L’irragionevole Antigone [l’eternità del mito]

Antigone

Chi, fra i lettori, non ha mai sbagliato, dovendo scegliere tra impulsività del cuore e razionalità della mente? Di certo sono poche le persone che possano dire di non essersi mai trovate di fronte all’annoso dilemma, poiché esso accompagna l’uomo fin da quando smise di guadagnarsi da vivere come cacciatore e raccoglitore per iniziare l’esistenza «civilizzata».

Naturalmente anche gli antichi hanno interpretato un problema così sentito: quest’interpretazione si chiama Antigone. La sua figura ha acquisito gran parte dello spessore grazie al genio poetico e narrativo di Sofocle.

Nell’omonima tragedia dedicatale dal grande tragico ateniese, Antigone, figlia dell’inconsapevole incesto fra Edipo e la madre Giocasta, è emblema dell’osservanza delle leggi non scritte e dell’indifferenza verso quelle costituite. Nonostante un editto del re, nonché zio, Creonte, vieti a chiunque di dare sepoltura a Polinice, traditore della patria, ma soprattutto fratello di Antigone, quest’ultima decide di seppellirlo di persona, assumendosi tutte le responsabilità che il gesto comporta. Le ragioni del cuore la spingono a perseguire l’obiettivo senza curarsi delle leggi imposte da Creonte, che in quanto mortale ella ritiene meno degno di obbedienza rispetto agli dei Inferi, ai quali il gesto sarà invece sicuramente gradito. Il legame di fratellanza è per Antigone il più importante, al punto che ella non esita neppure un attimo a prendere le distanze dalla sorella Ismene, insicura e piena di dubbi, accusandola di «voler bene solo a parole» e di avere a cuore più la propria vita che l’onore dovuto a un consanguineo.

La scelta di Antigone pare oggi un eco lontano, proveniente da luoghi e tempi molto remoti; tuttavia porta un messaggio ancora oggi ben comprensibile: i valori più importanti sono i legami familiari e le leggi interiori alle quali noi (nonostante non ci siano articoli della Costituzione al riguardo, per dirla in termini moderni) sentiamo di dover essere fedeli. Messaggio ancora oggi ben comprensibile, appunto; anzi, forse perfino più comprensibile di allora: considerando il momento di confusione che la nostra civiltà sta attraversando, non sono pochi gli esempi di leggi sì scritte, che però infrangono palesemente la giustizia.

Ancora, nella tragedia sofoclea, Eteocle, il secondo fratello di Antigone, riceve tutti gli onori funebri nonostante sia colpevole quanto Polinice, essendo stato lui, con la sua ostinazione a non abbandonare il trono, la vera causa del conflitto che ha portato alla morte di entrambi. Ciò fa riflettere: quanti sono oggi gli Eteocle rimasti impuniti, oppure, in caso di morte, santificati con la dedica di un’aula in Parlamento? Per contro, il nostro tempo spicca per diffusa penuria di Antigoni.

Dal V secolo a.C. a oggi, questo bellissimo mito è stato reinterpretato in contesti molto diversi: Antigone conserva fierezza e coraggio in quasi tutte le rivisitazioni, mentre Creonte cambia spesso in base all’autore. Nell’Antigone francese di Jean Anouilh, ad esempio, la ragione rimane dalla parte della protagonista: il re, ostinandosi a non capirne le ragioni, non ottiene altro che il suo suicidio e quello del proprio figlio Emone, fidanzato di lei. Nella rivisitazione tedesca di Bertolt Brecht, invece, sullo sfondo del dopoguerra l’orgoglio nazionalista si rivela in tutta la sua totalizzante potenza, con una sbiadita Antigone che, prima di morire, dà ragione al re. In tutte le rivisitazioni, però, Ismene, imbelle sorella di Antigone, rappresenta la vile omertà della gente che preferisce non vedere e non sentire; mentre Creonte incarna una politica lacerata dai conflitti, che solo davanti alla catastrofe (il suicidio di Antigone ed Emone) giunge al pentimento.

Il filosofo francese Blaise Pascal scriveva: «Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce». Ma, in conclusione, è possibile scegliere tra cuore e ragione? Il fatto stesso che l’Antigone sia una tragedia svela come una scelta definitiva sia impossibile, giacché in molti ambiti entrambi gli elementi devono essere presenti in egual misura; certo è che l’eroina greca offre un valido insegnamento: bisogna combattere a testa alta per i valori eterni, senza arrendersi nemmeno alle peggiori difficoltà. Bisogna essere forti come quella ragazza giovane, magra e non particolarmente bella, ma, come la sfortunata stirpe di eroi da cui discende, ricca di coraggio e fierezza d’animo. Bisogna disprezzare Creonte con i suoi editti inutili e lasciare Ismene alla sua vigliaccheria. In altre parole, per dirla con Sofocle: «Se ti sembra che io mi comporti come una pazza, forse è pazzo colui che di pazzia mi accusa».

Alcesti

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