Post-umanità: l’uomo di fronte al bivio [Kali Yuga]

Be a Man among MenSi può parlare di post-umanità? Se ne parla già. Tant’è che il 14 marzo si è svolto a Roma un convegno organizzato da Circolo Proudhon e L’Intellettuale Dissidente dal titolo «L’era del post-umano. Tecnica, ideologia e società nel XXI secolo». L’incontro, al quale sono intervenuti anche i francesi Alain De Benoist (scrittore, esponente della Nuova Destra) ed Eric Zemmour (giornalista di Le Figaro) è sintetizzato da Il Giornale nel titolo «Finiremo sconfitti da ideologie disumane» (senza punto di domanda). Condannati o speranzosi, il nostro intento è quello di fare qualche passo indietro e riflettere alla base del perché siamo giunti a tal segno.

«Il deserto cresce; guai a colui che cela deserti dentro di sé!» ammoniva Nietzsche per bocca dell’anti-profeta per eccellenza, Zarathustra. È dritto alla geologia degli spiriti che il filosofo tedesco affida la realizzazione dell’uomo nuovo; qui sta tutto il libero arbitrio di cui l’uomo, liberatosi finalmente della morale, ha la necessità: decidere se fare di sé stesso la culla di una fertilissima volontà, oppure un deserto della rassegnazione. «Guai a colui che cela deserti dentro di sé!»: una civiltà che volesse edificarsi in grandezza nei secoli scolpirebbe questo primo e unico comandamento.

Un’altra freccia arriva dalla faretra di Davide Rondoni, giovane scrittore che in Il fuoco della poesia (2008) definisce così l’uomo post-: «In questo tempo duro, chi non è solo un sopravvissuto tra esperienza e poesia?». Eterno dualismo corpo-spirito, arte-lavoro, realtà-utopia. Resta un punto di riferimento per la nostra rivista l’opera Sole e acciaio di Yukio Mishima, secondo cui «l’arte marziale è morire insieme ai fiori; la letteratura è coltivare fiori imperituri». I fiori immortali sono una creazione umana, mentre, tra quelli naturali, i più belli sono i primi a cadere. Lo interiorizzò al meglio lo scrittore giapponese, che nel 1970, a cavallo tra l’umano e il post-umano, donò la vita davanti al proprio popolo nel tradizionale suicidio samurai, vero inno all’«eternità dell’istante» che tanti giovani prima di lui, da Okinawa alle Filippine, avevano vissuto inneggiando all’Imperatore, poco prima di sfracellarsi contro le portaerei americane. Morirono da guerrieri; furono gli ultimi a morire da uomini?

Fu sicuramente caro l’uomo europeo a Léon Degrelle, fondatore del movimento rexista belga e combattente volontario sul fronte russo, che nel suo compendio Militia illustra la via contro la disumanizzazione: «Non si è sulla terra per mangiare in orario, dormire a tempo opportuno, vivere cent’anni ed oltre. […] Una sola cosa conta: avere una vita valida, affinare la propria anima, aver cura di essa in ogni momento, sorvegliarne la debolezza ed esaltarne le tensioni, servire gli altri, spargere attorno a sé felicità e affetto, offrire il braccio al prossimo per elevarsi tutti aiutandosi l’un l’altro. Compiuti questi doveri, che significato ha morire a trenta o a cento anni, sentir battere la febbre nelle ore in cui la bestia umana urla allo stremo degli sforzi?».

Come abbiamo fatto parlare la penna di Degrelle, che ha scritto pagine di storia con il proprio esempio, così lasciamo che siano le parole di un altro maestro, Giovanni Gentile, a tracciare il confine dell’umanità. Filosofo tra i più importanti del Novecento e riformatore del nostro sistema scolastico negli anni Venti, scriveva queste parole nel saggio Genesi e struttura della società tra il luglio e il settembre del 1943, uno dei periodi più oscuri della storia italiana, quasi un anno prima di trovare la morte per mano di coloro che non gli perdonarono la capacità di restare uomo: «La cultura è sapere; ma non è sapere determinato, dommatico, informativo; è critica di ogni sapere che come sapere positivo si accampi nell’uomo senza dimostrarglisi utile, necessario, costruttivo della sua vita e della sua personalità. Del sapere insomma che non sia umano: che non sia cioè il sapere di cui l’uomo ha via via bisogno per recare in atto la sua umanità, e promuovere e favorire la propria azione morale.»

Be a man among man recitava un motto del secolo scorso che suonava come arruolati!. Nietzsche, Degrelle, Mishima e Gentile, in un certo senso, ci chiamano ad arruolarci. Ognuno di essi a suo modo, tracciando con la china o con il sangue il proprio messaggio, ci ha lasciato un segno indelebile di umanità. L’eredità delle loro vite (che è tutt’altro che dire biografie) resta una traccia nel pieno dell’era umanitaria post-moderna. A noi il dovere di riscoprirla, per recuperare un filo di continuità tra quel mondo e il nostro, affinché, se l’uomo deve rinnovarsi, lo faccia in direzione di un auto-miglioramento e non in funzione di sterile appendice di sé stesso. Siate uomini tra gli uomini. □

Spartacus

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