Vittorio Sgarbi: Vate, Cicerone, Censore [cultura]

Vittorio Sgarbi

«Legga Dante, legga Manzoni: impari quella capra!». Chi non ha mai visto o sentito almeno una volta qualche celebre spezzone di quel Catone il Censore del Terzo Millennio che, per ribadire il suo Carthago delenda est, è pronto a scomodare capre, santi, politici e artisti?

Vittorio Sgarbi non è collocabile in una precisa categoria professionale, come spesso accade a chi è abituato ad agire sopra le righe; che lo si inquadri come giornalista, opinionista, critico d’arte o politico, sarà sempre qualcosa di incompleto. Sarebbe come tentare di distinguere un homo oeconomicus e un homo ludens: non si scompone l’uomo senza denaturarlo. Tuttavia, parlando di prospettive, un bravo regista preferirebbe fotografare la figura del Vate: inteso come saggio riferimento umano e spirituale, certamente, ma anche come il D’Annunzio di questo secolo, che irriverente e ardito scaglia la propria prorompente visione dell’arte, della cultura e del mondo oltre lo statico scacchiere odierno del benpensare (e del pensare poco). Il connotato più affascinante del personaggio resta comunque la spontaneità, che traspare ogni qual volta non trionfa la forzatura del «personaggio di sé stesso», tentazione che i frequentatori assidui degli studi televisivi devono imparare a esorcizzare.

La nostra redazione ha avuto il piacere di assistere a una conferenza tenuta da Vittorio a gennaio presso Padenghe, in provincia di Brescia, poco distante dal Vittoriale di Gardone Riviera – la residenza di Gabriele D’Annunzio da lui donata agli italiani, per tornare all’allusione iniziale.

Ancora prima di impostare la conferenza vera e propria, il nostro Vate, suscitando l’ilarità dei presenti, si lancia in una riflessione (apparentemente fuori programma) scaturita dal fatto che lo sgabello su cui siede non sia né abbastanza alto per sedersi, né abbastanza basso per appoggiare i piedi a terra. Il critico appena abbozzato sfuma ora nel recitante futurista, che si appoggia e rialza sullo sgabello meccanicamente, lasciando la platea in balìa dell’incredulità. La comicità d’improvviso cede nuovamente il passo alla riflessione e il Cicerone può approfondire la fantomatica «legge del sedere», secondo la quale al minore spazio corporeo poggiante sulla superficie corrisponde una maggiore padronanza di sé; ne consegue che il direttore d’orchestra è colui che detiene la posizione di preminenza sul mondo, poiché posa solo le punte dei piedi e dà le spalle (il sedere) al pubblico. «Come il sacerdote – incalza l’oratore in preda a un’ispirazione velatamente mistica – che prima del Concilio volgeva le spalle ai fedeli non per mancanza di rispetto, ma per rivolgersi a Dio. Oggi, per guardare in faccia voi stronzi, volge il culo a Dio e tutti sono contenti!». Tra ironia e riflessione, il pubblico ride e si ammutolisce a tratti, come posseduto dall’istrione, che lo porta a spasso tra i suoi pensieri irriverenti quanto profondi.

Dalle teorie spirituali a quelle politiche, già nel 2006 il leader del pensiero non allineato fulminava con poche parole (ma come suo solito taglienti) anche i populisti dell’anti-politica: «Non è vero che i cittadini sono migliori dei politici: i cittadini sono lo specchio dei politici!». Sgarbi se la prende con quella massa di consumatori di spettacolo che «guarda in sei milioni Miss Italia o San Remo», mentre l’arte di Donatello, Giotto, Michelangelo, Brunelleschi, Verdi e Mozart giace nei musei, retaggio di un popolo che non è in grado di comprendere i propri maestri perché non sa più riconoscere sé stesso.

Dalla ars politica non si può che approdare all’istruzione; perché, se i politici rispecchiano i cittadini, questi rispecchiano in pieno il sistema scolastico. «I giovani si drogano perché la scuola è piena di insegnanti che non sanno cosa dire!» è l’exploit di Sgarbi che merita i canonici novantadue minuti di applausi. E se, per fare un esempio, i Bronzi di Riace a suo dire non attirano nemmeno un decimo dei potenziali visitatori, questo è dovuto a un’istruzione (ancora prima che una politica) che antepone il calcolo personale degli «architetti da galera» alla superiore valorizzazione della bellezza. Tra un affondo e l’altro, c’è spazio anche per posizioni patriottiche, come nella recente intervista per l’Expo 2015 (di cui è Ambasciatore), in cui definisce l’Albero della vita «un’americanata buona per Las Vegas, simbolo di un’Italia che non esiste, estranea alla bellezza e alla nostra civiltà artistica».

Le capacità comunicative non gli mancano, le idee chiare e dirette nemmeno. Per rilanciare un’idea nuova e frizzante di arte e fare del patrimonio artistico italiano (il più ricco al mondo) un vero tesoro da contrapporre alle speculazioni degli spread e del rating, Vittorio Sgarbi ci sembra l’uomo più adatto. E se per la Presidenza della Repubblica quest’anno arriviamo tardi, chissà che un domani… □

Spartacus

di Sole e Acciaio Inviato su Cultura

Brigitte, belle et rebelle [cultura]

Brigitte Bardot Viva Maria

C’è una sola donna che ha rappresentato per generazioni – e rappresenta ancora oggi – il simbolo della bellezza di Francia: Brigitte Bardot. Solo BB ha saputo ergersi a emblema di quella femminilità d’Oltralpe che ci ha sempre fatto sognare le donne parigine, facendocele immaginare tutte come lei: libere, belle e ribelli. Brigitte Anne Marie Bardot nasce a Parigi nel 1934 e cresce in un periodo di profonda trasformazione e maturazione del cinema mondiale; in quegli anni che vedono l’industria cinematografica entrare prepotentemente nell’immaginario della gente comune, condizionando le mode e le abitudini in Europa e negli Stati Uniti.

Risalgono ai primi anni ’50 le prime comparse in film francesi, in cui la Bardot diviene sin da subito celebre grazie alla straordinaria bellezza e alla profonda sensualità. Basti pensare che in questo periodo solamente un’attrice le può essere accostata per qualità e femminilità: si tratta di Marylin Monroe. BB diventa, magari suo malgrado, un’icona del mondo femminile, contribuendo addirittura a lanciare nuove mode e nuovi stili di vita; non dimentichiamo che è anche merito suo e di alcuni suoi film se il bikini si afferma nel dopoguerra come capo d’abbigliamento femminile, nonostante le pesanti critiche, soprattutto negli Stati Uniti, in cui determinati comportamenti erano visti come scandalosi e immorali.

In seguito a un sofferto soggiorno a Hollywood, ha inizio un periodo travagliato della carriera e della vita di BB; si allontana da Parigi, ritirandosi nella Francia meridionale e tentando addirittura il suicidio. Parallelamente incomincia anche una nuova, più matura fase artistica della donna: abbandonate le parti glamour e poco impegnate, punta invece su film più seri e di spessore.

Inizia a muoversi in ambiti diversi dalla cinematografia, come la fotografia e la musica. Nel 1962 intraprende la carriera di cantante, incidendo diverse canzoni e pubblicando alcuni album. Nasce da una sua idea e di Serge Gainsbourg il brano Je t’aime…moi non plus, la «più bella canzone d’amore mai scritta», come fu definita ai tempi. Sempre al ’62 risale l’interessamento di Brigitte Bardot, convinta vegetariana, per le tematiche dell’animalismo e dell’ambientalismo, che l’ex attrice porta avanti ancora oggi e di cui è tra le più autorevoli portavoci europee.

Nonostante i numerosi impegni e interessi, continua anche la carriera nel mondo del cinema: è ormai diventata talmente famosa che, nel 1965, arriva addirittura a interpretare sé stessa nel film Dear Brigitte. Ma BB è una forza della natura, tanto bella quanto imprevedibile: nel 1974, con più di cinquanta film alle spalle, annuncia a sorpresa il ritiro dalle scene. Sta per compiere quarant’anni ed è all’apice della carriera: non si potrebbe capire la scelta di abbandonare il cinema, se non si cercasse di comprenderne anche il lato umano.

La Bardot è stata una donna bellissima e sensuale, che ha tuttavia sempre manifestato un grosso difetto per l’ambiente che l’ha resa famosa: sa usare il cervello (e pure bene). Capisce di avere già dato tutto il possibile per il cinema e che, arrivata all’apice, non avrebbe potuto che scendere. Decide quindi di abbandonare il mondo dei famosi e di calare il sipario nella maniera più dignitosa possibile: quando si è ancora sulla cima.

Sono in molti, soprattutto fra gli amanti del gossip, a rimpiangere questa sua scelta. Tuttavia Brigitte Bardot sa ancora far parlare di sé, grazie anche alla travagliata vita privata e alle numerose love stories. Si sposa infatti ben quattro volte e intreccia relazioni sentimentali con numerose personalità dell’epoca. L’ultimo matrimonio, risalente al 1992, è anche quello più felice e duraturo, tanto è vero che BB è ancora sposata col suo ultimo marito, Bernard d’Ormale, noto esponente del Front National.

Sebbene non si sia interessata attivamente alla politica, la Bardot non ha mai nascosto né il suo essere di destra, né la sua vicinanza al Front National. Una scelta che testimonia ancora una volta il coraggio e l’intelligenza fuori dal comune dell’ex attrice parigina, se teniamo conto dell’immenso potere che la sinistra detiene sul mondo artistico e culturale francese.

A causa delle prese di posizione coraggiose e fuori dal coro, come la critica all’islam e la recente solidarietà espressa al movimento pro-famiglia Manif Pour Tous, è stata spesso oggetto di attacchi da parte della stampa e dell’intellighenzia progressista e di sinistra. Ma BB, più bella e ribelle che mai, sorride beffarda in faccia alle accuse e continua temeraria per la propria strada. La Francia tutta, dove il Front National schizza nei sondaggi come il primo partito, la segue speranzosa. Noi, da parte nostra, continuiamo ad ammirarla: ieri per la sua bellezza e sensualità, oggi per la sua forza e temerarietà.

Minamoto

Il reduce Ferretti [cultura]

Giovanni Lindo Ferretti cavallo

Cantante, scrittore, asceta, pensatore sempre controcorrente. Queste le cifre distintive di Giovanni Lindo Ferretti, anche se a onor del vero è impresa assai ardua inquadrare il personaggio con qualche semplice aggettivo.

Il tempo spesso per un artista si rivela nemico: molti, con il passare degli anni, non sono riusciti a uscire dagli stili e dalle immagini che avevano creato e sono finiti per riciclarsi perdendo in gran parte il consenso ottenuto. Ferretti, al contrario, rappresenta un esempio positivo di un artista che passa attraverso gli anni e, attraverso un percorso esteriore e interiore, riesce a rinnovarsi.

Della sua vita si potrebbe tranquillamente trarre un film o scriverne un romanzo. Nato in un paesino sugli appennini reggiani, cresciuto in una famiglia montanara ed educato secondo una cultura molto tradizionale, lavora per qualche anno come operatore psichiatrico, ma ben presto si rende conto che quella non è la sua strada. Decide quindi di lasciarsi alle spalle la possibilità di una vita comoda, ma monotona e ripetitiva, iniziando una nuova esperienza. Intraprende un viaggio che lo porterà a toccare diverse città del mondo: la vera svolta avviene a Berlino, dove incontra Massimo Zamboni, con il quale costituirà quelli che poi diventeranno i CCCP-Fedeli alla linea. Da quel momento la sua vita cambierà per sempre: nel 1988 uscirà il loro primo lavoro intitolato Affinità/divergenze fra il compagno Togliatti e noi – Del conseguimento della maggiore età (già recensito nel n. 3 di Sole e acciaio) nel quale sono contenuti alcuni dei pezzi che renderanno la band famosissima. Ben presto il gruppo diventerà il punto di riferimento per molti appassionati e addetti ai lavori della musica alternativa in Italia: i concerti, caratterizzati da una commistione tra musica e messe in scena di spettacoli, faranno epoca.

Pur definendosi un gruppo appartenente al genere «punk filosovietico-musica melodica emiliana» e pur essendo il Ferretti di quegli anni un militante tra le fila della sinistra extraparlamentare, i testi non verranno mai particolarmente toccati dalla tematica politica, lasciando invece spazio a temi molto introspettivi, non certamente comprensibili a un ascolto immediato. L’ascoltatore è quasi obbligato a prendersi del tempo per riuscire a decifrare i rebus proposti dal paroliere.

L’esperienza dei CCCP sarà ricca di gioia sul piano del successo per Ferretti che, però, con il passare degli anni inizia a non avvertire più gli stimoli di un tempo. Ecco quindi la decisione sofferta di sciogliere i CCCP e riproporsi al grande pubblico con esperienze molto diverse, accompagnato da Zamboni e da altri artisti: i musicalmente più acustici C.S.I e gli sperimentali P.G.R.

A questo fenomeno di mutazione artistica si accompagna anche il ritorno alle origini di Ferretti. Stanco di quella vita movimentata che aveva così ricercato, ora decide di rivolgersi alla vita della sua infanzia. Torna a vivere nei luoghi natii e conduce una vita quasi da asceta, in mezzo ai suoi animali e in una casa con attrezzature minimali, come si può notare nel bel documentario uscito proprio quest’anno intitolato Fedele alla linea.

Questo processo di consapevolezza nel ritorno alle origini viene ben descritto nel suo esordio da scrittore intitolato Reduce, in cui dichiara: «Cantante dei CCCP-Fedeli alla linea in regressione genetica tornavo a casa, la mia, dei miei, nel natìo borgo dove era vissuta la mia gente. La disgrazia unita al boom economico, miracolo italiano in dopoguerra, ci avevano traslocato in città. Gli adulti a lavorare, guadagnare col pane, il companatico e il risparmio. I bimbi a crescere, studiare, farsi ammaliare nella città in grande mutamento. Tutti ad ammodernare il mondo, con zelo, ognuno il suo, negli anni ’60 e ’70. Reduce da cotanto immane sforzo, confuso e stanco, di troppe cose già a noia e d’altre che rifuggo il conto, mi fermo, a rimirar il mio cammino».

Alla svolta interiore si affiancherà anche la svolta politico-umana che farà storcere il naso a molti suoi fan politicizzati: ovvero il passaggio a idee conservatrici, quasi reazionarie in politica e un abbraccio nei confronti del cattolicesimo rafforzato dalle numerose attestazioni di stima nei confronti di Papa Benedetto XVI. Per alcuni questo suo cambio di visioni ha rappresentato un tradimento alle sue idee originarie; ma forse è preferibile vederlo come un percorso ciclico di ritorno alle origini, che dal punto di vista artistico ci ha portato un Ferretti rinnovato e in grado di regalarci ancora sorprese.

Ludovico Van

Marinetti: l’arte che si fa vita [cultura]

Marinetti fotoSe dovessimo stilare un elenco dei personaggi storici che hanno maggiormente influenzato la vita e l’arte del primo Novecento italiano ed europeo, non potremmo assolutamente tralasciare Filippo Tommaso Martinetti. Padre della corrente avanguardista del Futurismo, Marinetti è uno di quegli scrittori-artisti che non si potrebbero comprendere fino in fondo, se non si leggessero le loro opere affiancandole alle rispettive biografie. Spesso purtroppo il preponderante metodo d’apprendi- mento contemporaneo ci ha invece abituati a studiare «in provetta» le biografie degli uomini illustri, quasi fossero un assonnante «botta e risposta» di coordinate spazio-temporali tra gli incrociatori di una battaglia navale, seguendo un criterio tanto asettico e inibitorio che lo stesso Marinetti non avrebbe esitato a definirlo «un verminaio di glossatori».

Esempio lampante in questo senso può essere Dante Alighieri, le cui Vita Nova o Divina Commedia non sarebbero comprensibili al lettore senza un’analisi parallela sulla vita del Dante uomo, politico e scrittore. Non comprenderemmo a fondo nemmeno il significato dei Sepolcri di Ugo Foscolo, se non sondassimo i meandri della sua travagliata storia personale e politica che lo costrinse all’esilio e al risentimento verso il tradimento napoleonico. Così come non potremmo concepire, quasi toccandole con mano, le teorie solari e anti-cristiane dell’imperatore Giuliano, detto L’apostata, se non conoscessimo le vicessitudini di un’infanzia trascorsa a cavallo tra due epoche religiose.

Dal momento in cui F. T. Marinetti teorizzò una nuova corrente artistica, lanciando un modo completamente innovativo di concepire e realizzare l’arte, contemporaneamente si prodigò a concretizzarla nei fatti, nell’arco della sua singolare esistenza. Gli spettacoli futuristi, per esempio, contemplavano tra il pubblico tripudi di schiaffi, pugni e sberleffi; non a caso, lo stesso Manifesto comparso su Le Figaro nel 1909 recitava: «La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno».

Se poi Marinetti definì la guerra «sola igiene del mondo», titolando in maniera omonima una sua raccolta di manifesti, non lo si può certo accusare di avere tenuto un comportamento ipocrita: «ben lontano dai Bergson seduti nelle cretine poltrone universitarie», partecipò in prima persona a ben cinque teatri di guerra, afferrando nel culmine più pericoloso della battaglia le intuizioni del genio che i filosofi si ostinavano a rovistare tra i libri.

La sua prima esperienza bellica si svolse durante la campagna di Libia, in occasione della guerra Italo-Turca del 1911, alla quale aderì nel ruolo di reporter, poiché non era previsto l’arruolamento di volontari. Il reportage di guerra venne pubblicato nel volume La battaglia di Tripoli (1912), che diede il via alla celebre rivoluzione onomatopeica marinettiana, culminante nelle poesie parolibere di Zang Tumb Tumb (1914).

Nella Grande Guerra del ‘15-‘18, condotta una veemente campagna interventista, ancora prima dell’inizio del conflitto si arruolò nel battaglione Volontari Ciclisti Automobilisti, partecipando alle principali operazioni belliche, dalla disfatta di Caporetto alla riconquista di Vittorio Veneto. Ferito in battaglia, tornò entusiasta al fronte alla guida della propria autoblindo, «pensando senza rancore che gli imboscati sono utili non fosse altro per dar risalto alla bellezza dei combattenti»; dalla risalita festosa delle terre liberate trasse il romanzo L’Alcova d’acciaio (1921), già recensito in Sole e acciaio n. 9. Prese parte all’impresa di Fiume nel 1919 insieme ai legionari di Gabriele D’Annunzio, per reclamare la riannessione al Regno d’Italia della città dalmata, umiliata dai trattati di pace di Parigi che sancivano l’oltraggiosa «vittoria mutilata».

Scrisse F. T. in Patriotismo insetticida (1939): «La fusione dell’Individuo con la Patria divina costituisce l’unico egoismo nobile perché vasto concreto razionale e lirico». Così, dopo più di quindici anni, alla chiamata della Patria Marinetti rispose tornando sui campi di battaglia, come volontario nella guerra di Etiopia del 1936; sempre volontario, alla veneranda età di sessantasei anni, non mancò infine di offrire il proprio contributo nella Seconda Guerra Mondiale, contenendo l’avanzata finale dell’Armata Rossa sul fronte orientale e raccogliendo l’esperienza in un diario pubblicato postumo.

Se dunque Marinetti peccò di incoerenza, lo fece forse quando scrisse nel Manifesto del Futurismo: «I più anziani fra noi hanno trent’anni»; ma possiamo concedere a un simile genio artistico un meritato prolungamento di carriera, per la quale ha avuto ampiamente modo di dimostrare di saper «essere esempio» fino all’ultimo soffio di vita.

Spartacus

Giulia Augusta: l’imperatrice [cultura]

Giulia Augusta

La storia del mondo romano antico mette in risalto ritratti di uomini valorosi che attraverso le loro azioni hanno eternato un mondo dominato da qualità quali l’eroismo, il genio e l’inventiva. L’elenco, a uno sguardo superficiale, parrebbe del tutto privo di figure femminili degne di essere avvicinate, in quanto a importanza, agli uomini; eppure, studiando le testimonianze storiche si scopre che nei primi anni dell’impero vi furono donne alle quali venivano riconosciuti onori e influenza almeno pari rispetto a personaggi di spicco del sesso opposto.

Le vicende di questo personaggio femminile si incrociano con quelle della nostra zona di appartenenza, il territorio bresciano; ed è appunto lo studio delle iscrizioni rinvenute nella nostra provincia che ci permette di coglierne caratteri altrimenti perduti. Vi stiamo parlando di Giulia Augusta, figlia dell’imperatore Tito, il cui nome viene menzionato in un’epigrafe dedicatoria firmata da Trumplini e Benacenses, popoli al tempo inseriti nel territorio di Brixia. L’iscrizione si va a porre nel filone delle manifestazioni di ossequio, da parte dei popoli adtributi, nei confronti di imperatori o membri della casa imperiale. Il primo fattore che balza all’occhio è che a essere onorata sia una donna della dinastia Flavia: caso, secondo Gian Luca Gregori, professore di storia romana presso La Sapienza di Roma, unico in tutta l’Italia settentrionale.

Attraverso le testimonianze storiografiche sappiamo che, dopo la morte del marito Flavio Sabino, Giulia Augusta ebbe una relazione con lo zio Domiziano, il quale ne proclamò la divinizzazione. Giulia ricevette perfino il titolo di Augusta, vera particolarità, dal momento che tale attributo era appannaggio pressoché esclusivo degli imperatori. Durante il breve principato di Tito, all’inizio del quale le venne attribuito il titolo, Giulia arriverà a ricoprire, in circostanze ufficiali, addirittura il ruolo di rappresentanza spettante alle mogli degli imperatori.

Ma perché i popoli sottomessi le tributavano una particolare venerazione? Studi complessi ed elaborati hanno portato a ritenere, attraverso la conversione nel calendario giuliano, che il dies natalis di Giulia, nel 70 d.C. (in cui si concluse la prima guerra giudaica), corrispondesse al 2 settembre, anniversario della battaglia di Azio in cui, nel 31 a.C., Ottaviano aveva sconfitto Antonio e Cleopatra. Tale ricorrenza suscitava nell’imperatore Vespasiano e in Tito, padre di Giulia, una certa fascinazione: legare la vittoria nella campagna giudaica alla battaglia in cui Ottaviano aveva sancito la creazione dell’impero costituiva uno straordinario parallelo ideologico, quasi incarnato dalla figura di Giulia. Insomma, negli schemi della propaganda imperiale l’Augusta si veniva a porre come colei che avrebbe garantito continuità alla dinastia Flavia in virtù della coincidenza del dies natalis. Pare anche che Giulia abbia esercitato una certa influenza sulla politica imperiale, almeno sotto Domiziano: lo storico Cassio Dione nell’anno 83 d.C. attribuiva a lei la salvezza di Lucio Giulio Urso, già prefetto d’Egitto sotto Tito, che il princeps voleva mandare a morte per essere stato da lui criticato in politica estera.

Oltre a venir menzionata nelle nomenclature ufficiali con l’appellativo di Augusta, Giulia arrivò a ricoprire anche cariche di primissimo piano: la sua crescente influenza ci viene testimoniata dalle numerose attestazioni numismatiche e iconografiche della sua figura, in quantità davvero inusuale per una donna. Con la morte di Tito e l’ascesa al trono di Domiziano si ebbe una momentanea riduzione delle emissioni monetarie in suo onore a favore di quelle di Domizia Longina, moglie dell’imperatore; ma subito dopo la morte precoce dell’unico figlio di Domiziano, Giulia tornò ad avere un ruolo preponderante nei contenuti della propaganda imperiale.

Dopo la morte di Giulia, avvenuta tra il 90 e il 94 d.C, fu coniata una nuova moneta che la raffigurava trasportata su un carro trainato da due elefanti, con l’intestazione Diva Iulia Augusta. Vennero inoltre creati due nuovi tipi di statue marmoree in cui ella era raffigurata con gli attributi di Venere, capostipite dei romani: la sua influenza, tanto politica quanto iconografica, al pari degli eroi maschili, durò ancora a lungo dopo la sua morte.

Ludovico Van

Il mondo piccolo di Guareschi [cultura]

Guareschi, ritratto

Almeno una volta nella vita, tutti si saranno trovati davanti al televisore ad ammirare una scena con protagonista Don Camillo e il nemico-amico Peppone, personaggi creati da Giovannino Guareschi, scrittore, giornalista e sceneggiatore.

Prima ancora che con gli adattamenti cinematografici, Guareschi aveva ottenuto la fama con i romanzi della saga Mondo piccolo, dedicati proprio alle vicende di Don Camillo e alla comunità di un paesino della bassa padana. Già su quelle pagine, scritte con stile semplice e gradevole, ma non sciatto, era nato un vero e proprio mito, tradotto in moltissime lingue; tanto che, ancora oggi, Guareschi è uno degli scrittori italiani del ‘900 più conosciuti all’estero, mentre in patria la sua fama di autore è legata quasi soltanto agli adattamenti cinematografici, comunque tutt’altro che immeritevoli. A divinizzare, si potrebbe perfino dire, Don Camillo, cappellano militare durante la Seconda Guerra Mondiale, uomo rude e di sani principi, e Peppone, ex-partigiano e sindaco comunista, furono infatti due attori del calibro di Fernandel e Gino Cervi.

A emergere dai libri e dalle trasposizioni cinematografiche è il ritratto di un mondo che ormai è solo un vago ricordo, visto dal vivo solo dai più anziani: un mondo piccolo in cui emergono tutte le contraddizioni, le paure e le superstizioni di un popolo appena uscito da una guerra devastatrice, ormai orientato verso il propagandisticamente celebrato «progresso», ma al tempo stesso desideroso di preservare le tradizioni di un tempo. Don Camillo e Peppone ben rappresentano le due anime maggioritarie dell’Italia post-bellica: quella cattolico-popolare e quella comunista. La prima, incarnata da Don Camillo, più conservatrice; l’altra invece incline al cambiamento, desiderosa di rivoluzione e rancorosa verso le istituzioni definite a tavolino «reazionarie», su tutte la Chiesa stessa.

Guareschi dipinge così un mondo spaccato in due, caratterizzato da numerose lacerazioni, anche gravi, ma in realtà profondamente sano. Infatti, nel momento della difficoltà Peppone e Don Camillo riescono sempre a guardare oltre i reciproci rancori. Ecco quindi che, quando il paese verrà colpito da un’alluvione, li troveremo uno a fianco dell’altro a lottare contro la calamità naturale, con Peppone che soccorrerà Don Camillo colpito alla testa. Da simili avventure emerge come le istituzioni locali rappresentative del tempo, pur nelle loro contraddizioni, rispondano alle esigenze di chi è in difficoltà meglio e più celermente rispetto ai politici di alto livello, distanti dalle esigenze reali della popolazione e concentrati su finzioni burocratiche. Pur distanti sotto moltissimi punti di vista, infatti, il prete e il sindaco quando è in gioco il bene della comunità riescono quasi sempre a unirsi per trovare una soluzione positiva.

Per quanto accusato da alcuni contemporanei, come lo scrittore Vitaliano Brancati, di compiacenza nei confronti della classe dirigente, Guareschi ebbe diversi momenti di tensione con i politici del tempo. In seguito ad alcune vignette pubblicate sul Candido, periodico di cui era redattore, ricevette una denuncia per vilipendio al Presidente della Repubblica Einaudi; e anche Alcide De Gasperi lo denunciò per aver pubblicato lettere erroneamente ritenute autografe del politico democristiano.

Una volta completata la saga de Il mondo piccolo, Guareschi, insieme alla famiglia, aprì un’osteria in provincia di Parma, dove morì il 22 luglio 1968 in seguito a un attacco cardiaco. Di lui ci restano molti libri, ma l’esperimento più riuscito fu senza dubbio la creazione del mondo piccolo, una realtà che, paralizzati come siamo in un mondo sempre più globalizzato in cui il contatto fra le persone è ormai venuto meno, possiamo solo invidiare. Nel mondo piccolo, antitesi dell’Aci Trezza verghiana, non trovano spazio egoismi e invidie: le persone sono fiere di essere diverse, ma sono sempre uno a fianco dell’altro nella difficoltà.

Quanto ai personaggi, bastano le parole scritte da Guareschi stesso in principio al primo episodio de Il mondo piccolo, ovvero Don Camillo e il suo gregge: «[…] Chi li ha creati è la Bassa. Io li ho incontrati, li ho presi sottobraccio e li ho fatti camminare su e giù per l’alfabeto. E, sul finire del 1951, quando il Grande Fiume ha spaccato gli argini e ha allagato i campi felici della Bassa e da lettori stranieri mi sono arrivati pacchi di coperte e indumenti per la gente di Don Camillo e Peppone, allora mi sono commosso come se, invece di essere un cretino qualsiasi, fossi un cretino importante».

Ludovico Van

Tolkien, artefice di eroi [cultura]

La compagnia dell'anello

Dopo Harry Potter, quella de Il Signore degli Anelli è stata la saga cinematografica ad aver avuto in assoluto più successo, superando addirittura l’immortale Guerre stellari. Al regista neozelandese Peter Jackson va il merito di aver saputo portare sul grande schermo due delle più famose opere letterarie di Tolkien, per l’appunto Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit. Pur essendo prodotti godibili, le trasposizioni cinematografiche sono sicuramente piene di limiti, in quanto Jackson ha dovuto accorciare e modificare significativamente la trama, banalizzando o addirittura stravolgendo l’universo e la mitologia tolkieniana.

Tolkien viene a ragione considerato il padre della letteratura fantastica, in particolare del fantasy; ma non bisogna dimenticare alcuni precedenti illustri come H. P. Lovecraft e R. E. Howard (padre di Conan il barbaro). John Ronald Reuel Tolkien nasce a Bloemfontein, in Sud Africa, da famiglia inglese, il 3 gennaio del 1892. Rimasto orfano di padre ancora bambino, dalla madre eredita la passione per le lingue straniere e i miti celtici, sassoni e scandinavi che tanta importanza avranno nella sua narrativa. Alla morte della madre, nel 1904, il giovane Tolkien viene affidato a un sacerdote, che darà al futuro scrittore una formazione fortemente cattolica, a dispetto delle origini inglesi. Al college, Tolkien apprende il greco e il latino, oltre a iniziare gli studi delle lingue sassoni, germaniche e finniche. Sarà in questi anni che la sua passione filologica e linguistica lo porterà a inventare lingue tutte sue, quelle che nel mondo della Terra di Mezzo diventeranno poi l’elfico e il nanico.

Nel 1915 si sposa con Edith Bratt e, nello stesso anno, parte volontario per la Prima guerra mondiale. È proprio lo sconvolgente ambiente delle trincee della Somme a ispirargli l’idea di quella che poi diventerà la Terra di Mezzo. Tornato dalla guerra, inizia la carriera di insegnante, coprendo le cattedre universitarie di filologia, letteratura medievale e lingua inglese. Fino a questo momento i suoi scritti si possono suddividere in due categorie: i racconti per bambini (soprattutto per i suoi figli) e i racconti legati al suo universo fantastico. Sarà Lo Hobbit, pubblicato per la prima volta nel 1937, ma iniziato negli anni Venti, a unire i due filoni. Se infatti l’opera nasce come racconto per ragazzi, l’ambientazione lascia ampio spazio a elaborazioni future, traendo a piene mani dai miti della tradizione germanica e anglosassone (come il Beowulf, il Canto dei Nibelunghi o l’Edda in prosa): si tratta infatti del primo romanzo avente come ambientazione la Terra di Mezzo. Nel medesimo universo fantastico è ambientata anche la trilogia de Il Signore degli Anelli (pubblicata nel 1954-55), l’opera sicuramente più famosa e fortunata dell’autore britannico. Pur costituendo la naturale continuazione de Lo Hobbit, con Il Signore degli Anelli cambia radicalmente lo stile narrativo: non abbiamo più di fronte un romanzo fantastico scritto per un pubblico giovane, ma una vera e propria epica, colma di messaggi e sfaccettature che solo un lettore esperto e interessato può cogliere appieno. A Tolkien va anche dato merito di sapere inventare decine di lingue e idiomi, con relativi alfabeti e pronunce, per dare maggiore spessore e realismo alle proprie opere.

Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli, però, sono solo due delle opere ambientate nella Terra di Mezzo, sebbene le più famose. Oltre all’attività letteraria, anche la vita privata di Tolkien si affaccia su tale universo fantastico: in un’altra opera in esso ambientata, il Silmarillion, è descritta la storia d’amore di Beren e Luthien; e proprio Beren e Luthien sono i nomi che, in vecchiaia, Tolkien vuole scolpiti sulle lapidi sua e di sua moglie Edith.

Il grande scrittore muore il due settembre 1973, a ottantun anni. Sarà grazie al figlio Christopher che molte sue opere, altrimenti perdute, saranno pubblicate solo postume. Tutta la narrativa fantastica di oggi è sua debitrice: egli ne ha creato miti, canoni e linguaggi. Sono centinaia, se non di più, gli scrittori, pittori, musicisti e artisti che hanno tratto spunto dalle sue opere; a volte creando capolavori, più spesso con risultati mediocri. Ma a Tolkien è forse debitrice tutta la letteratura odierna: il suo incessante lavoro di studioso e filologo ha portato allo studio e alla traduzione di moltissimi testi antichi anglosassoni e germanici; e le sue opere di saggistica sono ancor oggi studiate e apprezzate. Da non dimenticare, inoltre, la sua partecipazione al monumentale Oxford English Dictionary, summa storica della lingua inglese.

Minamoto

La musa e la pallottola [cultura]

Majakovskij

Secolo bifronte come e più di tutti gli altri, il Novecento ha coltivato nel proprio seno una lacerante contraddizione: da un lato, esso è stato l’era dell’esistenzialismo, della scissione fra vita e morte a vantaggio di una visione totalmente positiva della prima e negativa della seconda; dall’altro, ha visto proliferare suicidi illustri in numero perfino superiore all’età neroniana. La morte, specie se autoindotta, è stata sempre percepita come momento culminante dell’esistenza umana, nel quale una personalità trova perfetta e fulminea sintesi: fin dall’antichità romana, larga diffusione ebbero le raccolte di vite di uomini famosi nelle quali punto nodale era la narrazione del trapasso; per non parlare, poi, degli acta martyrum che affollarono i primi secoli del cristianesimo.

Da questo punto di vista, per un moderno compilatore di exitus illustres, il Novecento costituirebbe impareggiabile fonte di ispirazione: dal magniloquente e programmatico suicidio di Mishima fino alla disperata desolazione di quello di Pavese, la morte si è espressa in tutte le possibili sfumature esistenziali e filosofiche. Ma la fine più indecifrabile è forse quella del poeta Vladimir Majakosvkij, che il 14 aprile 1930, a Mosca, chiuse la propria esistenza terrena con un colpo di pistola alla tempia. La sua morte sconvolse il popolo russo contemporaneo e tutt’oggi non manca di inquietare chiunque vi si interessi; non per le sue modalità, giacché la notizia di un suicidio inscenato dalla polizia politica apparve da subito priva di fondamento, bensì per le sue motivazioni e i suoi significati.

Nato nel 1893 in un villaggio della Georgia che ora porta il suo nome, ancora minorenne Majakovskij aveva aderito al partito bolscevico, finendo più volte arrestato; da lì, cominciò un’esistenza in cui attività politica e poesia si sarebbero fatalmente intrecciate: dagli inizi futuristi sovente mutilati dalla censura zarista fino alla consacrazione come vate della rivoluzione, con alterne fortune; tanto entusiasta lui, infatti, quanto sospettosi i dirigenti sovietici, che lo consideravano scarsamente controllabile e lo accusavano di scrivere poesie troppo complicate per il popolo. Tuttavia, a dispetto delle ostilità, Majakovskij non abbandonò mai la propria fede nel partito e nella rivoluzione, al punto che quando, nel 1925, Sergej Esenin si aprì le vene e si impiccò in un albergo di Leningrado, denunciando il malessere di una generazione di poeti dissidenti per i quali in Unione Sovietica non c’era spazio, egli scrisse una lirica col duplice intento di omaggiare l’illustre collega e di banalizzarne la morte affinché non danneggiasse i valori operai. L’ostilità verso il suicidio mostrata tanto in quella lirica quanto in altre (fra cui la postuma Lilička) diverrà involontaria e macabra ironia quando, cinque anni più tardi, proprio Majakovskij emulerà inspiegabilmente Esenin.

Una delle prime a interrogarsi sulla sua morte fu l’ex-amata Lilja Brik, destinataria della lirica di cui sopra, che nelle proprie memorie definì il suicidio «la malattia cronica di Majakovskij», ricollegandolo alla paura della vecchiaia. Di diversa opinione la poetessa Marina Cvetaeva (suicidatasi nel 1941 dopo che il marito e la figlia vennero arrestati dal regime), la quale scrisse: «Per dodici anni di seguito, l’uomo Majakovskij ha ucciso dentro di sé il Majakovskij poeta; al tredicesimo, il poeta si è levato e ha ucciso l’uomo». Un’interpretazione dicotomica che avrebbe avuto grande fortuna fra quanti ritenevano di dover stralciare la vena politica del poeta per meglio poter apprezzare la magnifica lirica d’amore. Eppure, per quanto la sensibile riflessione della Cvetaeva sia perfino più bella della realtà, leggendo le opere di Majakovskij si è costretti ad ammettere che, se tale contraddizione fra uomo e poeta vi fu, essa è imprescindibile. In una rovente lirica dedicata a un’altra amata, Lettera a Tatiana Yakovleva, suo capolavoro, i piani amoroso e politico si compenetrano in un’immagine straordinaria: «Nel bacio delle mani/ e delle labbra/ nel tremito dei corpi/ a me più cari/ anche lì/ il rosso/ colore/ delle mie repubbliche/ sia/ fiammeggiante fulgore»; e ancora: «Non è per me/ ma io/ sono geloso/ per la Russia sovietica».

Di fronte a una vita-arte tanto complessa, forse la verità che dobbiamo accettare, per quanto la parola verità possa avere un significato, è che l’enigmatica pallottola che sparse le cervella di Majakovskij sulle pareti dello studio in vicolo Lubjanskij non fu ritrattazione, bensì conseguenza ultima ed estrema vetta della sua poesia.

Scevola

Leopardi, il guerriero eremita [cultura]

Guerriero eremita

L’opera del marchigiano Giacomo Leopardi è tradizionalmente inserita all’interno della temperie romantica italiana, secondo le parziali definizioni a cui la critica ufficiale ci ha abituati. In realtà, il poeta di Recanati è, prima di tutto, non solo un coraggioso avversario dell’Illuminismo, ma anche fondatore di una via di pensiero che non può essere incamerata in sterili definizioni: il Leopardi-pensiero infrange infatti ogni presunta volontà classificatoria.

L’autore è visceralmente legato al culto della classicità: la sua sterminata produzione – dalle composizioni giovanili ai Canti, dalle Operette morali allo Zibaldone – lo conferma, essendo intrisa di continui e pregnanti riferimenti alla tradizione mediterranea. L’Uomo, ossia il Combattente è, per il poeta, soprattutto quello consegnato ai posteri dal mondo greco-romano: il contemporaneo non è altro che una volgare parodia dell’archetipo eroico, degno solo di disprezzo e derisione. Da qui un radicale astio nei confronti del proprio tempo, che sin da giovane per il marchigiano diviene una forma mentis per mezzo dell’imitazione dei grandi autori dell’antichità, con risultati quasi sin dall’inizio qualitativamente straordinari.

Il Leopardi giovanile è anche quello delle pulsioni patriottiche ante litteram (siamo attorno al primo decennio dell’Ottocento): l’occupazione francese prima e austriaca poi porta il giovanissimo autore a provare un forte senso di appartenenza culturale a quella che (ancora) non può considerarsi una nazione geograficamente unita. In questo senso, l’amor patriae classico assume in Leopardi una concretezza sconosciuta ai contemporanei, una risonanza inaudita. Il contino di Recanati è inoltre figura profetica, in quanto preavverte nel più intimo del proprio essere che l’Italia, già grande nell’aureo passato latino, è destinata a tornare unita e vittoriosa sul palcoscenico internazionale prima, su quello spirituale poi. La critica ufficiale tende, anche qui, a ridimensionare non poco la componente patriottica leopardiana, relegandola a una fase giovanile, non ancora contaminata dal cosiddetto pessimismo cosmico (tanto caro a certo pseudo-nichilismo novecentesco) che caratterizzerebbe le fasi finali della sua esistenza.

Con buona pace della bolsa critica a cui il lettore contemporaneo è ormai assuefatto, l’autore senz’altro incarna in sé (sin dai primi vagiti poetici e nonostante sfortune fisiche di vario genere) nel modo più genuino e spiritualmente incorrotto il modello di poeta-combattente, che fa dell’ars del comporre sublime arma per scagliarsi contro la corruzione dello stile di pensiero non tradizionale. Egli è dunque autore integralmente antimoderno poiché rifiuta i dogmi della modernità (intesa quale degenere contrapposizione a una visione organica fondata sul mito come eterna e perfetta misura dell’esistenza umana e meta umana) quando essi sono in fieri, cioè nei decenni immediatamente successivi all’evento maggiormente caratterizzante l’evo moderno: la cosiddetta «rivoluzione francese», che porta al suo più sanguinoso epilogo il progresso come garanzia di miglioramento sociale, avente quale motore immobile la ragione. Epilogo che è, nello stesso tempo, un tragico inizio.

L’eremita dei colli marchigiani, che titanicamente vuole ostacolare con la propria ricerca spirituale il fluire delle magnifiche sorti e progressive, risulta alla fine della propria esistenza una vittima sacrificale immolata sull’altare della modernità. Questo perché Leopardi, tormentato da dolori spirituali di varia natura e, per ovvie ragioni biografiche e geografiche, non in possesso degli strumenti che portano all’illuminazione (ossia le dottrine esoteriche tradizionali), non è in grado di trovare la via della salvezza definitiva. Egli non cavalca la tigre, in quanto non fa del forzato isolamento a cui è condannato uno strumento di liberazione dal veleno della modernità e di ricongiungimento all’ordine eterno. Il poetai è tuttavia silenzioso guerriero che si sacrifica inconsapevolmente per l’illuminazione della posterità (una sorta di figura prometeica) e la sua vicenda assume maggiore tensione tragica perché egli è, in qualche modo, consapevole di possedere solo parzialmente le invincibili armi della tradizione. Leopardi è impavido ricercatore della vittoria sulla modernità e, nonostante la sconfitta finale dovuta a un crudele accanirsi di eventi avversi, eroica figura di eremita-guerriero, l’assimilazione della quale (previa purificazione dal male di certa critica razionalista e dai fondamenti psicanalitici) è a dir poco imprescindibile per tutti coloro che vogliano seguire la via.

Il Corsaro

Tesori dimenticati [cultura]

Crollo di Pompei

Nel clima di generale sfiducia che l’Italia sta attraversando sembra che, oltre alla quotidianamente citata economia, molte altre componenti della nazione stiano arrancando. Forse ciò di cui si parla meno, ma che dovrebbe rappresentare una forte fonte di preoccupazione, è lo stato in cui versa la maggior parte dei monumenti e dei siti storici della penisola. Vero e proprio motivo di vanto, testimonianza di un passato in cui gli uomini riuscivano a mantenersi vivi anche dopo la morte, sembra invece che tali beni culturali vengano percepiti come qualcosa di accessorio da mettere in secondo piano, meritevole al massimo di un trafiletto nelle ultime pagine dei giornali.

L’unico caso ad avere destato una certa attenzione mediatica si è avuto a Pompei, quando l’incuria generale e le carenti politiche di restauro hanno fatto sì che la Schola Armatorum, una sorta di palestra in cui gli antichi gladiatori si allenavano e deponevano le armi, sia andata completamente distrutta e con essa una serie di dipinti di inestimabile valore.

Tuttavia, Pompei non è il solo sito a presentare problemi: a Roma, in quella che dovrebbe essere la sede per eccellenza della memoria storica, i beni a rischio sono moltissimi; oltre settantadue tesori archeologici rischiano di fare la fine della Casa del gladiatore pompeiana. Il 30 marzo dello scorso anno, a causa della scarsa manutenzione, è crollato parte del soffitto della Domus Aurea di Nerone, non attinente alla parte principale della Domus, ma situo nella galleria traianea, separata dal corpus centrale, costruita nel 104 dall’imperatore Traiano. Per questo disastro sono stati stanziati tre milioni e mezzo di euro e avviati due cantieri, ma ci vorrà ancora molto tempo per rimettere al sicuro la Domus.

Anche il Foro Romano è considerato a rischio e bisognoso di restauri, in particolare la zona del Palatino. Nel 2001, in occasione dei festeggiamenti per lo scudetto, alcuni tifosi della Roma si arrampicarono sui resti archeologici, danneggiandoli e causando il distacco di alcuni pezzi. Perfino il Colosseo è ritenuto a rischio di crolli e per questo motivo verrà recintato per evitare che i passanti vengano colpiti da pezzi caduti dalle zone pericolanti. Sintomatico dello scarso interesse che le istituzioni hanno nei confronti dei beni culturali è anche l’episodio accaduto pochi mesi fa, quando venne progettata la costruzione di una discarica nei pressi di Villa Adriana. Fortunatamente, con un’accorta mediazione si è riusciti a evitare un tale scempio.

Come si può vedere, nella capitale sono numerosi i casi di rischio o di scarsa attenzione nei confronti del patrimonio storico-archeologico. Fortunatamente alcuni celebri imprenditori, di cui è inutile fare il nome, hanno messo a disposizione la propria reputazione e il proprio patrimonio per curare i restauri; ma le istituzioni, non accettando che siano i cittadini a fare ciò di cui lo stato è incapace, per mezzo della magistratura si stanno tutt’oggi opponendo.

Tra le molte realtà a rischio è necessario citarne almeno alcune in altre zone della penisola: in Sardegna, nel parco paesaggistico-archeologico di «Tuvixeddu Tuvumannu», in cui si trovano un’importante necropoli fenicio-punica e resti di epoca romana, si devono segnalare minacce dovute ai continui programmi di cementificazione e allo stato di degrado in cui versa la zona. Anche ad Agrigento si insiste per chiedere maggiore attenzione e tutela nei confronti della valle dei templi.

Sicuramente questo breve elenco non è completo e difetta, volutamente, delle realtà, comunque presenti, in cui si è saggiamente pensato di prevenire anziché curare. Tuttavia, è d’obbligo lanciare un allarme affinché la memoria, che dall’aspetto archeologico filtra in tutti gli altri campi culturali, venga custodita e protetta gelosamente, anziché finire perduta nel totale silenzio e disinteresse da parte delle istituzioni. La rinascita di un Paese e l’immagine dello stesso sullo scenario internazionale non dipendono solo dal profilo meramente economico, ma anche dalla trasmissione ai posteri di ciò che è stato fatto dai grandi che ci hanno preceduto. E se proprio si vuole insistere sull’economia, molte zone italiane oggi vivono di turismo, essenzialmente attratto dalla presenza di patrimoni storici che solo in Italia abbiamo. Insomma, se non si attueranno corrette politiche nella tutela e gestione dei beni culturali avremo molto da perdere, sotto tutti i punti di vista.

Ludovico Van

Santoni delle megalopoli [cultura]

A São Paulo i santoni urbani si affiancano a preti, pastori evangelici scismatici, sciamani, pope e rabbini. Ortodossi o non, possono contare sul diffuso e generoso misticismo del popolo brasiliano, mosaico di culture amalgamate in un impasto bianco, nero e índio. In tale caotico universo di fedi non mancano fenomeni discutibili: i più ambiziosi tra i predicatori, coi migliori agganci, si servono di canali privati per trasmettere miracoli dal vivo, conversioni e novene per grazie collettive. Ne approfittano, poi, per spingere alle donazioni: dalle colpe insite nella natura umana ci si redimerebbe versando mensilmente denaro sul conto in sovrimpressione.

Chi invece ha conservato un certo idealismo rifugge dai media per fare cassa e proseliti. Ai pulpiti televisivi, preferisce scenari dotati di maggiore spiritualità: il più famoso è radicato nella piazza costeggiata da palme della Catedral Metropolina da Sé, il Duomo cittadino. Qui il contatto col gregge è ravvicinato: gli umili e gli ultimi si dispongono in cerchio per ascoltare salmi e ammonimenti infuocati. Donne e uomini spesso di colore o meticci, molti disoccupati, altri senzatetto. Tutti tacciono e ascoltano lasciandosi strigliare docilmente; in nome dell’umanità si preparano all’apocalisse. Spinti dalla miseria e dalla forza centripeta di una crescita urbana selvaggia, sono diventati i veri abitanti del centro storico. Ogni giorno le strade si spopolano rapidamente dopo che gli uomini in giacca e cravatta, impiegati di banche e uffici, hanno lasciato gli eleganti palazzi stile eclettico anni ´20. A restare sono coloro che non possono permettersi di trasferirsi nei quartieri residenziali. Al crepuscolo spuntano rastafari senzatetto che spingono carrelli della spesa carichi dei loro averi. Figure avvolte in coperte di cartone si sistemano sui marciapiedi davanti ai negozi chiusi o tra le gigantesche radici degli alberi tropicali.

Nonostante il degrado siamo nel vecchio cuore della città, che ancora respira l’aria dei tempi coloniali. Non è forse l’osso della tibia di Padre José de Anchieta quello esposto nella chiesetta bianca e blu a pochi metri dalla Praça da Sé? Si tratta del collegio gesuita fondato nel 1554, anno che passò a essere data ufficiale di nascita della Vila São Paulo de Piratininga. La campana di bronzo, esposta nel patio, rintoccò cinquecento anni fa per la prima messa del neonato avamposto della cristianità lusofona. Fu Anchieta a celebrarla: gesuita nato nelle Canarie da famiglia basco-ebraica, si conquistò tale onore in seguito a una sfiancante traversata oceanica e alla risalita della Serra do Mar che separa la costa dall’entroterra.

Cinque secoli dopo, São Paulo è diventata una policentrica città globale con oltre quindici milioni di abitanti. Nel luccicante quartiere Itaim Bibi, i grattacieli, dal predominante stile architettonico della scuola modernista di Rotterdam, ospitano multinazionali, imprese di telecomunicazione e pubblicità. Impiegano un buon numero di stranieri che ampliano la schiera dei clienti di ristoranti e negozi alla moda, nonché di supermercati specializzati in prodotti biologici o importati. L’ultimo arrivato è un complesso a forma di ponte: invece che da un fiume, le due torri quadrate in vetro e acciaio sono separate da un serafico prato all’inglese che si riflette su superfici azzurre. L’area, di quasi ventimila metri quadri, è stata spartita tra grandi corporazioni edilizie che hanno costruito e rivenduto a compratori come la Goldman&Sachs.

Ovunque movimento, espansione e confusa modernizzazione. L’arteria principale, la trafficata Avenida Brigadeiro Faria Lima, ha cantieri ogni duecento metri: ridisegnano l’isola che divide i due sensi del viale, rivoltano la terra color rosso ferro per ricomporre prato e aiuole, puntellano palme, aprono sentieri per bici e pedoni. Mucchi di macerie e sabbia intralciano qua e là, parti di marciapiede sono cordonate causa cemento fresco, mentre le fermate degli autobus in continuo spostamento obbligano compatti branchi di passeggeri a inseguirle di corsa.

Vedere tanta operosità è al contempo confortante e stancante; ma nulla batte l’energica foga del predicatore di piazza del Duomo, vero santone delle strade. Considerando che São Paulo ha conquistato la civiltà grazie all’evangelizzazione, ha senso che tutt’oggi siano in molti a proseguire in quest’opera ancora incompiuta. È cresciuta troppo in fretta e i suoi abitanti sono facili a smarrirsi per oscure vie, la città il cui nome onora il santo fondatore della cristianità; conosciuta anche, però, come Babilonia sudamericana.

Amanda Lorien

di Sole e Acciaio Inviato su Cultura

Le streghe bruciano ancora [cultura]

N.D.R.: la lettera che pubblichiamo di seguito è stata rinvenuta in un archivio cremonese. Il mittente e il destinatario sono stati cancellati da una profonda abrasione, forse intenzionale, mentre l’inchiostro e la carta non permettono di risalire con certezza al tempo e al luogo di stesura. Noi ci siamo fatti un’idea, ma in assenza di prove dirimenti preferiamo non esprimerci. Eccovene la fedele trascrizione.

A mio figlio Gabriele, a cui auguro ogni bene.

Ciao, piccolo. La solitudine che mi circonda isola e tortura, perfetta nel suo ruolo di boia. La nostra lontananza è uno scherzo dell’infame sorte, se ripenso al giorno in cui sei entrato nella mia vita. Sei la cosa più grande per me. A te e a tua madre vorrei dire che v’amo e che v’ho amati sempre. Che non siete soli e che non lo sarete mai. Quando un giorno Lei ti porrà nelle mani questa lettera, vorrà dire che sarai pronto per diventare un uomo. Vorrei essere lì per poterti abbracciare, per poter sentire il vigore della tua voce e vedere la fierezza sul tuo viso. E vorrei anche poter condividere il tuo dolore, quando scoprirai la verità, quando saprai che la vita mia m’ha fatto martire. Allora, quando capirai che papà non tornerà, come invece ti era stato promesso, piangerai. Il creato si scaglierà contro di te, violento, come sullo scoglio le onde in burrasca mentre danzano inquiete accompagnate dal sortilegio della nona di Ludovico.

Sii forte, figlio mio. Non ti piegare all’ingiustizia che tu stesso andrai pagando. Non ti sottomettere a quella libertà. Non esserne schiavo. Non sono uno psicologo o uno psichiatra, non ho mai creduto a questo genere di fandonie. Non sono un prete e nemmeno uno scienziato. Sono e sono stato solo tuo padre, persona umile e fiera, che ti ha amato e che muore nel sapere e sapendo di non poter più rivederti. Un uomo che paga un prezzo altissimo, per un mondo che degli ideali suoi ne ha fatto una farsa, dove, come in una parodia, il buono non è più buono e il cattivo non è più cattivo, dove tutto è relativo, dove il gusto scivola nella rapidità di un’immagine e dove la notizia stessa è parziale rispetto alla giustizia che muore nella sommarietà e nella iniquità delle pene di salotto. Teppista, psicopatico. Anarchico. Così m’hanno detto. Questo è l’essere che tu sei, m’hanno ripetuto.

Ti prego, piccolo, vorrei solo che quando leggerai queste brevi righe, scritte con l’amore di un padre che ha vissuto con pienezza e fierezza, a volto scoperto, come chi regala rosse rose a coloro che con lui hanno sudato d’allegria per la vita, che ha sempre combattuto per il suo destino, che ha difeso il suo angolo, solo spesso nel suo cammino, che non s’è piegato a compromessi e che muore senza peso e senza dolore, venduto ai suoi assassini per trenta danari da intellettuali moralisti e benpensanti; tu, spero che non mi odierai.

Volevo essere un esempio per te.

Non avevo mai conosciuto mio padre, se n’era andato prima che io venissi al mondo. E io volevo solo diventare ciò che lui non era potuto essere per me, ma questo non potrà più accadere. Oggi muoio come un uomo e i miei ultimi pensieri sono per te e per tua madre, mia amata. Con me, altri compagni ridono il loro disprezzo in faccia alla vita. Crocefissi dai giornali. Inchiodati con il ferro della colpa di essere stati angeli in un inferno.

Hanno sentenziato. Coloro che mai hanno vissuto, che hanno venduto il passato e le sue tradizioni, che al macello mandano chi la vita la sfida e non chi la stupra, chi per essa ancora si emoziona guardando la rugiada sui verdi prati al risveglio del mattino, chi preferisce la forza del sole alla viltà d’una esistenza nascosta nell’oblio della sua durata; questi hanno sentenziato.

Stefano, Sergio, Julien, Daniele e per ultimo Domenico, con me, hanno sputato la loro rabbia negli occhi del presente, non hanno venduto la loro dignitosa anima a facili servilismi. Porteranno il loro cuore insieme, nella tomba, uno a fianco all’altro. La loro stella brillerà nel cielo più splendente.
Sono fiero di loro e oggi muoio ancor più fiero di Noi.

Spero e rivolgo le mie ultime preghiere affinché io possa vegliare sul destino d’un futuro guerriero.

Non odiarmi quando leggerai queste poche e semplici parole. Non potrei mai perdonarmelo, piccolo mio.

Con tutto il bene e l’affetto d’un padre e d’un uomo, lascio che le ultime mie lacrime si mischino con l’inchiostro nero di questa pagina finale, prima d’incontrare il mio destino.

Ricorda alla mamma che l’amo ancora.

Zanen de la Bala