Sopravvivere alla vita [racconto]

Trincea

Ulrich aveva conosciuto Anders non lontano dal nido della mitragliatrice, pochi giorni dopo la fine dell’ultima licenza. Con ancora negli occhi la figura snella di Clara nel patio della casa dei genitori a Schneidemühl, scrutava le stelle quando una voce si era rivolta a lui.

«Gradite una sigaretta, tenente?»

Ulrich si era sollevato il berretto, squadrando il nuovo venuto, e non aveva rifiutato. Avevano fumato in silenzio per qualche minuto, tendendo l’orecchio ai canti che, dalla trincea francese, giungevano lì attraverso la terra di nessuno.

«Perché guardate le stelle, tenente? Pensate alla vostra Freundin

In seguito si sarebbe sempre chiesto come avesse fatto a indovinare. Le stelle baluginavano come gli occhi di lei quando si erano salutati. Grandi specchi blu spalancati a riflettere la crosta gelata del lago, mentre la baciava sulla guancia e se ne andava. Ma prima che arrivasse al cancello, lei lo aveva richiamato.

«Ulrich».

«Sì?»

«Promettete che mi sposerete presto».

Lui aveva sorriso. «Vado, prendo Parigi e torno».

Clara si era sforzata a sorridere, pur sapendo quanto la sua sicurezza fosse una posa. Le mani pallide e sottili incrociate sul grembo non avevano cessato un istante di tremare.

Quando Ulrich aveva annuito che sì, stava pensando alla propria Freundin, Anders era parso sorpreso. «Da come andate all’assalto, sembra che non abbiate nessuno ad aspettarvi a casa. Parete un demonio, con quella», aveva concluso, ammiccando alla Mauser che riposava nella fondina al suo fianco.

Poiché ormai erano in confidenza, Anders l’aveva invitato nel nido della mitragliatrice, a bere liquore con Franz. Quest’ultimo, un piccoletto che maneggiava le munizioni con rapide mani da ebreo, si era rivelato buon compagno, sicché avevano bevuto e parlato tutta la notte.

Poche settimane più tardi, giunse l’ordine. Dopo giorni di preparativi, il piano ebbe inizio e le artiglierie bombardarono le linee francesi per un’intera giornata. Per rimediare alle perdite subite nelle ultime settimane, la squadra di Ulrich venne rinforzata con nuovi elementi: quando scorse le file radunate nel fango e distinse i volti dei due amici, il tenente fu sorpreso da un sorriso. Anders e Franz risposero con un cenno d’intesa.

Negli ultimi minuti, Ulrich pregò in silenzio, stringendo fra le mani il crocefisso argenteo dono di Clara. Poi giunse il segnale. Balzarono fuori dalla trincea, incontro al cielo striato del tramonto, le orecchie martellate dalle artiglierie, e si slanciarono nella terra di nessuno. Col tenente in testa, la pistola stretta al petto, la squadra cominciò a correre e inciampare nel pantano, seguita dagli altri plotoni. Uno slancio a perdifiato sotto il fragore dei bombardamenti, a gridare come demoni, anche se nessuno udiva, solo per segnalare di essere vivi. Pochi metri più avanti, anche i francesi cominciarono. Correndo sulle lunghe gambe, Ulrich scomparve nelle deflagrazioni di fango e metallo per riapparire poco più avanti. Le grida dei fanti cambiavano di tono, l’inconfondibile urlo di membra separate dal corpo. Ancora qualche centinaio di passi e fu la volta delle mitragliatrici. Anders correva piegato, nel tentativo di non perdere di vista i primi, ma i corpi dei compagni falciati lo rallentavano.

A raggiungere per primi le trincee furono il tenente e altri due veterani ventunenni che conquistarono una mitragliatrice i cui addetti erano stati uccisi da una granata. Mentre gli altri giravano la mitragliera, Ulrich li copriva sparando con la Mauser; poi giunsero Anders, che prese posto al grilletto, e Franz, che srotolava i nastri delle munizioni svelto come mai. In una notte di combattimenti, il settore fu preso; ma la squadra d’assalto era decimata.

Nelle settimane successive, la divisione avanzò in profondità in territorio francese. Franz, che col Karabiner fra le braccia non era a suo agio come accanto a una mitragliatrice, venne ferito a un braccio, ma volle continuare. All’infermiera che tentava di dissuaderlo, Ulrich spiegò che il loro amico si sarebbe fermato solo quando avesse visto la bandiera dell’impero sventolare su quel disgustoso ammasso di putrelle che i francesi avevano eretto in centro a Parigi. Alle sue spalle, Anders annuiva. Sembrava davvero che la bandiera tedesca avrebbe presto sventolato sulla Tour Eiffel.

Poi accadde. Le armate imperiali non avanzavano più come prima. In alcuni settori rallentavano, in altri si fermavano perfino. La divisione ricevette l’ordine di ripiegare. Un giorno, mentre combatteva in coda alla colonna per coprire la ritirata, Ulrich fu colpito da un carro statunitense. Si risvegliò tre ore dopo, all’ospedale da campo, gridando mentre il chirurgo lo apriva per estrarre le schegge dal ventre e dalle gambe. Poi perse conoscenza.

Quando riaprì gli occhi, due giorni dopo, Anders e Franz erano accanto a lui, come sull’attenti. Per quanto stordito, li fissò, severo. «Che cosa ci fate qui? Tornate al fronte!»

«Il fronte non c’è più, tenente».

Trascorse i due mesi successivi fissando il muro. Non appena fu in grado di camminare, lasciò l’ospedale militare e prese un treno. Nel gelo invernale della stazione di Schneidemühl, la famiglia di Clara e la sua lo attendevano riunite. Quella sera si festeggiò come se la guerra non fosse mai stata perduta. L’unico in disparte era Ulrich che, accomodato sul canapè della sala da ballo, stringeva vacuo una mano di Clara fra le proprie. Quando ebbe congedato gli ospiti e dato il bacio della buona notte alla sua Freundin, non si coricò. Passò in rassegna i ritratti degli antenati, i più antichi dei quali avevano combattuto col Barbarossa, chiedendo loro se si fossero mai sentiti come si sentiva lui in quel momento. Non ricevette risposta.

Da allora non parlò più di guerra, sebbene il suo incedere a testa alta conservasse qualcosa di militaresco. Prese a occuparsi della tenuta di famiglia e, alla fine dell’estate, sposò Clara nella cattedrale cittadina. Per meglio seguire gli affari, gli sposi si trasferirono fuori città, presso i terreni della famiglia di lui. I nuovi padroni si fecero subito ben volere dalla servitù. «Sembra di essere ancora ai tempi della Grande Prussia», sospirava la governante. Era vero: mentre, a Weimar, burocrati e intellettuali giocavano indolenti col futuro, la signora trascorreva le serate a cucire, scambiando parole col marito che, sul divano accanto, leggeva Il tramonto dell’Occidente.

Un giorno, però, giunse un telegramma da Brema. Ulrich si mise in viaggio, sperando contro ogni ragionevolezza che si trattasse di un refuso. Ma, quando scese, il volto di Anders ad attenderlo non lasciava dubbi. Pochi giorni prima, Franz si era sparato in testa in uno squallido albergo. Ancora prima della guerra era stato diseredato dal padre, un usuraio incapace di accettare che il figlio non continuasse l’attività di famiglia; perciò non vi fu nessuna cerimonia presso la sinagoga. Ulrich e Anders pagarono un prete per una messa e seppellirono l’amico al buio, fuori dal cimitero cattolico. Poi, svuotati e taciturni, ripararono in un caffè.

«Non so perché l’abbia fatto», sospirò Anders. «So che aveva problemi economici e l’ho aiutato, qualche volta». Bevve. «Non penso che sia per la famiglia, altrimenti l’avrebbe fatto prima». Una nuova pausa per fingere di non versare lacrime. «Non è beffardo? È uscito vivo dall’inferno, poi…»

Ulrich posò una mano sul tavolo, fissando l’amico. «Per sopravvivere alla morte può bastare la fortuna. Ma per sopravvivere alla vita ci vuole volontà».

Al ritorno a Schneidemühl, Ulrich era ombroso e parlava poco. Anche la moglie, nell’accoglierlo, manifestava uno strano nervosismo. Mentre si coricavano, la sera, attese che si fosse messa la vestaglia da notte. «C’è qualcosa che devi dirmi, Liebe

Le mani, raccolte in grembo, si tormentavano come al saluto di anni prima. Clara abbassò lo sguardo, arrossendo, e finalmente sorrise. «Aspetto un bambino».

L’arrivo del primo figlio scacciò ogni ombra. Nel giro di un lustro, si aggiunsero un fratello e due sorelle, che presto cominciarono a gattonare per gli androni della villa e a rincorrersi nell’ampio giardino. Le attività di famiglia non potevano competere con banche e industrie, ma permettevano con sicurezza di preservare l’antica nobiltà. Solo talvolta, nel suo studio, Ulrich deponeva i libri contabili e, attraverso la finestra, si rabbuiava osservando i figli giocare. Erano quelli i momenti in cui Clara entrava discreta nella stanza e, cingendolo alle spalle, lo baciava sulla guancia, ridonandogli il sorriso.

Gli anni passarono e i figli crebbero fino ad andare a scuola. In un pomeriggio che incubava tranquillo la primavera, Ulrich leggeva l’ultimo saggio di Spengler in soggiorno quando suonò il campanello. Andò ad aprire ed esitò.

«Tenente, non mi riconosce?»

«Mein Gott! Anders».

Era ben vestito e, a differenza dell’ultima volta, sorrideva. Lo invitò a sedere, gli offrì da bere e la mezz’ora successiva trascorse ricordando il passato. E Franz. Poi, però, fu chiaro il motivo che aveva spinto l’amico fin lì. Ulrich l’aveva sospettato non appena l’aveva riconosciuto. Talvolta aveva letto il suo nome sul giornale, chiedendosi se si trattasse di un’omonimia.

«Ecco perché sei così ben pasciuto. Ti sei dato alla politica».

Anders ammiccò verso il libro posato sul tavolo. «Vedo che leggi L’uomo e la tecnica», disse.

Ulrich annuì.

«So che sei rimasto fedele agli antichi valori e soffri a vedere come ci ha ridotti Versailles. Vuoi entrare a far parte del nostro partito? Siamo la forza rivoluzionaria che risolleverà la nazione».

Ulrich scosse la testa. «Il mondo non era un brutto posto quando gli uomini facevano il proprio dovere. Poi farlo parve loro gravoso e trovarono una via più comoda: le rivoluzioni. In poco più di un secolo hanno trasformato in un inferno quella terra che tanto volevano migliorare».

«Parli come un ottuso conservatore».

«Forse. Ma chiunque voglia peggiorare ulteriormente questo mondo lo farà senza la mia complicità».

L’ex-commilitone parve raggelato. Pochi minuti di conversazione ancora, poi si salutarono.

«Alle ultime elezioni abbiamo preso milioni di voti. Alle prossime ne prenderemo ancora di più», riprese Anders. «Se ti metterai con noi, farai fortuna».

«Addio, amico».

Mentre l’altro si allontanava a bordo dell’automobile che l’aveva portato lì, Ulrich andò alla finestra. In giardino, sotto lo sguardo attento di Clara, i loro quattro figli si rincorrevano nella luce del tramonto. Erano i primi di marzo del 1933.

Scevola

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Un commento su “Sopravvivere alla vita [racconto]

  1. scritto bene e intrigante il sottinteso filosofico che spazia da g.b.vico alla saggezza popolare di “al peggio non c’è mai fine”. potrebbe essere, comunque, che, come insegna la curvatura dell’animo umano nello spazio-tempo, gli estremi si tocchino (id est, l’ottuso conservatore e il sagace rivoluzionario magari sono due facce della stessa medaglia binaria di cui il cervello si avvale per sovrasemplificare la realtà).
    un altro filosofo di quell’epoca, il buon federico, si domandava quanta verità può sopportare un uomo. ecco: non solo in generale, ma soprattutto nello specifico di questa “sopravvivenza” non è davvero rassicurante sapere come andrà a finire…
    : )))

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