Scacchiere libico, tra interessi e conflitti [attualità]

Libia Eni Gheddafi

Mare Nostrum. Così i latini chiamavano il Mediterraneo, il mare nostro, quello specchio d’acqua salata che ritenevano fosse stato affidato loro dagli Dei. Un regalo che avevano difeso e mantenuto con le armi, arrossando di sangue quelle acque in lunghe guerre, contro Cartagine in primis. Mare Nostrum. Un triste nome di battesimo per l’operazione pianificata e gestita dalla Marina Militare volta a legittimare l’immigrazione clandestina.

D’altronde, abbiamo sempre avuto l’invidiabile capacità di agire contro i nostri interessi, spacciando tali fallimenti per eclatanti successi e chiamandoli per accortezza con nomi altisonanti. L’operazione Mare Nostrum è solo uno dei tanti, troppi autogol della politica italiana degli ultimi anni. A ben vedere, tutto l’affaire libico si è dimostrato il più clamoroso flop, sia in campo economico, sia geopolitico.

La Libia di Gheddafi, pur tenendo conto dei tantissimi difetti del Rais, a partire dal 2008 è stata per noi un partner commerciale fondamentale, così come l’Italia a sua volta era il primo interlocutore europeo per il Paese nordafricano. Basti osservare qualche semplice dato per comprendere come i cacciabombardieri della NATO, oltre a distruggere una delle più ricche nazioni africane, abbiano anche compromesso significativamente l’economia e l’indipendenza commerciale del nostro Paese.

Prima della caduta di Muammar Gheddafi, la Libia estraeva il 2% circa del petrolio mondiale, con un’esportazione di quasi 1,6 milioni di barili al giorno. La produzione era gestita anche dall’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), che controllava diverse e importanti aree di estrazione petrolifera e di gas sul suolo libico. Il «cane a sei zampe», in accordo con la compagnia petrolifera nazionale libica, si occupava anche della gestione dell’importante gasdotto sottomarino Greenstream, che collega via mare le coste nordafricane a quelle siciliane. Inoltre, a seguito degli accordi col governo Berlusconi nel 2011, la Libia aveva aperto le porte a centinaia di piccole e medie imprese italiane, permettendo loro di investire e lavorare con vantaggiosi patti fiscali; a seguito della guerra civile, non hanno più potuto operare o sono state costrette a fallire.

Non è tutto: il governo libico aveva investito 3 miliardi di dollari nella costruzione di un’immensa autostrada (quasi 2000 chilometri, dalla Tunisia all’Egitto), riservandone la completa realizzazione a sole aziende italiane; lo stesso valeva per buona parte del restante sistema stradale e autostradale, di fatto gestito da imprenditori nostrani. Anche il comparto aeronautico aveva la sua parte: l’aviazione libica aveva affidato a esperti italiani l’addestramento, ovviamente ben remunerato, di un reparto tecnico specializzato. I dati più forti sul piatto della bilancia provengono tuttavia dalle cifre dell’interscambio commerciale: nel solo 2010, il nostro Paese esportava in Libia merci per un valore di 3 miliardi di euro, importando a sua volta (soprattutto gas e petrolio) per circa 12 miliardi.

Fornendo le basi militari ai bombardieri francesi e statunitensi, l’Italia ha firmato la propria condanna, autolimitandosi l’influenza sull’intera area nordafricana. Il golpe militare, fortemente voluto da Sarkozy, aveva il preciso scopo di difendere e rafforzare l’interesse francese nella zona a discapito di quello italiano: prova ne è che l’ENI è stato quasi completamente esautorato, sostituito dalla Total, compagnia petrolifera francese. Laddove prima a farla da padroni erano imprese e aziende italiane, ora assolutamente messe in minoranza, adesso operano sigle inglesi e d’Oltralpe, da sempre concorrenti della nostra economia mediterranea.

Evitando di imporsi e limitandosi a subire passivamente le decisioni prese a Londra e Parigi, il nostro governo ha causato un danno enorme all’economia nazionale, arrivando a tradire uno Stato formalmente amico, a cui lo univa addirittura un trattato di aiuto militare reciproco in caso di guerra! Il trattato siglato tra Roma e Tripoli riguardava oltretutto un capitolo specifico e importantissimo sull’immigrazione illegale, che tutelava le nostre frontiere impedendo a migliaia di clandestini di salpare dal continente africano per riversarsi in Europa, come invece accade di fatto oggi.

Insomma, il governo italiano ha sbagliato tutto con la Libia. Non è dato sapere se l’intellighenzia nostrana abbia agito in maniera consapevole, comportandosi da traditrice, oppure con una altrettanto colpevole leggerezza. Resta la speranza che, adesso che la Libia è in preda al caos più totale e invoca un nostro intervento, l’Italia si ricordi del proprio ruolo storico e geopolitico nel Mediterraneo, facendo il possibile per ristabilire l’influenza sulla zona e riconsegnando al termine Mare Nostrum il significato originario. □

Minamoto

Europa e autonomie: utopia o futuro? [attualità]

Europa popoli 2Recentemente in Europa le rivendicazioni autonomiste dei popoli sono tornate alle luci della ribalta, dopo anni di silenzio, in seguito ai casi scozzese e catalano. Nel primo, un referendum ufficiale ha sancito la vittoria dei «no» e quindi il mantenimento dello status quo, con la Scozia inglobata nel Regno Unito; in questo risultato va però messo in evidenza che il 71% dei giovani tra i sedici e i trent’anni ha votato per il «sì» e la Scozia ha ottenuto dal governo centrale di Londra garanzie di maggiore devoluzione dei poteri, che assegnano il coltello dalla parte del manico agli scozzesi. Il secondo caso, in seguito alla bocciatura del referendum da parte della Corte costituzionale spagnola, ha visto protagonista una consultazione non ufficiale organizzata da associazioni indipendentiste e promossa dal governatore Artur Mas, in cui due milioni di catalani hanno espresso un parere per l’80% favorevole alla nascita di uno Stato catalano indipendente e sovrano rispetto a Madrid.

Molti addetti ai lavori si sono schierati a favore o contro le richieste di indipendenza; a tal proposito l’ex primo ministro italiano Enrico Letta, in una lettera scritta al Corriere della Sera, ha affermato, parlando della consultazione scozzese, che qualora il risultato fosse stato filo-indipendentista si sarebbe scatenato un «effetto domino» che avrebbe portato alla disintegrazione dell’Europa, o meglio, dell’Unione Europea, arrivando a paragonare questo avvenimento all’attentato di Sarajevo. Alla luce dei risultati odierni sembrerebbe che l’Unione Europea quindi sia salva. Tuttavia i problemi restano: in ogni lembo del Vecchio Continente stanno nascendo o ritornando alla luce numerosi movimenti e associazioni che chiedono autonomia e indipendenza per le proprie patrie, dai Bonnets rouges bretoni agli alsaziani, passando per baschi, fiamminghi e valloni, giusto per citarne alcuni. Anche in Italia, il caso Veneto di qualche mese orsono è la prova di tale fermento, rafforzata dalla crescente consapevolezza che il cosiddetto Stato-nazione, retaggio ottocentesco scricchiolante, stia piano piano esaurendo ogni sua funzione.

In un mondo come quello odierno, caratterizzato dallo scontro di grandi potenze, singoli Stati non possono nulla di fronte a veri e propri colossi come Stati Uniti, Russia, Cina e India. È quindi impensabile, in primis in politica estera ed economica, che singole nazioni possano assumersi un fardello di questo tipo, come è impensabile tentare di silenziare le continue e crescenti richieste autonomiste delle comunità. Ben consci di affrontare un discorso teorico e allo stato attuale difficilmente attuabile, crediamo tuttavia che una sorta di àncora di salvezza possa essere una nuova Europa, in cui il concetto di Stato-nazione venga gradualmente superato in favore di entità regionali federate tra loro, come teorizzato nel saggio Archeofuturismo dallo scrittore d’Oltralpe Guillaume Faye, che lancia l’idea degli «Stati Uniti d’Europa».

Il collega Alain de Benoist, esponente di spicco della cosiddetta Nuova Destra francese, è uno dei sostenitori di questa nuova idea di Europa, radicalmente alternativa all’UE e rappresentata in Italia in un certo senso dallo scrittore Massimo Fini, che all’interno di un intervento su Il Ribelle parla di «un’Europa unita, neutrale, armata, nucleare e autarchica, con due obiettivi: sottrarsi alla sudditanza degli Stati Uniti […] e limitare gli effetti più spietati della globalizzazione». Un’Europa in cui, anche secondo Fini, saranno le piccole comunità il punto di riferimento principale a discapito degli Stati-nazione. Pur con indirizzi ideologici profondamente differenti, anche il professor Gianfranco Miglio era arrivato a teorizzare una nuova visione statuale di stampo federalista, che vede come protagoniste macroregioni unite spontaneamente tra loro.

Lo Stato è dunque veramente arrivato al capolinea, troppo lontano dalle esigenze prossime al cittadino del piccolo comune e allo stesso tempo incapace di affermarsi nello scacchiere mondiale? Questa nuova visione di Europa potrebbe rappresentare il giusto compromesso tra richieste di localismo e necessità di federazioni, realizzando quell’integrazione europea tanto decantata quanto concettualmente vuota fino a oggi.

Se si volesse tuttavia prendere questa strada, parafrasando l’ex presidente della Baviera Franz Joseph Strauss, bisognerebbe creare nel Vecchio Continente le condizioni affinché, a livello non solo storico ma anche politico, essere bavaresi sia più importante e decisivo che essere tedeschi. Attualmente tutto ciò sembra utopistico, ma chissà che quel 71% di giovani scozzesi non rappresenti una spinta e uno stimolo per le nuove generazioni europee a riavvicinarsi a radici più profonde di ciò che Klemens Von Metternich definì «mere espressioni geografiche».

Ludovico Van

Ritornare alla politica [attualità]

economia e politica

Diceva il noto drammaturgo Victor Hugo: «C’è una cosa più forte di tutti gli eserciti del mondo, e questa è un’idea il cui momento è ormai giunto». L’idea che vorremmo trasmettere oggi è che la politica può essere – e, se vuole salvarsi, deve essere – una via di realizzazione interiore per il cittadino. In parole più semplici: il singolo individuo realizza sé stesso solo nel momento in cui si sente davvero responsabile per quanto accade all’interno del proprio Stato. Anziché percepirsi come numero fra i numeri, un passivo ricettore di quanto il Governo decide, egli progressivamente comprende che, in un certo senso, è lo Stato a trovarsi al suo interno e non egli all’interno dello Stato. È la salute dello Stato a dipendere da lui e non viceversa. Questo gli conferisce nuova dignità: smette di essere un codice a barre, per divenire protagonista organico della vita della propria nazione.

La crisi sociale e politica che stiamo attraversando in questi anni non è completamente negativa, in quanto può essere vista come lo specchio di una trasformazione profonda a cui tutti siamo chiamati. Lo Stato non deve più essere un mostro gigantesco di cui il cittadino è succube e sul quale non ha alcun potere; esso diviene come i cittadini sono in grado di sognarlo, quando agiscono in concordia omnium civium. Per i popoli risulta sempre fin troppo comodo consegnare la responsabilità del proprio futuro nelle mani della classe politica; ma dare la responsabilità a qualcuno significa anche conferirgli potere, perché accusare un ente di essere la causa della nostra infelicità gli assegna il potere di renderci felici o infelici: un gioco molto rischioso.

Il problema che si ravvisa in questo periodo storico è proprio la progressiva divergenza fra la figura del cittadino e quella dello Stato. L’individuo non solo non si sente orgoglioso di appartenere alla cominità, ma è addirittura entrato in conflitto con lo Stato stesso. Quest’ultimo viene percepito come un lento e gigantesco apparato burocratico sulla cui cima ha nidificato una casta di privilegiati, il cui unico scopo è mantenere sé stessa vampirizzando le energie dei cittadini. Oggi l’operaio, il libero professionista e l’imprenditore sono tutti occupati a difendersi dallo Stato. Non si sentono Stato, non lo percepiscono più nemmeno come amico e protettore; lo rifuggono come un nemico il cui accanimento nei loro confronti non comprendono.

Il risultato di questo progressivo scollamento fra cittadino e Stato è una politica che, invece di favorire l’evoluzione della comunità, diviene il cavallo di Troia di economia e finanza. Da tempo le multinazionali e le grandi banche collocano senza difficoltà i propri uomini nelle posizioni di potere all’interno degli Stati (e quindi, di fatto, governano). Sotto l’incalzare delle crisi economiche e delle ormai quotidiane emergenze finanziarie, la sovranità nazionale progressivamente si riduce fino a essere agevolmente calpestata: si commissariano i Paesi che non si adeguano alle direttive, delegando a tecnici, eurocrati, banche centrali e agenzie di rating quel ruolo di preminenza che spetterebbe alla politica. Scriveva Berto Ricci nel lontano 1933 sulla rivista letteraria L’Universale: «Economia e politica non si possono né confondere né separare: è fatale che si intreccino in punti innumerevoli senza coincidere mai; è fatale che l’una comandi. Alla politica il comando per una più forte e degna umanità».

Attualmente la politica – intesa come arte e scienza del governare – sbiadisce lasciando il posto a una somma di processi burocratici il cui fine ultimo è permettere a tecnici esperti di finanza di governare; come se le lacune di un popolo nascessero solo dal vuoto delle tasche e non anche da quello dello spirito. Quando la politica perde passione e non ha più fuoco, allora cede il passo ai tecnici, meri esecutori senza sogni, che non hanno obiettivi se non la sopravvivenza a breve termine del proprio governo (vi ricorda qualcosa degli ultimi quattro anni di politica italiana?).

Quando i cittadini ricominciano a praticare la politica (dal greco, arte di governare la polis), sottraendola ai poteri privati esterni e tornando a sentire la nazione come propria, allora lo Stato diviene inattaccabile rispetto alle strumentalizzazioni di economia e finanza. A questo punto le decisioni e le leggi emanate dallo Stato non possono più essere né influenzate da interessi sovranazionali e apolidi, né avvallate da quelli che Ezra Pound chiamava «i camerieri dei banchieri», ovvero i politici. La politica reale è a tutti gli effetti una via di crescita interiore, che porta il cittadino a percepire lo Stato come parte di sé, prima ancora che sé stesso come parte dello Stato; e a riprendere così in mano, insieme alla propria vita, anche la propria nazione.

Draco Daatson

Jihad: fra Iraq ed Europa [attualità]

Saddam Hussein picture original

Il 30 dicembre 2006, dopo un processo farsa, assistemmo all’impiccagione di Saddam Hussein. Il Rais, nonostante la guerra col vicino Iran e una precedente invasione delle forze Nato, era riuscito a dare stabilità al martoriato Iraq, ponendo fine alle feroci lotte fra fazioni etniche e religiose con un governo laico. Le conseguenze della sua morte sono sotto i nostri occhi: da allora, lo Stato mediorientale non ha più avuto un attimo di pace, subendo l’occupazione militare statunitense e una sanguinosa guerra civile.

Situazione simile sta subendo la Libia, a poche bracciate di mare dalle coste italiane; l’unica nazione nord africana ad avere un’economia stabile e a non dover spedire per il mondo orde di emigranti, ha subito nel 2011 l’intervento Nato, che ha portato alla sconfitta e all’uccisione di Gheddafi. Anche la Libia oggi è lacerata dalla guerra civile, in mano a bande armate di fondamentalisti islamici che controllano le principali città.

Abbiamo già avvisato i nostri lettori (vedi «Preghiera siriana», Sole e acciaio n. 4) delle nefaste conseguenze della caduta del governo siriano di Assad; nefaste non solo per la Siria, ma per tutto il Medio Oriente e, di conseguenza, anche per l’intero assetto geopolitico mondiale. In Siria, così come in Iraq otto anni fa, rischiamo di vedere sostituire un governo laico con uno di impostazione islamista radicale. Un islamismo radicale che nasce in Arabia Saudita e si finanzia coi soldi della stessa.

Proprio questo islamismo radicale, fondamentalista e corrotto, ha riportato alla cronache internazionali l’Iraq, ormai relegato all’oblio televisivo: lo scorso 29 giugno infatti, Abu Bakr Al-Baghdadi, oscuro fondamentalista precedentemente legato ad Al Qaeda, ha proclamato la nascita di un califfato, rivendicando a sé il titolo di califfo e cercando di estendere la sua influenza sulla Siria e sull’Iraq. Questo Califfato dell’Iraq e della Siria (ISIS o ISIL), con capitale la città siriana di Al Raqqa, è riuscito a soggiogare buona parte degli altri gruppi armati islamisti, mettendo in secondo piano la stessa Al Qaeda. Con un’espansione militare eccezionale, i guerriglieri dell’ISIS sono riusciti a occupare ampi territori siriani e iracheni, aprendo nuovi fronti di guerra e imprevisti scenari politici nel Medio Oriente. Altre milizie legate a questo fantomatico Califfato si sono recentemente scontrate con Hezbollah e l’esercito regolare in Libano. L’apparente progetto è semplice: riunire sotto un unico Stato sunnita ampie porzioni del vicino Oriente. Nessuna pietà, per il momento, è stata concessa alle minoranze religiose che abitano in queste zone: i cristiani dell’Iraq stanno subendo una gravissima persecuzione da parte delle milizie dell’ISIS e lo stesso sfortunato destino sta capitando agli sciiti (considerati eretici) e agli islamici moderati.

Non è questa la sede per capire come armamenti e soldi provenienti dall’Occidente abbiano di fatto permesso la nascita di queste milizie islamiche, nonostante i proclami altisonanti contro il terrorismo; basti pensare che i guerriglieri dell’ISIS in Iraq contro cui la Nato sta progettando un’azione militare sono di fatto gli stessi ribelli che l’Occidente arma contro Assad nella confinante Siria. Se la nascita del Califfato derivi da una precisa scelta politica della Nato e dell’Arabia Saudita, o se sia il risultato di svariati fattori su cui si è perso il controllo, lo si potrà scoprire forse solo più avanti. Interessa, tuttavia, porre l’attenzione su un’altra questione, quella della provenienza di questi jihadisti: solo una porzione minoritaria è effettivamente irachena o siriana; il Califfato nasce e cresce grazie all’apporto di numerosi e motivati volontari stranieri che non provengono solo da altri Paesi arabi e musulmani, ma, fatto ben più inquietante, anche da nazioni europee. Sono migliaia gli inglesi, i francesi e gli italiani musulmani che stanno in queste ore combattendo nel Levante sotto le insegne del Califfato: sono sia europei convertiti, sia immigrati di prima o seconda generazione, che hanno deciso di votarsi alla Jihad. C’è da chiedersi che cosa accadrà quando costoro faranno ritorno nei nostri Paesi…

Per arginare l’espansione dell’ISIS, i governi occidentali stanno armando i peshmerga curdi, alleati della Nato fin dalla guerra contro Saddam Hussein, dimenticandosi però di fornire il minimo aiuto alle popolazioni cristiane e sciite, strategicamente e politicamente forse meno importanti. E mentre il califfo Abu Bakr Al-Baghdadi minaccia l’Europa e promette che porterà la Jihad fino a Roma, ogni giorno migliaia di musulmani attraversano i nostri confini e invadono le nostre città. A buon intenditor…

Minamoto

Palestina: un’esistenza in bilico [attualità]

Palestina (fasi)L’attuale base territoriale dello Stato di Israele e del mai ufficialmente costituito Stato palestinese – nel 2012 riconosciuto dall’Assemblea delle Nazioni Unite come Stato osservatore non membro – è composta dai territori dell’ex Mandato britannico in Palestina ed è abitata da un popolo vittima di dinamiche attivatesi sul finire del XIX secolo e condizionate da più di settant’anni di guerre, violenze e tensioni tra israeliani, gruppi arabi autoctoni e Stati circostanti. Con il territorio in questione, specchio di un’estrema alternanza fra aree economicamente più e meno sviluppate, risulta opportuno fare luce sulle attuali condizioni dell’Autorità Nazionale Palestinese. Costituitasi il 15 Luglio 1994, l’ANP presenta un governo di tipo semipresidenziale, la lingua nazionale è araba e la religione islamica, mentre la moneta è il Nuovo Shekel israeliano, a dimostrazione della dipendenza economica nei confronti di Israele.

Per quanto riguarda gli aspetti amministrativi, l’ANP è divisa al suo interno in Striscia di Gaza (365 kmq) e un’area a macchia di leopardo pari a circa il 45% della Cisgiordania (5.655 kmq). Per comprendere meglio questa divisione, unica nel suo genere, è necessario guardare alla storia contemporanea dell’area interessata. Infatti, l’inizio del ritorno sionista nella Palestina storica sul finire dell’Ottocento culminò con la risoluzione ONU 181 del 1947, che divise il territorio in Stato d’Israele, Stato di Palestina e zona sotto giurisdizione internazionale (Gerusalemme e Betlemme). Questa ripartizione si dimostrò presto un errore e, dopo l’ufficializzazione dello Stato di Israele, cominciò il primo conflitto arabo-israeliano. Seguirono le tensioni del 1956 – che mossero l’attenzione delle grandi potenze mondiali, Unione Sovietica su tutte –, la Guerra dei sei giorni del 1967 e la Guerra del Kippur del 1973. Infine, con lo scoppio della prima Intifada, nel 1987 l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), capeggiato da al-Fatah (Movimento di liberazione palestinese) e Arafat, si impegnò per una soluzione pacifica, concretizzatasi nel 1993 con gli accordi di Oslo: tuttavia, anche questo trattato portava in sé il germe del fallimento, poiché rimandava a una data imprecisa la definizione di molte questioni cruciali. Dal patto vennero comunque definite tre aree: una zona A sotto controllo palestinese (alternata tra Striscia di Gaza e Cisgiordania), una zona B dove l’ANP avrebbe detenuto esclusivamente poteri civili e una zona C (pari a circa il 60% della Cisgiordania) totalmente sotto Israele.

Nel 2000, con l’insorgere della seconda Intifada, quest’ultimo uscì allo scoperto: dalle sue mosse risultò infatti chiaro il tentativo di frammentare lo Stato palestinese in tante enclaves governate da collaborazionisti. Così, a seguito della nuova onda anti-terroristica post-11 settembre, Sharon inaugurò un periodo di lotta all’opposizione araba che durò fino al 2006, quando si ritirò dalla vita politica. Nello stesso anno, con la tensione ai massimi livelli, le elezioni nell’ANP premiarono Hamas (organizzazione estremista politico-religiosa, fondata con l’obbiettivo di scacciare gli israeliani dalla Palestina), ma, viste le percentuali dei voti, nel 2007 si stabilì che il movimento governasse solo nella Striscia di Gaza, dove sfiorava la totalità dell’elettorato, mentre al-Fatah, uscito sconfitto dalle urne, dirigesse laddove deteneva la maggioranza, nella Cisgiordania araba. Per evitare ulteriori scontri ideologici intestini, l’ANP dunque si era divisa volutamente in due aree amministrative distinte e si dovette aspettare fino al 2011 perché i due partiti si riavvicinassero, nella promessa di riconciliazione e nuove elezioni per un governo unito. Tuttavia, ad oggi le votazioni non si sono ancora svolte, perché troppe sono le parti interessate a mettere mano sul destino di questa terra (povera e sottosviluppata) e del suo popolo: in primis, il presidente Abu Mazen, capace di vantare ancora una forte leadership all’interno dell’apparato governativo palestinese.

A seguire, ma non certo di minore importanza, un altro grosso limite è determinato dalla precaria situazione dei rapporti tra l’ANP e il governo israeliano nella Striscia di Gaza; considerati i preponderanti appoggi statunitensi di cui quest’ultimo può godere, il conflitto si trasferisce su un terzo piano di lettura, dal respiro molto più ampio. Una disputa che deve perciò essere inserita a pieno diritto nel castello dei rapporti tra le potenze internazionali, attenta, come fu in periodo di Guerra Fredda, alle delicate situazioni di Paesi come Siria, Egitto e Iran, che, come raccontano le vicende recenti della Lega Araba, hanno inciso, toccano e influenzeranno ancora la più annosa questione del mondo mediorientale.

Zenén de la Bàla

Se l’amore diventa morte [attualità]

Amore-morte

«Uccide la ex e poi si toglie la vita.»

«Strangola la compagna e poi si toglie la vita.»

«Scoperti i cadaveri di una coppia: per gli inquirenti è omicidio-suicidio.»

«Gelosia, omicidio-suicidio a Potenza.»

Sono solo alcuni dei titoli in cui è possibile imbattersi molto spesso aprendo un qualsiasi quotidiano. Lo schema è sempre uguale: un uomo uccide una donna e subito dopo si suicida. Si chiama femminicidio-suicidio ed è una delle tante tipologie di omicidio-suicidio. Il termine femminicidio nasce nel 1992, quando la criminologa Diana Russell riconosce nel femminicidio una categoria criminologica a sé, definendolo come una violenza estrema dell’uomo contro la donna «in quanto donna». Ma perché l’uomo decide di uccidere, e perché decide di uccidere sé stesso subito dopo?

I dati sul femminicidio-suicidio possono essere ricavati da studi effettuati sui casi totali di omicidio-suicidio. Nonostante questa limitazione, è possibile tracciare dei profili abbastanza precisi di perpetratori e vittime e individuare elementi comuni che lo rendono una manifestazione criminologica indipendente e con un’epidemiologia specifica.

Il femminicidio-suicidio rappresenta la tipologia più frequente di omicidio-suicidio: in Italia, nel quadriennio 2009-2012, su 105 casi, in 32 si è trattato di femminicidio-suicidio, che in dati percentuali fa il 30,5%. Nella maggior parte delle evenienze, autore e vittima erano ex-fidanzati o ex-coniugi; più raramente coppie ancora unite. Essere ex sembra pertanto uno dei principali fattori di rischio; spesso infatti la fine di un rapporto, in quanto vista come un fallimento, diviene fonte di frustrazione. L’uomo può tentare di ricongiungersi al proprio oggetto d’amore, spesso in maniera ossessiva, e tali tentativi possono sfociare in un attacco aggressivo-omicida col solo scopo di riprendere il controllo della donna. Col successivo suicidio, l’autore intende ristabilire l’unità presente prima della separazione, ormai persa per sempre.

Non è semplice ottenere informazioni complete su autori e vittime di femminicidi-suicidi: in Italia non ci sono centri specializzati che si occupano del fenomeno e tutto ciò che si può fare è attenersi a quanto riportato sui giornali o ricavato dalle testimonianze di parenti e amici delle persone coinvolte. In generale, si tratta perlopiù di coppie in cui l’uomo è più anziano, spesso anche di molti anni, rispetto alla donna. A differenza di quanto i luoghi comuni potrebbero far pensare, negli ultimi anni la maggior parte dei femminicidi-suicidi si è compiuta al Nord Italia (47%) e non al Centro o al Sud-Isole. In oltre il 60% dei casi l’arma utilizzata dall’uomo sia per il femminicidio sia per il suicidio è stata un’arma da fuoco, talvolta acquistata pochi giorni prima del delitto, denotando come non sempre sia giusto attribuire a questi delitti la connotazione di raptus, ma, anzi, spesso vi sia una certa premeditazione che andrebbe approfondita e valutata meglio, soprattutto a scopo preventivo.

Al di là della lacunosità dei dati italiani, la letteratura scientifica a disposizione mostra come tra il 29 e il 54% dei casi di femminicidio-suicidio riguardi donne vittime di violenza domestica. Ma non solo: i femminicidi-suicidi compiuti in un ambiente domestico violento risultano essere ancora più brutali rispetto alla media, perché commessi con una quota di aggressività maggiore; ciò si evince dal fatto che i colpi inferti, sia con arma da fuoco sia con arma da taglio, sono diretti nella maggior parte dei casi al volto, come a voler non solo togliere la vita alla vittima, ma anche cancellarne l’identità, annientandola del tutto, in una sorta di rito di degradazione cui segue l’auto-eliminazione, cioè il suicidio.

Non vi è dubbio che ancora molto si può fare per cercare di capire ancora di più sul fenomeno e per tentare di arginarlo. Sono pochi gli studi presenti al riguardo, soprattutto per quanto riguarda il panorama italiano. Ciò che si conosce sul femminicidio-suicidio è solo una minima parte dell’esistente: fa notizia un caso isolato, magari avvenuto con modalità e mezzi particolari, ma la maggior parte dei delitti spesso non trova risposta.

Studi sull’aggressività, sulla percezione della mascolinità, sulle variabili psichiatriche implicate (al primo posto la depressione, seguita da disturbi di personalità dipendente e narcisista) potrebbero finalmente chiarire alcuni punti oscuri e permettere magari la costruzione di un database di soggetti a rischio o l’elaborazione di programmi terapeutici, tanto individuali quanto di coppia, per la gestione del fenomeno.

Tania

Il made in Italy del crimine [attualità]

Spiegel Italia spaghetti

’Ndrangheta: un nome tanto strano quanto temuto. Conosciuta anche come La Santa, essa è una delle più antiche e potenti organizzazioni criminali operanti in Italia; e dalla penisola ha esteso i propri tentacoli su buona parte del mondo. Nacque in Calabria nella seconda metà dell’Ottocento, dall’unione di cartelli criminali e società segrete operanti sul territorio di Reggio Calabria. Il suo nome deriva dal greco andra (accusativo di aner, uomo), unito all’aggettivo agathos (buono, nobile). Significa quindi «uomo d’onore».

Passata quasi inosservata fino agli anni Novanta, la mafia calabrese ha potuto operare per lungo tempo praticamente indisturbata; erano infatti Cosa Nostra e la Camorra napoletana ad attirare l’attenzione di giornalisti e forze dell’ordine, in virtù anche dei grandi spargimenti di sangue legati all’ascesa dei Corleonesi in Sicilia e di Raffaele Cutolo in Campania. Di recente, però, la ’Ndrangheta ha iniziato a interessare in modo più continuativo le forze dell’ordine, a seguito del suo enorme sviluppo tanto economico quanto geografico: la presenza delle ’ndrine (cosche) nel Nord Italia risale agli anni Cinquanta, di pari passo con i grandi flussi migratori diretti dal Meridione verso l’industrializzato Settentrione. Non potendo inizialmente competere con le organizzazioni criminali siciliane, almeno fino agli anni Settanta, la ’Ndrangheta si dedicò ai rapimenti, investendo in droga i soldi ottenuti dai riscatti. Quando negli anni Novanta i grandi processi antimafia misero in ginocchio sia Cosa Nostra sia numerosi clan di Camorra, le ’ndrine furono abili a riempire il vuoto creatosi, prendendo in mano gli enormi profitti derivanti dal traffico di droga e dalla gestione degli appalti edilizi. Per dare un’idea del fenomeno, il giro d’affari annuo delle cosche calabresi è stimato sui 44 miliardi di euro.

Per comprendere la diffusione e il successo della ’Ndrangheta bisogna capirne la struttura, il modus operandi; a differenza di Cosa Nostra, rigidamente verticistica e con a capo una Commissione, la Santa ha una struttura orizzontale in cui ogni ’ndrina è autonoma dalle altre, in grado di svilupparsi liberamente in una città e cercarsi una propria via per controllare territorio e profitti. Ciò permette all’organizzazione di diffondersi veloce e capillare, ma crea una situazione di sostanziale liquidità che porta a lunghe e feroci faide fra le cosche, come quella che da anni insanguina il territorio di San Luca, in Aspromonte. Ogni ’ndrina ha inoltre una forte componente familiare: per accedervi bisogna essere imparentanti con altri già affiliati.

Come accennato in apertura, la ’Ndrangheta non è più collegata al solo luogo d’origine: se si parla di circa 155 famiglie attive in Calabria, sono numerose ormai quelle presenti nel resto della penisola. Milano e Brescia sono fra le città maggiormente infiltrate dalla ’Ndrangheta; e numerosi sono i politici lombardi accusati di avere rapporti con essa. Senza contare i comuni del Nord Italia dove l’infiltrazione della Santa ha portato ad arresti: nel 1995, Bardonecchia (TO) è il primo comune settentrionale sciolto per infiltrazione mafiosa.

Anche all’estero il successo è stato eclatante: gli anni Settanta e Ottanta videro la città di Montréal, in Canada, terrorizzata da una guerra fra ’ndrine e Cosa Nostra, tutt’oggi non sopita. Idem a Toronto, dove opera una famiglia legata alle ’ndrine di Siderno, nel reggino. La ’Ndrangheta è anche la più potente organizzazione operante in Australia; e australiano è il primo comune sciolto per infiltrazione mafiosa fuori dall’Italia. Uno dei maggiori narcotrafficanti colombiani, Salvatore Mancuso, ha origini calabresi e vanta importanti contatti con la ’Ndrangheta. Qualcuno, forse, si ricorderà della strage di Duisburg, in Germania, nel 2007, quando una sparatoria fuori da un ristorante italiano portò alla morte di sei persone; ebbene, essa è collegata alla sopracitata faida di San Luca.

Germania, Canada e Australia sono solo alcuni degli Stati in cui opera la ’Ndrangheta, uno dei più duraturi successi italiani all’estero (chi dice che il Made in Italy non funziona più?). Ciò è ascrivibile a numerosi fattori: l’aver saputo approfittare della crisi in cui le forze dell’ordine hanno lasciato Cosa Nostra alla fine degli anni Novanta, l’abilità nel ricrearsi in continuazione, anche nelle zone in cui culturalmente e storicamente non è mai esistita una reale presenza mafiosa; ma il più grande aiuto alla ’Ndrangheta e agli altri cartelli criminali viene senza dubbio dalla classe politica e dal sistema economico attuale, che hanno fatto del compromesso e della corruzione la più rapida via di progresso.

Minamoto

Manifestare per tutti [attualità]

Manif pour tous

In un’Europa ormai votata all’amorfia e alla passività, può sembrare strano che, nella capitale di una nazione, scendano in piazza con regolarità decine di migliaia di persone per motivazioni che non siano la vittoria ai Mondiali di calcio. Eppure, a Parigi sta accadendo: dagli ultimi mesi del 2012 a oggi, le vie della ville lumière hanno assistito a oceaniche e pacifiche mobilitazioni popolari. Il merito di tale risveglio di coscienza è da ascrivere a Manif pour tous; ma come si può descrivere Manif pour tous? Si tratta di un collettivo che riunisce una trentina di associazioni il cui scopo è costituire un’opposizione alle nuove politiche familiari del presidente François Hollande.

Il movimento è stato fondato ufficialmente il 5 settembre 2012, giorno in cui i rappresentanti di diverse associazioni, unitamente a importanti medici, psicologi, filosofi ed esponenti religiosi, si sono incontrati a Parigi in seguito al varo, da parte del governo, di un provvedimento che allarga la possibilità di matrimonio anche agli omosessuali. Approvata definitivamente il 23 aprile di quest’anno, la legge è stata promulgata il 17 maggio; dodici giorni dopo, a Montpellier, ha avuto luogo la prima cosiddetta unione omosessuale. La grande impopolarità della legge è dovuta al fatto che essa sia stata di fatto imposta dall’alto, ignorando l’opposizione sia dell’opinione pubblica sia di buona parte dei partiti politici: con un procedimento lungo e tortuoso, non privo di scandali e punti rimasti oscuri, l’Assemblea Nazionale ha approvato il provvedimento solo con un’esigua maggioranza.

Oltre al matrimonio fra persone dello stesso sesso, la legge va a toccare tematiche ancora più delicate, che più hanno trovato l’opposizione dell’opinione pubblica. Fra queste troviamo anzitutto la possibilità, da parte delle neocostituite coppie omosessuali, di adottare bambini, nonché di prendere letteralmente in affitto uteri altrui. Al di là di quali siano le vere intenzioni alla loro base, tali proposte rappresentano una grave minaccia per l’intera società francese: sui possibili danni psicologici per i figli allevati da tali coppie ancora si discute, fra studi di parte e pressioni interessate; mentre l’affitto di uteri di madri «volenterose» rischia di essere (e tale si sta rivelando) un modo cinico per sfruttare il disagio sociale e le precarie condizioni economiche in cui molte donne, più o meno giovani, si trovano a vivere.

L’opposizione coordinata da Manif pour tous ha da subito raccolto adesioni impressionanti: le prime manifestazioni di protesta, nel dicembre scorso, hanno portato in piazza alcune decine di migliaia di persone. Il 13 gennaio di quest’anno, a un’altra manifestazione, sotto i colori di Manif pour tous si è radunato un milione di partecipanti; cifra che ai cortei successivi è addirittura raddoppiata. Il successo dell’iniziativa, oltre che nei numeri, risiede nella capacità di raccogliere attorno a sé realtà molto diverse: per le vie di Parigi si sono trovati fianco a fianco militanti di differenti partiti, esponenti di gruppi cattolici, comunità islamiche ed ebraiche, laici, famiglie e, ciò che più fa riflettere, numerosi e autorevoli esponenti del mondo omosessuale, convinti che la tolleranza non debba per forza implicare la distruzione delle basi della civiltà.

Purtroppo il governo Hollande non è stato in grado di capire le istanze del movimento, fornendo risposte deludenti. Senza che vi fosse alcun atto di violenza, la polizia ha disperso più volte i cortei, arrestando alcuni manifestanti. La politica repressiva si è tuttavia ritorta contro i suoi fautori: nei sondaggi odierni, il Partito Socialista è superato tanto dal centro-destra dell’UMP quanto dalla destra del Front National, mentre, già a solo un anno dall’elezione, Hollande deteneva il poco invidiabile primato di presidente più impopolare di sempre.

Recentemente, Manif pour tous è giunta in Italia, schierandosi contro il discusso decreto legge anti-omofobia. Anche in questo caso, intenzioni a parte, si tratta di una proposta dagli effetti devastanti, che di fatto cancellerebbe il principio alla base di secoli di diritto, pensiero illuminista e democrazia: l’uguaglianza di ogni cittadino davanti alla legge. Per quanto in Italia sia ancora più difficile che in Francia, c’è da augurarsi che i promotori italiani riescano nella non facile impresa di costruire un’opposizione intelligente e libera da strumentalizzazioni, facendo capire che tali manifestazioni, come dice lo stesso nome francese, non sono a favore di interessi di parte, ma per tutti.

Minamoto

La tessera del tifoso [attualità]

Ultras stadio

Potremmo far risalire al nostro passato di guerre e divisioni quell’astio campanilistico che al giorno d’oggi macchia la ragione di cittadini spesso tanto simili e tanto vicini. Anzi, dovremmo ricercarne i motivi proprio nella tradizione. Così gli esperti, sociologi e affini, propongono di giustificare diversi fenomeni estremi nella nostra Italia contemporanea; tra questi, gli ultras.

A metà degli anni Settanta, sull’onda delle proteste giovanili, in più città nacquero organizzazioni di tifosi che con il tempo trovarono modo di farsi conoscere, nel bene e nel male. Un susseguirsi di violenza e aggregazione, creatività e contraddizione. Tra gesta eclatanti, solidarietà, polemiche e morti, lo sdegno italico affidò un ruolo deciso alla repressione, pronta a un vero e proprio scontro sociale. La conseguenza più chiara fu la contrapposizione sempre più netta fra tifo e teppismo, ma anche fra divisa e abusi di potere. Attraverso una linea di demarcazione così sottile, la violenza non sembrò tuttavia ottenere validi risultati. Dai primi DASPO (Divieto preventivo d’Accesso alle manifestazioni SPOrtive – Legge n. 401 del 13 Dicembre 1989) a un’autentica caccia alle streghe il passo fu corto. Negli anni, l’inasprimento delle pene per i reati da stadio riuscì a circoscrivere il fenomeno ultras, senza tuttavia debellarlo alla radice.

In un clima di crescente tensione, il 14 agosto 2009 Roberto Maroni, Ministro dell’Interno del quarto governo Berlusconi, ha imposto alle società di calcio professioniste l’adozione di una tessera del tifoso obbligatoria per l’ingresso in qualunque impianto sportivo. Apparentemente nessuna grande novità per gli appassionati italiani: infatti questa carta si presenta come uno strumento di fidelizzazione tra società e possessore, attraverso cui la questura locale può rapidamente verificarne l’identità. Dunque, nulla di nuovo rispetto al principio del biglietto nominale. Tuttavia è stato, come si suol dire, un cavillo a fare scattare il secco rifiuto delle tifoserie a questa forzata introduzione. Un provvedimento vieppiù autoritario e discriminatorio, si scrive e si legge negli ambienti colpiti. Se sul finire degli anni Ottanta la Dama di ferro, Margaret Tatcher, estirpò con decreti durissimi, ma chiari, gli hooligans inglesi dai gradoni degli stadi, tramite un sotterfugio tutto italiano il Ministro inserisce nel proprio provvedimento il tanto contestato quanto anticostituzionale articolo 9. Contro una tale limitazione della libertà personale, gli Ultras di tutta Italia si mobilitano: attraverso cortei, conferenze e scioperi l’obbiettivo è quello di sensibilizzare il cittadino medio circa la reale pericolosità del provvedimento, nel tentativo di risvegliare il discernimento.

Con l’entrata in vigore della Tessera e dell’articolo 9, si legge infatti che, chiunque sia o sia stato soggetto a DASPO e chiunque sia stato condannato, anche solo in primo grado, per reati da stadio, non potrà sottoscrivere la carta. Per esemplificare: ipotizzando che il lettore nel 1990 sia stato soggetto a un divieto preventivo d’accesso a manifestazioni sportive, poi revocatogli dall’assoluzione del Tribunale, secondo l’infelice formulazione letterale dell’articolo non avrà mai più diritto ad assistere ad alcun momento calcistico ufficiale.

A seguito di mille e una proteste, paradossale è stato allora il mezzo passo indietro dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive a riguardo: con un’interpretazione dell’emendamento personale e malfatta, dichiarava che la tessera non potrà essere rilasciata a chi è soggetto a un DASPO in corso e che la carta sarà obbligatoria per poter seguire la propria squadra del cuore esclusivamente in trasferta. Dunque, una revisione dell’articolo che non tranquillizza nessuno: l’Osservatorio, infatti, deve seguire i chiari dettami di legge e non può, attraverso riletture d’urgenza, crearne di proprie. Dal canto loro, gli Ultras di mezza Italia, supportati dalla solidarietà spontanea di semplici tifosi, simpatizzanti e uomini di sport proseguono nel domandare la revisione della normativa di modo che la sottoscrizione della tessera sia impedita solo a chi, al momento, sia soggetto al provvedimento di DASPO.

Qualora questa modifica fosse approvata, i motivi per contestare il provvedimento cadranno. Tuttavia, fino ad allora, l’Italia si ritroverà a essere triste palcoscenico di scontro fra coloro che barattano la propria libertà per un poco di sicurezza e chi non ritiene costoro degni né dell’una né dell’altra.

Zanen de la Bala

Lo studio al tempo delle masse [attualità]

Università

Lo stato di profonda crisi in cui il sistema scolastico e accademico italiano versa ormai da lungo tempo, di recente sembra perfino peggiorato. Non si tratta di una voce inventata da giornalisti avvezzi ad analizzare tutto senza nulla davvero capire, bensì di una quotidiana sfida per chi vive nell’ambiente; grande, tuttavia, è la distanza fra le problematiche reali e la loro comune percezione.

L’ultima notizia ad aver fatto rumore riguarda il calo del 17% nelle immatricolazioni universitarie avvenuto negli ultimi dieci anni. Non appena un’agenzia di stampa ha battuto il comunicato, i quotidiani nazionali si sono distratti dalla campagna elettorale per lanciarsi in analisi esilaranti, interpretando il calo dei giovani impegnati negli studi universitari come sicura spia di imbarbarimento. Ad ascoltare i giornalisti pare che la dignità di una civiltà dipenda dal numero di laureati in essa presente: vallo a spiegare ai padri della cultura europea, vissuti in epoche in cui la semplice alfabetizzazione era affare di pochi intellettuali, per non parlare dei contesti in cui la cultura scritta nemmeno esisteva (in Grecia, agli albori del I millennio a.C., i canti epici erano composti e tramandati oralmente).

Se l’ingenuo assioma università uguale civiltà è dunque falso, andando oltre possiamo chiederci: il calo di iscrizioni è segno di decadenza? Per rispondere è necessario risalire alle origini della crisi del nostro sistema educativo fin dai gradi scolastici inferiori. Ecco un resoconto illuminante: «Causa principalissima dello scarso profitto noi crediamo il fatto che le nostre scuole sono popolate di troppi giovani che non hanno attitudine alcuna a tali studi». L’autore della riflessione è Giovanni Pascoli, l’anno di stesura il 1893; ma in tali parole non vi è nulla che non si adatti all’attualità. Nel corso dei decenni, la sempre più diffusa scolarizzazione ha portato un indubbio aumento di studenti privi di attitudini, stemperando così l’utopia gentiliana in un crescente lassismo. È però troppo facile, come fanno molti, attribuire la colpa della decadenza al solo Sessantotto: la tendenza è molto più generale e il decrescere della severità, avviatosi ben prima degli anni sessanta, è tutt’oggi in atto.

Causa di ciò è una visione della scuola quale mezzo per ovviare alle ingiustizie sociali: dall’istruzione considerata diritto di tutti alla percezione del titolo di studio come qualcosa di dovuto a prescindere dalle capacità, il passo è breve. Si inquadra così la recente proposta di togliere il valore legale alla laurea; forse una falsa soluzione, ma in parte comprensibile in un sistema scolastico in cui laurearsi è sovente troppo facile. Il vero problema non risiede nel numero, fin troppo alto, dei laureati: preoccupante è piuttosto il loro calo qualitativo. Quanti, oggi, ottengono la laurea con un fuori corso calcolabile non in mesi, ma in anni? Altrove, la domanda nemmeno si pone: nelle università inglesi, ad esempio, vige un sistema secondo il quale uno studente che al termine di un anno accademico non abbia superato tutti gli esami, è costretto a ripeterli; ciò, spingendo i meno capaci all’abbandono, risolve drasticamente il problema del basso livello culturale dei laureati che affligge invece l’Italia.

Appare quindi evidente che, in un Paese in cui, secondo i dati forniti dall’ex-ministro Profumo, seicentomila studenti sono fuori corso, il calo delle immatricolazioni non sia un problema, bensì un principio di soluzione. Secondo alcuni, un minor numero di studenti comporterebbe tagli al corpo insegnante, ciò che può essere in parte vero; ma ragioniamo un attimo: qual è il numero di studenti per insegnante? Secondo l’OCSE, 19,5, a fronte di una media europea di 15,4. Un minor numero di studenti, non necessitando quindi di tagli consistenti al corpo insegnante, porterebbe a un rapporto più stretto fra docenti e allievi.

Rimane un’ultima domanda: perché molti giovani si iscrivono all’università pur non essendo ontologicamente adeguati? Di certo pesa il fatto che i lavori manuali, soprattutto se a bassa specializzazione, siano poco remunerati e tutelati anche meno; ma qui ci allontaniamo dal campo d’analisi dei letterati per addentrarci in quello dei giuslavoristi.

Le recenti polemiche da parte di certa stampa, in sintesi, sono dovute all’ignoranza del fatto che l’eccellenza di un sistema universitario si valuti dalla qualità dei suoi esponenti, non dalla loro quantità. Lo insegna anche Leopardi: «Le cognizioni non sono come le ricchezze, che si dividono e si adunano, e sempre fanno la stessa somma. Dove tutti sanno poco, e’ si sa poco» (Dialogo di Tristano e di un amico).

Scevola

Proteste (e pretese) di massa [attualità]

Proteste contro l'austerity

Il 2012, superfluo ricordarlo, è stato l’anno del malcontento. L’anno dell’astensione di massa, di Beppe Grillo, degli indignados, delle proteste e dei flash mob. La crisi economica, sbarcando in Europa, nel giro di qualche anno ha infuso nella popolazione la malattia dell’inquietudine verso il futuro; un grosso colpo per chi è vissuto nell’epoca del benessere. Contemporaneamente, la crisi dei valori ha messo in cattiva luce i partiti politici, sotto i riflettori a causa di privilegi e del moltiplicarsi di scandali locali e nazionali. In un simile stato di confusione, creare scompiglio non risulta difficile. E proprio dal caos prendono forma in tutta Europa, specialmente nei Paesi più indebitati e a maggiore rischio di collasso economico (i cosiddetti PIIGS: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna), le grandi manifestazioni di protesta contro la politica di austerità messa in atto dai governi aderenti all’Unione.

Si sviluppano pertanto forme di dissenso confuse e raffazzonate, composte da masse eterogenee e divergenti, capitanate da nuove sigle che sfruttano il diffuso senso di insoddisfazione per intercettare consensi. A metà novembre dell’anno appena concluso, studenti e lavoratori hanno alzato la voce confluendo nelle corpose e numerose manifestazioni di piazza dilagate in tutta Italia: le sfilate di sindacati, centri sociali e scolari, tuttavia, come da previsione non hanno portato a nulla. Il cittadino medio (sia quello che ha partecipato ai cortei, sia quello che è rimasto al suo posto di lavoro o a scuola), dopo la dimostrazione di scontento non ha, come non aveva prima, un punto di riferimento, una guida per uscire dalla tanto colpevolizzata crisi. Da una confusione all’altra; il famoso fumo senza arrosto.

Metaforicamente, possiamo vedere in questi manifestanti il naufrago sull’isola deserta che, per salvarsi la vita, tenta di aggrapparsi alla prima asse di legno che riesce a recuperare, piuttosto che incanalare le forze nella riparazione dello scafo, operazione sicuramente più lunga e difficoltosa. Così come costruire è sempre più dispendioso che distruggere, contestare è sempre più sbrigativo (e meno efficace) che proporre.

A questo punto, una riflessione sul concetto di massa è d’obbligo. Rinfreschiamo per un momento le conoscenze di letteratura liceale per riportare alla memoria la celebre scena manzoniana in cui Renzo entra nella Milano in rivolta: dal primo passo del giovane contadino all’interno delle mura, scivoliamo in una spirale di follia al cui centro regna la calca umana delirante, dipinta in maniera impeccabile. L’aspetto degradante della massa risiede nell’essere creatura indipendente: essa non è summa delle volontà degli individui, ma sottoprodotto dei loro istinti più subdoli. Applicando la teoria della «psicologia collettiva», lo scrittore francese René Guénon concepì l’aforisma che lo ha reso celebre: «Il parere della maggioranza non può essere che l’espressione dell’incompetenza.» Un po’ troppo perentorio, forse, ma nemmeno eccessivamente azzardato.

Tornando all’attuale crisi, la soluzione non potrà mai risiedere nei movimenti anti-casta che affiorano prima delle elezioni con l’intento di fermare magicamente il declino. E principalmente per un errore di valutazione: poiché la «casta incapace» non è la causa, bensì la conseguenza della decadenza. Come sosteneva Michele Serra in una lucida analisi sull’effettivo valore della democrazia: «Se a decidere chi dovrà rappresentarli sono i Franco Fiorito, [i cittadini, n.d.r.] eleggeranno in eterno Franco Fiorito.»

Nel caso delle proteste-pretese studentesche e sindacali, il tentativo di cura è peggiore della malattia: il paradosso dell’anti-alternativa politica che annega le scintille di cambiamento nella burrasca della confusione è davanti agli occhi di tutti. Lo sfogo rende gli insoddisfatti soddisfatti di essersi sfogati e la voglia di cambiamento rimane solo il ricordo di un qualche inappagamento sfocato e indistinguibile.

L’unica speranza concreta per il rilancio della politica consiste nella volontà di coltivare un progetto quotidiano, senza frastuoni e senza il bisogno di rivolgersi alle elezioni e alle poltrone. Quando cambieranno gli uomini, per proprietà transitiva cambierà anche chi siede sugli scranni del governo e delle amministrazioni. Quando cambieremo noi e la nostra voglia di metterci in campo dalle sette di mattina a mezzanotte, dal lunedì alla domenica e da un capodanno all’altro, il pensiero di migliorare la scena con un corteo mattutino ogni due mesi ci sembrerà la soluzione più ridicola immaginabile.

Il vero declino da fermare è quello dei buoni propositi.

Spartacus

Nobiltà censurata [attualità]

Negli ultimi tempi, tra gli appassionati di sport si è andata diffondendo una notizia che ha lasciato interdetti: pare che la RAI voglia spostare la programmazione delle discipline incentrate sul combattimento dalle prime alle seconde serate.

Sebbene la televisione nazionale si sia difesa da qualsiasi accusa di censura, non pare difficile che il gesto di togliere questi già poco fruibili sport dalle prime serate televisive abbia il sapore del gesto atto a impedire ai più giovani di conoscere determinate discipline; senza contare il ridimensionamento di realtà che poco concedono alle grandi celebrazioni pubblicitarie che oggi caratterizzano tutti gli esercizi sportivi di grande seguito.

È difficile non schierarsi dalla parte di chi, sin da subito, ha storto il naso nei confronti di questa scelta: questi sport, superficialmente considerati «violenti», possono invece risultare utili per mostrare ai più giovani che il mondo sportivo non è costituito solo da personaggi poco edificanti divisi tra doping e scandali vari, ma anche da gente che crede profondamente in ciò che fa e vive lo sport non come lavoro da cui trarre profitto, ma come filosofia di vita per mezzo della quale dimostrare le proprie capacità.

Dai giochi di Londra (dei quali abbiamo parlato nel numero scorso), fra il diffuso sbeffeggiamento dello spirito olimpico a favore di pubblicità e rivendicazioni personali, l’unica boccata d’aria fresca giunge dal pugilato: in quanti tra noi, l’ultimo giorno dei giochi, si sono indisposti per l’oro rubato al nostro Roberto Cammarelle? E in quanti hanno saputo apprezzare la grande dignità del pugile che non si è arroccato dietro al torto subito, ma è andato avanti, grandissimo esempio di purezza? Mentre si intavolano discussioni imbarazzanti sull’arbitrato della supercoppa di calcio giocata anch’essa nel mese di agosto, questo ragazzo già riprendeva a lavorare, con umiltà e spirito di sacrificio, per inseguire i suoi sogni.

Molti però insistono a ripetere che gli sport di combattimento siano diseducativi. Forse dovremmo soffermarci sul significato della parola: sono davvero diseducative discipline come pugilato e arti marziali, che mettono al primo posto il rispetto nei confronti dell’avversario e disprezzano la derisone e lo scherno? Risulta molto più diseducativo uno pseudo-sport di combattimento come il wrestling, autentica messa in scena dove delle maschere simulano combattimenti improbabili tra mosse acrobatiche e sedie finte rotte sulla schiena, il tutto condito da insulti e storie al limite dell’assurdo. Eppure, chi ha vissuto la propria adolescenza negli anni dell’esplosione mediatica del fenomeno può ricordare benissimo che esso veniva trasmesso in orari fruibili senza problemi dai più giovani; così come accade oggi. Nessuna emittente televisiva ha mai storto il naso, al proposito; forse perché, a differenza del taekwondo, il wrestling è un esercizio con un grande potenziale economico, generato dallo sfruttamento dei vari personaggi; purtroppo, molti bambini si sentono più allettati dall’indossare una maglietta di John Cena piuttosto che andare in palestra ad apprendere una disciplina che, oltre ad aver origini nobili e antichissime, lo formerà come persona, non come oggetto. Ecco che tutto va chiarificandosi: non si censurano discipline ritenute violente, ma sport che attirano poco e che quindi possono essere relegati senza dolore nelle seconde serate, dove verranno seguiti solo da chi già li segue da anni.

Esempi poco edificanti giungono ancora da uno sport che ha fatto sognare intere generazioni e che oggi sta diventando sempre più deleterio: il calcio. Un tempo i giovani potevano ammirare i duelli leali tra Johan Cruijff e Franz Beckenbauer, la serietà di Scirea e il genio di George Best; oggi invece imparano solo le esultanze, vogliono pettinarsi come i loro idoli e sognano di poter condurre un domani le loro stesse vite dissipate.

Insomma: chi riesce ad andare oltre la realtà che ci viene propinata, non può non guardare a ciò senza disgusto. Invece, ben meritevoli di rispetto sono uomini come il già citato Cammarelle, Paolo Vidoz, Carlo Molfetta, Mauro Sarmiento e molti altri pugili e lottatori lontani dai grandi riflettori, ma che per noi sono la faccia pura dello sport, quello sport che noi vogliamo che continui a esistere. Essi sono coloro che hanno meglio interpretato il grande messaggio di dedizione e sacrificio dei maestri orientali di arti marziali: un esempio che risuona nelle parole di Muhammad Alì, di Rocky Marciano e dell’indimenticato Primo Carnera.

Ludovico Van