Europa e autonomie: utopia o futuro? [attualità]

Europa popoli 2Recentemente in Europa le rivendicazioni autonomiste dei popoli sono tornate alle luci della ribalta, dopo anni di silenzio, in seguito ai casi scozzese e catalano. Nel primo, un referendum ufficiale ha sancito la vittoria dei «no» e quindi il mantenimento dello status quo, con la Scozia inglobata nel Regno Unito; in questo risultato va però messo in evidenza che il 71% dei giovani tra i sedici e i trent’anni ha votato per il «sì» e la Scozia ha ottenuto dal governo centrale di Londra garanzie di maggiore devoluzione dei poteri, che assegnano il coltello dalla parte del manico agli scozzesi. Il secondo caso, in seguito alla bocciatura del referendum da parte della Corte costituzionale spagnola, ha visto protagonista una consultazione non ufficiale organizzata da associazioni indipendentiste e promossa dal governatore Artur Mas, in cui due milioni di catalani hanno espresso un parere per l’80% favorevole alla nascita di uno Stato catalano indipendente e sovrano rispetto a Madrid.

Molti addetti ai lavori si sono schierati a favore o contro le richieste di indipendenza; a tal proposito l’ex primo ministro italiano Enrico Letta, in una lettera scritta al Corriere della Sera, ha affermato, parlando della consultazione scozzese, che qualora il risultato fosse stato filo-indipendentista si sarebbe scatenato un «effetto domino» che avrebbe portato alla disintegrazione dell’Europa, o meglio, dell’Unione Europea, arrivando a paragonare questo avvenimento all’attentato di Sarajevo. Alla luce dei risultati odierni sembrerebbe che l’Unione Europea quindi sia salva. Tuttavia i problemi restano: in ogni lembo del Vecchio Continente stanno nascendo o ritornando alla luce numerosi movimenti e associazioni che chiedono autonomia e indipendenza per le proprie patrie, dai Bonnets rouges bretoni agli alsaziani, passando per baschi, fiamminghi e valloni, giusto per citarne alcuni. Anche in Italia, il caso Veneto di qualche mese orsono è la prova di tale fermento, rafforzata dalla crescente consapevolezza che il cosiddetto Stato-nazione, retaggio ottocentesco scricchiolante, stia piano piano esaurendo ogni sua funzione.

In un mondo come quello odierno, caratterizzato dallo scontro di grandi potenze, singoli Stati non possono nulla di fronte a veri e propri colossi come Stati Uniti, Russia, Cina e India. È quindi impensabile, in primis in politica estera ed economica, che singole nazioni possano assumersi un fardello di questo tipo, come è impensabile tentare di silenziare le continue e crescenti richieste autonomiste delle comunità. Ben consci di affrontare un discorso teorico e allo stato attuale difficilmente attuabile, crediamo tuttavia che una sorta di àncora di salvezza possa essere una nuova Europa, in cui il concetto di Stato-nazione venga gradualmente superato in favore di entità regionali federate tra loro, come teorizzato nel saggio Archeofuturismo dallo scrittore d’Oltralpe Guillaume Faye, che lancia l’idea degli «Stati Uniti d’Europa».

Il collega Alain de Benoist, esponente di spicco della cosiddetta Nuova Destra francese, è uno dei sostenitori di questa nuova idea di Europa, radicalmente alternativa all’UE e rappresentata in Italia in un certo senso dallo scrittore Massimo Fini, che all’interno di un intervento su Il Ribelle parla di «un’Europa unita, neutrale, armata, nucleare e autarchica, con due obiettivi: sottrarsi alla sudditanza degli Stati Uniti […] e limitare gli effetti più spietati della globalizzazione». Un’Europa in cui, anche secondo Fini, saranno le piccole comunità il punto di riferimento principale a discapito degli Stati-nazione. Pur con indirizzi ideologici profondamente differenti, anche il professor Gianfranco Miglio era arrivato a teorizzare una nuova visione statuale di stampo federalista, che vede come protagoniste macroregioni unite spontaneamente tra loro.

Lo Stato è dunque veramente arrivato al capolinea, troppo lontano dalle esigenze prossime al cittadino del piccolo comune e allo stesso tempo incapace di affermarsi nello scacchiere mondiale? Questa nuova visione di Europa potrebbe rappresentare il giusto compromesso tra richieste di localismo e necessità di federazioni, realizzando quell’integrazione europea tanto decantata quanto concettualmente vuota fino a oggi.

Se si volesse tuttavia prendere questa strada, parafrasando l’ex presidente della Baviera Franz Joseph Strauss, bisognerebbe creare nel Vecchio Continente le condizioni affinché, a livello non solo storico ma anche politico, essere bavaresi sia più importante e decisivo che essere tedeschi. Attualmente tutto ciò sembra utopistico, ma chissà che quel 71% di giovani scozzesi non rappresenti una spinta e uno stimolo per le nuove generazioni europee a riavvicinarsi a radici più profonde di ciò che Klemens Von Metternich definì «mere espressioni geografiche».

Ludovico Van

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