai pazzi, dai coraggiosi, da alcuni eretici: ogni loro eredità diventa musichetta commerciale per «la canticchiante e danzante merda del mondo».

Ogni pertugio, channel, media, broadcast, imbelle amplificatore umano porta avanti la bruttezza, l’individualismo, l’orgoglio del banale, l’accanimento terapeutico di cure oppiacee per anime svuotate. Chi siamo noi? Pietre di un fiume, travolte dalla corrente del Tempo. Siamo trasmettitori, cellule, soldati.

Ci passiamo di padre in figlio il Moto, la Vita, l’Idea di Dio, la Sapienza, le Arti, persino la prima camporella al chiaro di luna. Ma fermi tutti. Ora occorre tramandarsi il diritto di adozione anche per chi famiglia non potrà mai essere. Occorre cambiare la lingua (Orwell docet): la parola integrazione ormai è giunta a significare distruzione di ogni cultura, straniera o propria che sia.

A sfavore di queste parole c’è l’apparenza che a scriverle sia il solito, ennesimo catastrofista. Sicuramente il nuovo fa timore e suscita ritrosia. Ma è raro che chi lo avversi si sia dedicato a conoscerlo e a vederci dentro più nel profondo possibile. Una volta, anzi, era un po’ come loro. Ma ci vengono regalate delle Scintille nella vita e, a volte, arriva il vento buono per nutrirle. Il Fuoco scaturito ti scotta: è la Mente a rimaner cicatrizzata.

È cosa ragionevole che la consapevolezza di pochi non assicurerà la salvezza di tutti. Forse non è nemmeno giusto così, in fondo. Prima ci figuriamo un porcile davanti a noi e un cassetto di perle in mano. Poi ci rendiamo conto che questo pensiero ci avvicina agli stupidi saggi che siedono nella torre d’avorio e calcolano con precisione l’avvento del prossimo Diluvio. Allora decidiamo che sì, è giusto aiutare testardamente i fratelli, quanti che siano, che hanno perso la Via. Ma di certo è debilitante, oh, voi non sapete quanto! E maggiormente perché questo malato chiamato società sogghigna della propria debolezza, si compiace nello sfacelo, addirittura crede che la sua decadenza spirituale risponda a qualche imperativo di progresso che di etico ha soltanto la parola. Estinguerci, per non avere più guerre, ingiustizie e cattiverie. Be’, matematicamente tiene pure. Ma per qualche ragione inspiegabile, non siamo dello stesso pensiero.

L’Occidente ammira estasiato un tramonto, che è il suo. In un simile tramonto, solo una cosa può afferrarti in volo, nelle sue bianchissime ali piumate: la Fede. La nostra vita è un perenne viaggio tra nuvole di tenebra che insidiano, lacerandola, la tela delle nostre ali d’Icaro, quelle fragili strutture di aliante che fabbrichiamo con ingegno e intelletto poiché volare è il nostro destino. Da sopra si vede meglio, si sa.

E, proprio mentre roviniamo al suolo stanchi, pronti solo a mollare il testimone, ecco le Aquile della Fede venire dall’alto, nobili creature del Padre, a salvarci nuovamente, perché tutto possa continuare… fino al giorno del suo compimento.

Steppenwolf

Modelli moderni [Kali Yuga]

Modelle

Durante una lezione di pianoforte, una bambina stava sfogliando il libro di partiture del suo insegnante, quando i suoi occhi incontrarono, tra le prime pagine, quelli del compositore lì ritratto.

«Maestro» chiese flebile «È Jovanotti questo?»

Stava guardando il volto di Chopin.

Questo è solo un esempio di quanto profondamente i modelli proposti dagli odierni mezzi di comunicazione di massa ci condizionino. Fin dall’infanzia si cercano esempi di vita e modelli per formarsi una personalità, ma sono soprattutto gli adolescenti coloro che più necessitano di figure di riferimento a cui ispirarsi.

Tuttavia oggi, a differenza del passato, i modelli influenti, più che i genitori, sono i mezzi di comunicazione. In televisione, non si può negare che l’ideale più alto di relazione di coppia rappresentato sia giudicare l’altro a prima vista o, al massimo, dopo aver ballato in sua compagnia per qualche secondo. Ma vi sono anche altri programmi in cui le vallette sono tanto applaudite quanto più ingenue e in cui ciò che conta sono solo i centimetri di cosce scoperte. Per non parlare, poi, dei reality show in cui lo stile di vita dei partecipanti è tutto fuorché virtuoso. Nemmeno l’editoria contribuisce in modo positivo: molte riviste si dedicano esclusivamente a pettegolezzi, mentre anche i quotidiani concedono sempre più visibilità a figure scandalose, anziché a esempi di virtù. Si potrebbe proseguire nella casistica, ma basta osservare i ragazzi di oggi per vedere i risultati della proposta di tali modelli. Certo, è corretto affermare che ogni contesto storico sia caratterizzato da precipue figure di riferimento; ma c’è da chiedersi in quale misura quelle odierne possano considerarsi tali.

Un tempo, storia e attualità venivano insegnate sulla base di esempi eccellenti di virtù, forza e ingegnosità, che perfino nell’evo moderno non sono mancati: si pensi a Gandhi, ma anche a letterati che non hanno temuto i (pre)potenti loro contemporanei, come Émile Zola, George Orwell e Jean-Paul Sartre; o ancora, ad artisti che, oltre a spendere le proprie energie nel raggiungimento dell’immortalità, si distinsero anche per umiltà e un ruolo attivo nel proprio tempo, come i musicisti Beethoven e Mendelssohn o il pittore Delacroix: tutti uomini degni di essere ricordati con ammirazione e rispetto.

Nel nostro tempo, invece, i succedanei degli eroi sono in gran parte persone dotate al più di avvenenza fisica, potere economico o abilità sofistica. Da individui simili si può pretendere tutto, salvo un insegnamento morale: coloro che detengono l’autorità sembrano ormai capaci solo di manovrare le masse secondo i propri fini, conducendole a una sempre più profonda ignoranza. È grazie a esempi di questo tipo che molte ragazze hanno come maggiore ambizione quella di diventare vallette e molti ragazzini quella di saltare la scuola puntando allo sballo del fine settimana. Per abbattere un supposto moralismo, si promuovono modelli che nulla hanno da spartire con valori come l’onestà, la cultura, il libero pensiero o la nobiltà d’animo. Né ciò stupisce, poiché è arduo trovare, oggi, persone di rilievo che suggeriscano un retto stile di vita.

I continui tagli statali all’istruzione sono ulteriore emblema di una modernità che disperde le proprie risorse nelle attività più diverse, a tutto discapito della formazione dei giovani. Ciò non avviene a caso: chi conosce il passato, chi si forma un’identità culturale, infatti, sarà un individuo scomodo, assai più difficile da incasellare in quell’agglomerato chiamato «massa». Normale, quindi, che sempre meno individui siano capaci di compiere un’analisi critica di quanto propinato per via mediatica, giacché solo un’attenta formazione permette di osservare accuratamente quanto ci circonda, così da poter prendere come esempio quanto ritenuto sinceramente migliore. Se ciò accadesse, quantomeno nessuno si farebbe più influenzare da programmi televisivi come quelli che oggi catturano un pubblico vastissimo.

Pensando allo stato della nostra civiltà, è bene domandarci che cosa di buono possa essere proposto ai ragazzi di oggi, affinché i loro occhi e le loro menti vengano arricchiti da contenuti più alti del comune marciume propinato dalla modernità. Un punto cardine su cui restaurare la pedagogia può essere il seguente: un «modello» non diviene tale solo grazie a sfilate in passerella, ma in seguito a pensieri, parole e azioni connesse ad alte esigenze culturali. Esigenze che oggi in troppi stanno cercando di reprimere.

Elettra

Dall’alloro alle Marlboro [Kali Yuga]

Anche quest’estate, una volta di più ha avuto luogo lo spettacolo delle Olimpiadi dell’era moderna. Come tutti sapranno, scenario prescelto è stata la capitale della Gran Bretagna, quella Londra che fino a due secoli fa, come testimoniato dal Leopardi nella sagace operetta «La scommessa di Prometeo», veniva considerata capitale del mondo civile.

Se dovessimo domandare a qualcuno la posta in palio nelle moderne Olimpiadi, di certo riceveremmo una duplice, entusiastica risposta: «Le medaglie e la gloria». Ma è davvero così? Forse che a tenere in vita le grandi manifestazioni sportive odierne, dal mondiale di calcio alle olimpiadi, dal tennis alla Formula Uno, sono l’amore per la competizione e la bellezza del gesto atletico? Per rispondere, una breve retrospettiva storica si impone.

Le radici della nostra cultura atletica affondano nell’antichità, in particolare nelle due anime del mondo greco-romano che sovente vengono percepite come unitarie, mentre su tale argomento mostrano una distanza presso che incolmabile. Gli antichi agoni panellenici (a Olimpia, Delfi, Nemea e Istmià) erano concepiti in continuità col mondo omerico: come gli eroi iliadici, i nobili di Grecia mettevano alla prova il proprio valore. In caso di vittoria, l’atleta era chiamato alla sfida più difficile: esibire un contegno misurato che per l’aristocrazia greca era l’essenza ontologica dell’areté, termine nel quale, come indica la radice indoeuropea ar-, convergevano a un tempo eccellenza fisica e morale.

La visione dei romani, invece, era profondamente diversa: essi non parlavano di agones, bensì di spectaculi. La componente spettacolare era precipua di una società di massa come venne a delinearsi quella romana nel corso dei secoli: invece delle gare atletiche, vi erano crudeli combattimenti i cui protagonisti erano schiavi tenuti in vita al solo scopo di divertire la massa di diseredati incrostatasi nell’Urbe; il sistema appariva tanto grottesco che il poeta satirico Giovenale coniò la fortunata formula «panem et circenses» per riassumere sprezzantemente quelle che erano ormai divenute le fondamenta del potere imperiale.

Nella prima età medievale prevalsero istanze simili a quelle elleniche: come gli agoni, così anche le giostre, in assenza di guerre, divenivano il terreno sul quale i nobili si dimostravano tali; tuttavia, nei secoli, l’aspetto spettacolare prese il sopravvento: che cosa meglio di un torneo cavalleresco poteva distrarre l’irrequieta plebe dei comuni o i rammolliti rampolli delle corti rinascimentali? Ormai avulso dall’originaria humus di fede cristiana, aristocrazia militare e fedeltà feudale, il cavaliere da giostra divenne una professione.

Ritornando con lo sguardo alle immagini delle ultime Olimpiadi, riesce difficile riconoscere nel volto scimmiesco ed esaltato di un vincitore della corsa la severa virtù di un aristocratico. Se si scava oltre la superficie, ecco una notizia passata quasi inosservata: a Londra, agli atleti è stato proibito di indossare capi d’abbigliamento non firmati dai finanziatori (sponsor, come si usa dire oggi). Un provvedimento che istintivamente suscita un sorriso, ma grazie al quale è facile comprendere come le Olimpiadi dell’era moderna, spacciate come occasione di fratellanza e disinteresse, non siano molto diverse da altre manifestazioni sportive i cui protagonisti sono osannati forse più degli eroi omerici, ma la cui fatua gloria non è altro che un cartellone sul quale esporre un marchio allo scopo di alimentare i profitti degli investitori.

Gli atleti possono apparire come eroi, ma in realtà il loro stesso agonismo sussiste soltanto perché finanziato da qualcuno certo non disinteressato; qualcuno che spesso nemmeno si cura del destino dei propri costosissimi criceti usati per trastullare una massa perennemente bambina: le numerose e sempre più frequenti morti di atleti colpiti da inspiegabili infarti durante il gioco dovrebbero spingere alla riflessione.

Si ode talvolta obiettare che le discipline sportive di qualche decennio fa erano diverse, espressione di autentico agonismo. Provate a guardare un filmato della Formula Uno degli anni sessanta: in primo piano le schermaglie dei piloti, mentre sullo sfondo i cartelloni recitano, ossessivi: «CAMEL MARLBORO CAMEL DUREX MARLBORO DUREX» e via dicendo. Sesso e fumo, uniche vie di ascesi per il cittadino-consumatore della modernità.

Insomma, cinquant’anni or sono come oggi, il motto è sempre lo stesso: «L’importante non è vincere, ma pubblicizzare».

Scevola

Città tatuate [Kali Yuga]

Osservando le vie delle nostre città, viene il sospetto che nella classifica dei più grandi timori degli umani il vuoto abbia superato perfino la morte. Ogni spazio è riempito con premura affinché a ogni centimetro l’occhio si soffermi su qualcosa, come se uno spazio apparentemente spoglio fosse indegno, inaccettabile. Il risultato è che i nostri agglomerati urbani si sono trasformati in una successione ininterrotta di insegne, cartelloni, vetrine: tutti messaggi destinati a significare qualcosa, ma che, nella saturazione generale, finiscono per non voler dire nulla; e anche laddove riescano, per vividezza o bizzarria, a bucare la coltre di monotonia, lo fanno per parlarci ossessivamente di merce destinata a essere venduta o acquistata.

Ai pochi spazi risparmiati dalla nullificazione commerciale rimediano rapidamente le pulsioni casuali della collettività: muri intonsi si ricoprono di scritte libere, apparentemente gratuite. André Gide sosteneva che l’atto gratuito è l’unico fondamento possibile dell’arte; tuttavia basta soffermarsi a leggere gli svolazzi ricamati con la bomboletta per comprendere che essi sono mera appendice dell’insignificanza pubblicitaria. Dopo tutto, i graffiti sono tatuaggi sulla pelle delle nostre città: attendersi dal tatuaggio un messaggio diverso dall’intierezza del corpo equivale soltanto a una sciocca illusione. Ed è così che sequenze di tormentoni televisivi, dichiarazioni di amore e odio o squallide invettive sembrano tutto ciò che la creatività dei vandali sia in grado di offrirci: grida di vuoto che, seppur spasmodicamente desiderose di un destinatario, risultano solo inintelligibili. A livello artistico, poi, non vi è nulla che possa considerarsi migliore degli scarabocchi del buon Keith Haring, che l’AIDS l’abbia in gloria.

Malgrado ciò, a guardarli con attenzione, i graffiti possono rivelarsi la parte migliore dei nostri ambienti urbani: i disegni di solito deludono, poiché i graffitari preferiscono i festini di canne agli studi sull’anatomia umana; mentre alcune scritte colpiscono per l’arguzia e l’assoluta gratuità del loro messaggio, testimonianza preziosa di quando la goliardia trascende le angustie di una serata fra amici per farsi arte. Solo a guardarsi intorno, si possono rinvenire scaglie di autentica poesia.

La fotografia che vedete nella pagina accanto, ad esempio, è stata scattata tre anni fa dietro il municipio di Recanati, a poche centinaia di metri dalla casa del Leopardi. Il messaggio è banale, certo, e la citazione forse perfino involontaria: nulla vieta che, nell’odierna Recanati, davvero risieda una certa Silvia d’aspetto gradevole, come la scritta sembra suggerire. Eppure, riesce difficile non cogliere un piccato sarcasmo nei confronti della modernità: se nella pur gretta penisola italiana degli albori del diciannovesimo secolo era ancora possibile scrivere «beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi», in quella odierna la massima letterarietà concessa è un biascicato «sei bona». Il luogo e il contesto rendono questa scritta, al di là delle reali intenzioni dell’autore, un impareggiabile saggio di graffitismo metaletterario.

La forma pubblica di tali opere dà vita, inoltre, a intriganti dialoghi a distanza: nei bagni di un ristorante, l’affermazione «Viva il Duce» riporta l’interessante appendice «e to pare culatòn», nella quale il dialetto veneto assurge a una dignità artistica altrimenti ignota da Giacomino da Verona in poi. «Se guardi il cielo è perché credi ancora in qualcosa», scrive su un muro un’adolescente sognatrice. Un ignoto vate franciacortino aggiunge in calce: «Sì, credici agli UFO».

Ancora, la possibilità di intervenire sulle opere altrui consente di ammirare alcune felici alterazioni, come nel caso della logora «rivoluzione permanente» trasformata in ben più significativo «silicone sigillante». Perfino la fin troppo frequentata arte dell’insulto non manca di spunti d’un genio straniato: se Trastevere può vantare l’ormai leggendario motto «Jovanotti pederasta», Brescia annovera un «Rosi Bindi busone» che costituisce un’autentica sfida lanciata alle nostre intelligenze.

Pur nella forzata esiguità degli esempi sopra riportati, appare chiaro come, confusi a un cumulo di pattume, alcuni graffiti svelino una paradossale intelligenza: essi costituiscono ad oggi l’unico vero esempio di arte sociale; tale non in quanto possiede un’utilità sociale (esiste d’altronde un’utilità sociale in sé?), bensì in quanto prodotto anonimo e beffardo di una socialità. O di un’asocialità, se preferite.

Scevola