Vittorio Sgarbi: Vate, Cicerone, Censore [cultura]

Vittorio Sgarbi

«Legga Dante, legga Manzoni: impari quella capra!». Chi non ha mai visto o sentito almeno una volta qualche celebre spezzone di quel Catone il Censore del Terzo Millennio che, per ribadire il suo Carthago delenda est, è pronto a scomodare capre, santi, politici e artisti?

Vittorio Sgarbi non è collocabile in una precisa categoria professionale, come spesso accade a chi è abituato ad agire sopra le righe; che lo si inquadri come giornalista, opinionista, critico d’arte o politico, sarà sempre qualcosa di incompleto. Sarebbe come tentare di distinguere un homo oeconomicus e un homo ludens: non si scompone l’uomo senza denaturarlo. Tuttavia, parlando di prospettive, un bravo regista preferirebbe fotografare la figura del Vate: inteso come saggio riferimento umano e spirituale, certamente, ma anche come il D’Annunzio di questo secolo, che irriverente e ardito scaglia la propria prorompente visione dell’arte, della cultura e del mondo oltre lo statico scacchiere odierno del benpensare (e del pensare poco). Il connotato più affascinante del personaggio resta comunque la spontaneità, che traspare ogni qual volta non trionfa la forzatura del «personaggio di sé stesso», tentazione che i frequentatori assidui degli studi televisivi devono imparare a esorcizzare.

La nostra redazione ha avuto il piacere di assistere a una conferenza tenuta da Vittorio a gennaio presso Padenghe, in provincia di Brescia, poco distante dal Vittoriale di Gardone Riviera – la residenza di Gabriele D’Annunzio da lui donata agli italiani, per tornare all’allusione iniziale.

Ancora prima di impostare la conferenza vera e propria, il nostro Vate, suscitando l’ilarità dei presenti, si lancia in una riflessione (apparentemente fuori programma) scaturita dal fatto che lo sgabello su cui siede non sia né abbastanza alto per sedersi, né abbastanza basso per appoggiare i piedi a terra. Il critico appena abbozzato sfuma ora nel recitante futurista, che si appoggia e rialza sullo sgabello meccanicamente, lasciando la platea in balìa dell’incredulità. La comicità d’improvviso cede nuovamente il passo alla riflessione e il Cicerone può approfondire la fantomatica «legge del sedere», secondo la quale al minore spazio corporeo poggiante sulla superficie corrisponde una maggiore padronanza di sé; ne consegue che il direttore d’orchestra è colui che detiene la posizione di preminenza sul mondo, poiché posa solo le punte dei piedi e dà le spalle (il sedere) al pubblico. «Come il sacerdote – incalza l’oratore in preda a un’ispirazione velatamente mistica – che prima del Concilio volgeva le spalle ai fedeli non per mancanza di rispetto, ma per rivolgersi a Dio. Oggi, per guardare in faccia voi stronzi, volge il culo a Dio e tutti sono contenti!». Tra ironia e riflessione, il pubblico ride e si ammutolisce a tratti, come posseduto dall’istrione, che lo porta a spasso tra i suoi pensieri irriverenti quanto profondi.

Dalle teorie spirituali a quelle politiche, già nel 2006 il leader del pensiero non allineato fulminava con poche parole (ma come suo solito taglienti) anche i populisti dell’anti-politica: «Non è vero che i cittadini sono migliori dei politici: i cittadini sono lo specchio dei politici!». Sgarbi se la prende con quella massa di consumatori di spettacolo che «guarda in sei milioni Miss Italia o San Remo», mentre l’arte di Donatello, Giotto, Michelangelo, Brunelleschi, Verdi e Mozart giace nei musei, retaggio di un popolo che non è in grado di comprendere i propri maestri perché non sa più riconoscere sé stesso.

Dalla ars politica non si può che approdare all’istruzione; perché, se i politici rispecchiano i cittadini, questi rispecchiano in pieno il sistema scolastico. «I giovani si drogano perché la scuola è piena di insegnanti che non sanno cosa dire!» è l’exploit di Sgarbi che merita i canonici novantadue minuti di applausi. E se, per fare un esempio, i Bronzi di Riace a suo dire non attirano nemmeno un decimo dei potenziali visitatori, questo è dovuto a un’istruzione (ancora prima che una politica) che antepone il calcolo personale degli «architetti da galera» alla superiore valorizzazione della bellezza. Tra un affondo e l’altro, c’è spazio anche per posizioni patriottiche, come nella recente intervista per l’Expo 2015 (di cui è Ambasciatore), in cui definisce l’Albero della vita «un’americanata buona per Las Vegas, simbolo di un’Italia che non esiste, estranea alla bellezza e alla nostra civiltà artistica».

Le capacità comunicative non gli mancano, le idee chiare e dirette nemmeno. Per rilanciare un’idea nuova e frizzante di arte e fare del patrimonio artistico italiano (il più ricco al mondo) un vero tesoro da contrapporre alle speculazioni degli spread e del rating, Vittorio Sgarbi ci sembra l’uomo più adatto. E se per la Presidenza della Repubblica quest’anno arriviamo tardi, chissà che un domani… □

Spartacus

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di Sole e Acciaio Inviato su Cultura

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