1915 – 2015: cent’anni dalla Guerra Bianca [storia]

Guerra Bianca

Il 2015 verrà, tra le altre cose, ricordato come l’anno in cui si è celebrato il centenario dell’ingresso italiano nella Prima Guerra Mondiale, un conflitto che sconvolse il panorama politico europeo e mise definitivamente fine a un’epoca, proiettandoci a tutti gli effetti nel mondo contemporaneo così come lo conosciamo.

Era il 1915 quando, dopo un iniziale periodo di neutralità, in Italia si iniziò a pensare che la politica non interventista – e parallelamente la Triplice Alleanza, patto stipulato nel 1882 a Vienna tra Austria-Ungheria, Germania e Italia a scopo difensivo – non garantisse più la sicurezza dei confini nazionali. Fu così che in numerosi ambienti di ambito nazionalista e nell’ala massimalista del partito socialista (che nel 1914 si spostò dall’Avanti! a Il popolo d’Italia del giovane Benito Mussolini) iniziò a serpeggiare il desiderio di un intervento nel conflitto. Uomini di spicco come il padre del Futurismo Filippo Tommaso Marinetti, il deputato trentino a Vienna Cesare Battisti e il poeta-guerriero Gabriele D’Annunzio iniziarono a infuocare le piazze con discorsi inneggianti all’interventismo. Fu soprattutto il Vate che, facendo leva su sentimenti di rivalsa dello spirito imperiale romano e del più fresco slancio garibaldino, risvegliò gli animi sopiti di migliaia di patrioti che agitarono le città, spostando l’ago della bilancia a favore dell’ingresso nel conflitto.

L’atto pratico si concretizzò in due momenti distinti: nell’aprile del 1915, quando a Londra l’Italia si impegnò a entrare nel conflitto entro un mese insieme a Francia, Inghilterra e Russia; il 3 maggio, con la rottura ufficiale della Triplice Alleanza. Il 23 maggio l’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria e già la notte del 24 l’esercito «marciava per difender la frontiera».

Tralasciando l’elenco degli avvenimenti già noti, vorremmo riportare il doveroso interesse sul fronte alpino, sulla cui roccia furono scritte pagine di eroismo che, lette oggi, non possono che provocare ammirazione. Pur essendo considerata secondaria dal punto di vista strategico, in particolare da una certa storiografia anglosassone, nonché oscurata dalle più leggendarie vicende del Piave e del Carso, la Guerra Bianca delle alpi centrali (in tedesco Gebirgskrieg) può essere senza dubbio annoverata tra i conflitti che costarono tra i più alti sacrifici a chi la combatté: freddo, altitudini proibitive, difficoltà di comunicazione e trasporto furono solo alcune tra le insidie che dovettero fronteggiare i soldati.

Ancora oggi, camminando sulle nostre montagne (Valle Camonica e Val Sabbia su tutte), ci si imbatte in veri e propri sentieri ricavati nella roccia con immani fatiche dai Kaiserjäger austriaci o dagli Alpini italiani. Calandosi in questi pertugi si rimane sbalorditi immaginando che fossero dimora e trincea di uomini in carne e ossa. Le bellezze turistiche invidiate oggi da tutto il mondo allora erano campi di battaglia di un aspro conflitto di posizione, reso ancora più duro dalla guerra di mine, posizionate al culmine di immense gallerie sotterranee. Fu sul ghiacciaio della Marmolada che, per fuggire agli attacchi degli Alpini, i Kaiserjäger costruirono la «Città di ghiaccio»: tra crepacci e grotte, furono imbastiti veri e propri ricoveri, depositi e osservatori per centinaia di uomini. Il genio militare cominciava a ricoprire un ruolo fondamentale per l’esito finale dello scontro.

Un significativo teatro di scontri campali fu il vicino Adamello, strategicamente fondamentale perché garanzia di uno sbocco in Tirolo da parte italiana o di un ingresso nella Pianura Padana per l’esercito austriaco. Qui si susseguirono, tra il ‘15 e il ‘18, numerosi scontri, caratterizzati da una situazione di vantaggio iniziale da parte austriaca, che possedeva ben cinque forti contro uno solo italiano situato sul Corno d’Aola. Nonostante ciò, grazie alla tenacia e alla conoscenza del territorio, la vittoria sorrise agli Alpini guidati dal generale Giuseppe Perrucchetti, che il primo novembre del 1918 sferrarono l’attacco decisivo sul Passo del Tonale.

Ogni qual volta si visita un sacrario militare (come quello del Tonale) si provano insieme sentimenti contrastanti, dall’ammirazione per l’eroismo dei combattenti, alla rabbia nel constatare che su quei monti si consumò una guerra feroce e fratricida tra i popoli europei. Oggi, a cento anni da questi avvenimenti, viviamo guerre brevi, distanti, combattute soprattutto attraverso la tecnologia, in cui il sacrificio umano sembra avere perso valore a scapito del raggiungimento di interessi geopolitici ed economici di ristrette élite. Tenere vivo il ricordo di migliaia di uomini caduti tra il gelo dei ghiacciai alpini, in una guerra che coinvolse l’intera popolazione e che, nel bene o nel male, ha forgiato l’Europa moderna, è per noi un atto doveroso. □

Ludovico Van

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di Sole e Acciaio Inviato su Storia

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