Meazza: primavera nazionale dello sport [l’eternità del mito]

Meazza 1Se si dovesse dare ascolto alle cronache, bisognerebbe incoronarlo come il più grande giocatore che il calcio italiano abbia mai visto. Numeri impressionati lo catapultano nell’Olimpo del football: nell’Ambrosiana-Inter 408 presenze e 284 gol, in serie A 477 gettoni e 305 marcature. Senza dimenticare un albo d’oro ricco di tre scudetti e una Coppa Italia (tutto con la maglia neroazzurra), nonché tre titoli di capocannoniere della massima serie. Ma è forse con la casacca della nazionale italiana che diede il meglio di sé, vincendo due campionati del mondo – entrambi da protagonista – nel 1934 e nel 1938. Un curriculum unico insomma, che tuttavia sarebbe antistorico paragonare a quello delle moderne celebrità sportive; un mito leggendario impensabile da accostare ad altri campioni di oggi.

Un altro calcio, un’altra epoca, un’altra vita. Il più forte di tutti? Forse, ma non sta a noi poterlo stabilire. Tuttavia, basti ai lettori sentirne pronunciare il nome per risvegliare la magia: Giuseppe «Peppino» Meazza, un tourbillon di invenzioni improvvise – scriveva il commentatore sportivo Gianni Brera – scatti geniali e dribbling perentori conclusi con fughe solitarie verso la smarrita vittima di sempre, il portiere avversario. Vittorio Pozzo, suo allenatore azzurro, disse che avere Peppino in squadra equivaleva a iniziare l’incontro con una rete di vantaggio; un complimento in sé semplice, ma nel contempo un vanto per pochi.

Il 23 agosto 1910 Meazza nasceva a Milano, figlio di una famiglia umile. Da bambino giocava a piedi scalzi in strada e nei prati di Porta Vittoria, quartiere natio, finché poi a quattordici anni venne tesserato nei Boys dell’Internazionale, debuttando nel campionato italiano appena tre stagioni più tardi. Come per magia, Peppino trasformò in cigno uno sport fatto di lanci lunghi, tecnica approssimativa, ritmi compassati, scarpate e svirgolate. È il 25 Settembre 1927 quando il «bimbo d’oro» entra nel calcio dei grandi: Internazionale-Dominante 6-1, con doppietta (per alcune cronache tripletta) di Meazza, che diventò immediatamente l’idolo dei tifosi neroazzurri.

Per il ragazzo fu un sogno. Nacque così l’era del «Balilla», soprannome consegnato alla storia dal compagno Leopoldo Conti che – secondo la leggenda – durante la lettura della formazione titolare, udendo il nome del giovanotto, esclamò sarcastico: «Adesso andiamo a prendere i giocatori perfino all’asilo! Facciamo giocare anche i balilla!». Di statura media e fisico asciutto, Giuseppe venne curato dai dirigenti dell’Inter che lo farcirono di bistecche per favorirne lo sviluppo; ma fu soprattutto la crescita sportiva del piccolo campione che impressionò: dai 12 gol del primo campionato passò ai 33 della stagione successiva, fino ai 31 del 1929/30, annata dello Scudetto.

Una vittoria che l’Inter, divenuta nel 1928 Ambrosiana per volere del Partito, aspettava da dieci anni. Un momento storico per i neroazzurri, ma anche per il calcio e per lo tutto sport italiano che, grazie ai sapienti investimenti del Partito Nazionale Fascista, si migliorava di anno in anno: Nuvolari nell’automobilismo, Binda e Guerra nel ciclismo e, appunto, il «Balilla» diventarono gli emblemi di questa primavera, che trovò la piena fioritura nel Campionato del Mondo di calcio del 1934. La nazionale italiana gioca in casa; Mussolini ha lavorato tanto perché venga trasmessa al mondo intero l’immagine di una nazione moderna, organizzata e vincente: l’Italia parte forte, travolgendo negli ottavi di finale gli Stati Uniti per 7-1. Poi è la volta della Spagna, rispedita a casa proprio da un colpo di testa di Meazza. A quel punto gli azzurri, consci della propria superiorità, non si fermano e, nel segno di Peppino, salgono sul tetto del mondo davanti ai propri tifosi, nello stadio del PNF a Roma, alla loro prima partecipazione nella competizione.

Meazza, col tempo, diventerà il primo uomo sportivo italiano vincendo anche il Mondiale del 1938. Contesissimo personaggio-immagine, si lasciò trascinare dai vizi del gentil sesso e della vita notturna, in cui viene raccontato che, avvolto dal profumo di donna, scotch e sigarette, fosse solito dare il meglio di sé. Nel 1939, con lo scoppio del conflitto, il «Balilla» mise fine al proprio ciclo d’oro con l’Inter, indossando senza grandi fortune le maglie di Milan, Juventus, Varese e Atalanta, per tornare infine a concludere la carriera proprio con la maglia neroazzurra nel dopoguerra. Dopo una poco fortunata parentesi da allenatore, Meazza se ne andò il 21 agosto del 1979: di lui rimangono un mare di ricordi, articoli, premi, medaglie, fotografie e qualche filmato dell’Istituto Luce. Oltre che lo stadio San Siro, a lui tanto romanticamente intitolato.

Zanèn de la Bala

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