Giornale universitario «Sole e acciaio» N.17 Aprile-Maggio 2015

Sole e acciaio N. 17 copertina

  • Leggi on-line tutti gli articoli:
  1. All’insegna del sole e dell’acciaio [editoriale]
  2. Vittorio Sgarbi: Vate, Cicerone, Censore [cultura]
  3. L’arte del Mensur, duello dell’aristocrazia guerriera [Recensione sportiva]
  4. 1915 – 2015: cent’anni dalla Guerra Bianca [storia]
  5. Lo Hobbit di Tolkien: una compagnia disperata [recensione libro]
  6. Scacchiere libico, tra interessi e conflitti [attualità]
  7. L’Elisir di Vecchioni, viaggio nell’uomo [recensione album]
  8. Alberto Sordi. Finché c’è guerra… c’è speranza! [recensione film]
  9. Post-umanità: l’uomo di fronte al bivio [Kali Yuga]
  10. Lambrenedetto XVI. Un lombardo per l’Europa [viaggio underground]

« La passione è uno strumento di difesa della ragione. Perché non basta avere ragione: bisogna anche, appassionatamente, difenderla. »

Vitorio Sgarbi

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All’insegna del sole e dell’acciaio [editoriale]

Tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero

«Quando sento parlare di cultura metto mano alla fondina!», si esclamava in altri tempi riguardo a un certo tipo di intellettuali. Battute d’effetto a parte, i due filoni di questa diciassettesima uscita saranno proprio la guerra e la cultura. Una cultura intesa nelle sue sfaccettature allo stesso tempo auliche e pragmatiche, che vanno dalla concezione di arte e bellezza di Vittorio Sgarbi alle riflessioni di filosofi del calibro di Giovanni Gentile e del nostro ispiratore di sempre, Yukio Mishima. Una guerra nelle sue rivelazioni più crude e insieme eroiche, come quella di cui cade il centenario esattamente il maggio di quest’anno, ma anche guerre economiche, geopolitiche, apparentemente lontane dalla vita quotidiana, eppure sempre più vicine alle nostre frontiere.

Anche le recensioni seguono questo percorso tra «libro e moschetto»: la pratica sportiva del Mensur, sicuramente sconosciuta ai più, rivela il forte legame tra fisicità e aristocrazia che esisteva nelle università europee fino al secolo scorso. Assimila bene i due elementi il romanzo Lo Hobbit, il cui successo editoriale ha avuto il merito di riportare alla luce le avventure di un manipolo variegato e disperato di guerrieri. Segue, per il compartimento cultura, il viaggio del cantautore Vecchioni all’interno dei tipi di uomo che compongono il mondo.

Una storia che alterna comicità e dramma, com’è nello stile del regista e attore Alberto Sordi, porta il tema della guerra a scontrarsi con le logiche ipocrite di un mondo borghese dal comportamento debitamente distante e calcolatore. Con un personaggio lombardo (ma cittadino d’Europa) tutto particolare, per l’ormai avviata rubrica Viaggio underground, si chiude il numero di questo centenario delle «radiose giornate di maggio» del 1915, quanto dell’inaugurazione dell’Expo 2015 di Milano, che coinvolgerà anche Brescia.

Commemorando la Grande Guerra di ieri e analizzando quelle più ristrette ma altrettanto importanti di oggi, innalzando l’arte e la cultura a patrimonio dell’uomo contemporaneo che combatte contro ogni disumanizzazione, lasciamo ai lettori la curiosità di addentrarsi in questa continua dualità spirito-corpo. Come scrivevamo nella prima uscita, tre anni esatti fa: «muniti di spada e di penna, all’insegna del sole e dell’acciaio».

Spartacus

Vittorio Sgarbi: Vate, Cicerone, Censore [cultura]

Vittorio Sgarbi

«Legga Dante, legga Manzoni: impari quella capra!». Chi non ha mai visto o sentito almeno una volta qualche celebre spezzone di quel Catone il Censore del Terzo Millennio che, per ribadire il suo Carthago delenda est, è pronto a scomodare capre, santi, politici e artisti?

Vittorio Sgarbi non è collocabile in una precisa categoria professionale, come spesso accade a chi è abituato ad agire sopra le righe; che lo si inquadri come giornalista, opinionista, critico d’arte o politico, sarà sempre qualcosa di incompleto. Sarebbe come tentare di distinguere un homo oeconomicus e un homo ludens: non si scompone l’uomo senza denaturarlo. Tuttavia, parlando di prospettive, un bravo regista preferirebbe fotografare la figura del Vate: inteso come saggio riferimento umano e spirituale, certamente, ma anche come il D’Annunzio di questo secolo, che irriverente e ardito scaglia la propria prorompente visione dell’arte, della cultura e del mondo oltre lo statico scacchiere odierno del benpensare (e del pensare poco). Il connotato più affascinante del personaggio resta comunque la spontaneità, che traspare ogni qual volta non trionfa la forzatura del «personaggio di sé stesso», tentazione che i frequentatori assidui degli studi televisivi devono imparare a esorcizzare.

La nostra redazione ha avuto il piacere di assistere a una conferenza tenuta da Vittorio a gennaio presso Padenghe, in provincia di Brescia, poco distante dal Vittoriale di Gardone Riviera – la residenza di Gabriele D’Annunzio da lui donata agli italiani, per tornare all’allusione iniziale.

Ancora prima di impostare la conferenza vera e propria, il nostro Vate, suscitando l’ilarità dei presenti, si lancia in una riflessione (apparentemente fuori programma) scaturita dal fatto che lo sgabello su cui siede non sia né abbastanza alto per sedersi, né abbastanza basso per appoggiare i piedi a terra. Il critico appena abbozzato sfuma ora nel recitante futurista, che si appoggia e rialza sullo sgabello meccanicamente, lasciando la platea in balìa dell’incredulità. La comicità d’improvviso cede nuovamente il passo alla riflessione e il Cicerone può approfondire la fantomatica «legge del sedere», secondo la quale al minore spazio corporeo poggiante sulla superficie corrisponde una maggiore padronanza di sé; ne consegue che il direttore d’orchestra è colui che detiene la posizione di preminenza sul mondo, poiché posa solo le punte dei piedi e dà le spalle (il sedere) al pubblico. «Come il sacerdote – incalza l’oratore in preda a un’ispirazione velatamente mistica – che prima del Concilio volgeva le spalle ai fedeli non per mancanza di rispetto, ma per rivolgersi a Dio. Oggi, per guardare in faccia voi stronzi, volge il culo a Dio e tutti sono contenti!». Tra ironia e riflessione, il pubblico ride e si ammutolisce a tratti, come posseduto dall’istrione, che lo porta a spasso tra i suoi pensieri irriverenti quanto profondi.

Dalle teorie spirituali a quelle politiche, già nel 2006 il leader del pensiero non allineato fulminava con poche parole (ma come suo solito taglienti) anche i populisti dell’anti-politica: «Non è vero che i cittadini sono migliori dei politici: i cittadini sono lo specchio dei politici!». Sgarbi se la prende con quella massa di consumatori di spettacolo che «guarda in sei milioni Miss Italia o San Remo», mentre l’arte di Donatello, Giotto, Michelangelo, Brunelleschi, Verdi e Mozart giace nei musei, retaggio di un popolo che non è in grado di comprendere i propri maestri perché non sa più riconoscere sé stesso.

Dalla ars politica non si può che approdare all’istruzione; perché, se i politici rispecchiano i cittadini, questi rispecchiano in pieno il sistema scolastico. «I giovani si drogano perché la scuola è piena di insegnanti che non sanno cosa dire!» è l’exploit di Sgarbi che merita i canonici novantadue minuti di applausi. E se, per fare un esempio, i Bronzi di Riace a suo dire non attirano nemmeno un decimo dei potenziali visitatori, questo è dovuto a un’istruzione (ancora prima che una politica) che antepone il calcolo personale degli «architetti da galera» alla superiore valorizzazione della bellezza. Tra un affondo e l’altro, c’è spazio anche per posizioni patriottiche, come nella recente intervista per l’Expo 2015 (di cui è Ambasciatore), in cui definisce l’Albero della vita «un’americanata buona per Las Vegas, simbolo di un’Italia che non esiste, estranea alla bellezza e alla nostra civiltà artistica».

Le capacità comunicative non gli mancano, le idee chiare e dirette nemmeno. Per rilanciare un’idea nuova e frizzante di arte e fare del patrimonio artistico italiano (il più ricco al mondo) un vero tesoro da contrapporre alle speculazioni degli spread e del rating, Vittorio Sgarbi ci sembra l’uomo più adatto. E se per la Presidenza della Repubblica quest’anno arriviamo tardi, chissà che un domani… □

Spartacus

di Sole e Acciaio Inviato su Cultura

L’arte del Mensur, duello dell’aristocrazia guerriera [Recensione sportiva]

Mensur

Fino a pochi decenni fa, in Germania una caratteristica permetteva di identificare subito uno studente universitario o un membro dell’aristocrazia: le cicatrici e gli sfregi sul viso. Può sembrare strano, eppure i membri delle confraternite studentesche tedesche erano soliti sfoggiare ferite e tagli sul volto come segno peculiare di distinzione e appartenenza. Come si procuravano questi segni indelebili? Il merito è del Mensur, conosciuto anche come duello studentesco o accademico. Diretto erede del duello alla spada di origine medievale e rinascimentale, il Mensur nasce come combattimento regolamentato nel XVII secolo e nel XX secolo registra una diffusione capillare nelle università tedesche, austriache, svizzere, polacche e fiamminghe.

Letteralmente, il termine significa «misura», che, intesa come distanza, è l’elemento fondante del duello accademico. A differenza della scherma classica, in cui il fine è mettere l’avversario sulla difensiva, nel Mensur manca completamente il movimento dei contendenti; i duellanti, una volta posizionatisi a una precisa e codificata distanza (la misura appunto), tengono sollevata sopra il capo la spada, calandola poi a turno sull’avversario che non può scostarsi dalla traiettoria. Il corpo del combattente è ovviamente ben protetto e una maschera ripara occhi e naso; tuttavia, il resto del viso rimane esposto ai colpi di spada e non sono affatto rari tagli, sfregi o ferite più gravi.

Fino alla metà del secolo scorso, prima ancora che la marca dell’abito o il modello d’automobile, erano le cicatrici a indicare l’appartenenza a una precisa classe sociale. Con l’estinzione delle grandi confraternite studentesche alla metà del XX secolo, anche il Mensur è andato scomparendo, fino a essere vietato per legge. Ciò nonostante, il duello accademico è recentemente tornato in auge grazie ad alcune società di rievocazione storica: attualmente sono circa 400 le organizzazioni che praticano quest’arte regolarmente, salvandola dall’oblio che investe molte pratiche marziali giudicate antiquate o pericolose.

Esibizionismo, coraggio, disprezzo del dolore e impassibilità di fronte al guizzare di una spada davanti al viso erano qualità che l’aristocrazia germanica reputava un tempo fondamentali per ogni giovane studente universitario. Quando, per capirci, ci si augurava che la futura classe dirigente fosse composta da uomini di cultura e azione; di sole e acciaio.

Minamoto

1915 – 2015: cent’anni dalla Guerra Bianca [storia]

Guerra Bianca

Il 2015 verrà, tra le altre cose, ricordato come l’anno in cui si è celebrato il centenario dell’ingresso italiano nella Prima Guerra Mondiale, un conflitto che sconvolse il panorama politico europeo e mise definitivamente fine a un’epoca, proiettandoci a tutti gli effetti nel mondo contemporaneo così come lo conosciamo.

Era il 1915 quando, dopo un iniziale periodo di neutralità, in Italia si iniziò a pensare che la politica non interventista – e parallelamente la Triplice Alleanza, patto stipulato nel 1882 a Vienna tra Austria-Ungheria, Germania e Italia a scopo difensivo – non garantisse più la sicurezza dei confini nazionali. Fu così che in numerosi ambienti di ambito nazionalista e nell’ala massimalista del partito socialista (che nel 1914 si spostò dall’Avanti! a Il popolo d’Italia del giovane Benito Mussolini) iniziò a serpeggiare il desiderio di un intervento nel conflitto. Uomini di spicco come il padre del Futurismo Filippo Tommaso Marinetti, il deputato trentino a Vienna Cesare Battisti e il poeta-guerriero Gabriele D’Annunzio iniziarono a infuocare le piazze con discorsi inneggianti all’interventismo. Fu soprattutto il Vate che, facendo leva su sentimenti di rivalsa dello spirito imperiale romano e del più fresco slancio garibaldino, risvegliò gli animi sopiti di migliaia di patrioti che agitarono le città, spostando l’ago della bilancia a favore dell’ingresso nel conflitto.

L’atto pratico si concretizzò in due momenti distinti: nell’aprile del 1915, quando a Londra l’Italia si impegnò a entrare nel conflitto entro un mese insieme a Francia, Inghilterra e Russia; il 3 maggio, con la rottura ufficiale della Triplice Alleanza. Il 23 maggio l’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria e già la notte del 24 l’esercito «marciava per difender la frontiera».

Tralasciando l’elenco degli avvenimenti già noti, vorremmo riportare il doveroso interesse sul fronte alpino, sulla cui roccia furono scritte pagine di eroismo che, lette oggi, non possono che provocare ammirazione. Pur essendo considerata secondaria dal punto di vista strategico, in particolare da una certa storiografia anglosassone, nonché oscurata dalle più leggendarie vicende del Piave e del Carso, la Guerra Bianca delle alpi centrali (in tedesco Gebirgskrieg) può essere senza dubbio annoverata tra i conflitti che costarono tra i più alti sacrifici a chi la combatté: freddo, altitudini proibitive, difficoltà di comunicazione e trasporto furono solo alcune tra le insidie che dovettero fronteggiare i soldati.

Ancora oggi, camminando sulle nostre montagne (Valle Camonica e Val Sabbia su tutte), ci si imbatte in veri e propri sentieri ricavati nella roccia con immani fatiche dai Kaiserjäger austriaci o dagli Alpini italiani. Calandosi in questi pertugi si rimane sbalorditi immaginando che fossero dimora e trincea di uomini in carne e ossa. Le bellezze turistiche invidiate oggi da tutto il mondo allora erano campi di battaglia di un aspro conflitto di posizione, reso ancora più duro dalla guerra di mine, posizionate al culmine di immense gallerie sotterranee. Fu sul ghiacciaio della Marmolada che, per fuggire agli attacchi degli Alpini, i Kaiserjäger costruirono la «Città di ghiaccio»: tra crepacci e grotte, furono imbastiti veri e propri ricoveri, depositi e osservatori per centinaia di uomini. Il genio militare cominciava a ricoprire un ruolo fondamentale per l’esito finale dello scontro.

Un significativo teatro di scontri campali fu il vicino Adamello, strategicamente fondamentale perché garanzia di uno sbocco in Tirolo da parte italiana o di un ingresso nella Pianura Padana per l’esercito austriaco. Qui si susseguirono, tra il ‘15 e il ‘18, numerosi scontri, caratterizzati da una situazione di vantaggio iniziale da parte austriaca, che possedeva ben cinque forti contro uno solo italiano situato sul Corno d’Aola. Nonostante ciò, grazie alla tenacia e alla conoscenza del territorio, la vittoria sorrise agli Alpini guidati dal generale Giuseppe Perrucchetti, che il primo novembre del 1918 sferrarono l’attacco decisivo sul Passo del Tonale.

Ogni qual volta si visita un sacrario militare (come quello del Tonale) si provano insieme sentimenti contrastanti, dall’ammirazione per l’eroismo dei combattenti, alla rabbia nel constatare che su quei monti si consumò una guerra feroce e fratricida tra i popoli europei. Oggi, a cento anni da questi avvenimenti, viviamo guerre brevi, distanti, combattute soprattutto attraverso la tecnologia, in cui il sacrificio umano sembra avere perso valore a scapito del raggiungimento di interessi geopolitici ed economici di ristrette élite. Tenere vivo il ricordo di migliaia di uomini caduti tra il gelo dei ghiacciai alpini, in una guerra che coinvolse l’intera popolazione e che, nel bene o nel male, ha forgiato l’Europa moderna, è per noi un atto doveroso. □

Ludovico Van

di Sole e Acciaio Inviato su Storia

Lo Hobbit di Tolkien: una compagnia disperata [recensione libro]

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Lo Hobbit di John Ronald Reuel Tolkien non è una semplice fiaba, ma un grande romanzo d’avventura. Conosciuto spesso per essere il prequel de Il Signore degli Anelli, la magica storia narrata non avrà lo stesso stile, né lo stesso tono di quello che è stato definito «il libro» del XX secolo; ma non per questo ne rimane una semplice costola. Anzi, Lo Hobbit fu scritto prima e, per quanto steso da un Tolkien sicuramente più acerbo (ma non troppo), è comunque in grado di far respirare e assaporare la stessa atmosfera magnifica, per non dire epica.

La storia narra del viaggio condotto dal noto Bilbo Baggins, scaraventato fuori dai tranquilli e pacifici confini della Contea per raggiungere Erebor, la montagna solitaria, terra natia usurpata da un feroce drago. Lungo il cammino lo hobbit, accompagnato da alcuni nani, attraversa da ovest verso est la Terra di Mezzo, incontrando troll, orchi, elfi e uomini, insieme a tante altre creature pericolose e magnifiche, in luoghi misteriosi e affascinanti, spesso persino inquietanti. È qui che Bilbo conosce Gollum e, tramite l’astuzia e l’inganno, riesce a sottrargli l’Unico Anello, la cui importanza per Il Signore degli Anelli è famigerata.

Sebbene sia scritto con uno stile adatto a un pubblico molto giovane, Lo Hobbit è tutt’altro che un semplice libro per bambini: il carattere mite ma coraggioso di Bilbo, la regalità e l’avarizia del re Thorin, la saggezza di Gandalf, la bellezza e la superbia degli elfi e l’eroismo, spesso spavaldo, degli uomini dipingono perfettamente alcune delle caratteristiche che noi lettori spesso e volentieri non ricordiamo di possedere.

Lo Hobbit è anche un viaggio inaspettato condotto da una combriccola «disperata», al cui interno nascono duraturi rapporti di amicizia animati da una reciproca e sincera solidarietà. È una grande avventura verso quello che, romanticamente, può essere definito un grande sogno o un grande amore: uno splendido tesoro, o, ancora di più, la propria patria. Un cammino che non manca di lasciare il segno nel piccolo protagonista e nei suoi compagni di viaggio che, andata e ritorno, vivranno la storia più importante della loro vita; una storia che dà uno stimolo a chi, al giorno d’oggi, vive in un mondo sempre meno avventuroso, in cui lo spirito di gruppo latita e l’egoismo avanza, l’avventura rischia di perdersi nella meccanica e la tranquillità nella routine.

Rasputin

Scacchiere libico, tra interessi e conflitti [attualità]

Libia Eni Gheddafi

Mare Nostrum. Così i latini chiamavano il Mediterraneo, il mare nostro, quello specchio d’acqua salata che ritenevano fosse stato affidato loro dagli Dei. Un regalo che avevano difeso e mantenuto con le armi, arrossando di sangue quelle acque in lunghe guerre, contro Cartagine in primis. Mare Nostrum. Un triste nome di battesimo per l’operazione pianificata e gestita dalla Marina Militare volta a legittimare l’immigrazione clandestina.

D’altronde, abbiamo sempre avuto l’invidiabile capacità di agire contro i nostri interessi, spacciando tali fallimenti per eclatanti successi e chiamandoli per accortezza con nomi altisonanti. L’operazione Mare Nostrum è solo uno dei tanti, troppi autogol della politica italiana degli ultimi anni. A ben vedere, tutto l’affaire libico si è dimostrato il più clamoroso flop, sia in campo economico, sia geopolitico.

La Libia di Gheddafi, pur tenendo conto dei tantissimi difetti del Rais, a partire dal 2008 è stata per noi un partner commerciale fondamentale, così come l’Italia a sua volta era il primo interlocutore europeo per il Paese nordafricano. Basti osservare qualche semplice dato per comprendere come i cacciabombardieri della NATO, oltre a distruggere una delle più ricche nazioni africane, abbiano anche compromesso significativamente l’economia e l’indipendenza commerciale del nostro Paese.

Prima della caduta di Muammar Gheddafi, la Libia estraeva il 2% circa del petrolio mondiale, con un’esportazione di quasi 1,6 milioni di barili al giorno. La produzione era gestita anche dall’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), che controllava diverse e importanti aree di estrazione petrolifera e di gas sul suolo libico. Il «cane a sei zampe», in accordo con la compagnia petrolifera nazionale libica, si occupava anche della gestione dell’importante gasdotto sottomarino Greenstream, che collega via mare le coste nordafricane a quelle siciliane. Inoltre, a seguito degli accordi col governo Berlusconi nel 2011, la Libia aveva aperto le porte a centinaia di piccole e medie imprese italiane, permettendo loro di investire e lavorare con vantaggiosi patti fiscali; a seguito della guerra civile, non hanno più potuto operare o sono state costrette a fallire.

Non è tutto: il governo libico aveva investito 3 miliardi di dollari nella costruzione di un’immensa autostrada (quasi 2000 chilometri, dalla Tunisia all’Egitto), riservandone la completa realizzazione a sole aziende italiane; lo stesso valeva per buona parte del restante sistema stradale e autostradale, di fatto gestito da imprenditori nostrani. Anche il comparto aeronautico aveva la sua parte: l’aviazione libica aveva affidato a esperti italiani l’addestramento, ovviamente ben remunerato, di un reparto tecnico specializzato. I dati più forti sul piatto della bilancia provengono tuttavia dalle cifre dell’interscambio commerciale: nel solo 2010, il nostro Paese esportava in Libia merci per un valore di 3 miliardi di euro, importando a sua volta (soprattutto gas e petrolio) per circa 12 miliardi.

Fornendo le basi militari ai bombardieri francesi e statunitensi, l’Italia ha firmato la propria condanna, autolimitandosi l’influenza sull’intera area nordafricana. Il golpe militare, fortemente voluto da Sarkozy, aveva il preciso scopo di difendere e rafforzare l’interesse francese nella zona a discapito di quello italiano: prova ne è che l’ENI è stato quasi completamente esautorato, sostituito dalla Total, compagnia petrolifera francese. Laddove prima a farla da padroni erano imprese e aziende italiane, ora assolutamente messe in minoranza, adesso operano sigle inglesi e d’Oltralpe, da sempre concorrenti della nostra economia mediterranea.

Evitando di imporsi e limitandosi a subire passivamente le decisioni prese a Londra e Parigi, il nostro governo ha causato un danno enorme all’economia nazionale, arrivando a tradire uno Stato formalmente amico, a cui lo univa addirittura un trattato di aiuto militare reciproco in caso di guerra! Il trattato siglato tra Roma e Tripoli riguardava oltretutto un capitolo specifico e importantissimo sull’immigrazione illegale, che tutelava le nostre frontiere impedendo a migliaia di clandestini di salpare dal continente africano per riversarsi in Europa, come invece accade di fatto oggi.

Insomma, il governo italiano ha sbagliato tutto con la Libia. Non è dato sapere se l’intellighenzia nostrana abbia agito in maniera consapevole, comportandosi da traditrice, oppure con una altrettanto colpevole leggerezza. Resta la speranza che, adesso che la Libia è in preda al caos più totale e invoca un nostro intervento, l’Italia si ricordi del proprio ruolo storico e geopolitico nel Mediterraneo, facendo il possibile per ristabilire l’influenza sulla zona e riconsegnando al termine Mare Nostrum il significato originario. □

Minamoto

L’Elisir di Vecchioni, viaggio nell’uomo [recensione album]

Vecchioni Elisir

Elisir è un album di Roberto Vecchioni pubblicato nel 1976 per l’etichetta discografica Philips. Il disco segue un tema conduttore: il viaggio che il cantautore compie attraverso personaggi storici, uomini, stili musicali. Non a caso la copertina mostra il «gioco dell’oca», che identifica la vita come percorso, con incognite, penalità, bonus e l’immancabile sorte dei dadi.

Elisir si apre con Un uomo navigato, insieme di riflessioni di un navigatore e riassunto del contenuto dell’album. La seconda traccia – capolavoro vecchioniano – s’intitola Velasquez, personaggio che il cantautore descrive come «navigatore mai fermo, mai domo, sempre presente là dove ci sia qualche ingiustizia da cancellare». Seguono le canzoni Effetto Notte, storia di un amore non concesso, e Le belle compagnie, particolare traccia che fa propria una famosa citazione dei fratelli Grimm per punzecchiare «l’anarchico» Fabrizio De André.

Il quinto brano narra il ritorno dall’Africa del poeta francese Arthur Rimbaud – il cui acronimo, A.R., dà titolo alla traccia – fino al porto di Marsiglia e l’agonia di quella gamba che sarà di lì a poco amputata. La sesta composizione si intitola Il suonatore stanco e pare un viaggio nella disillusione del cantautore, nell’apatia indirettamente svelata dalle azioni del soggetto. Spicca ora una dedica all’amico, cantautore e «compagno di ciucche» Francesco Guccini: Canzone per Francesco. Vecchioni, attraverso continui riferimenti alla discografia di Guccini, racconta il rapporto tra i due, lasciando intendere alcune critiche alla società e qualche pensiero comune ai due professori.

L’ottavo pezzo s’intitola Pani e pesci e si presenta come una filastrocca musicata per la quale Vecchioni prende in prestito personaggi del passato quali Cesare e Isabella di Castiglia che, in rima, «per tre notti si concede a chi la piglia». La canzone seguente è Figlia ed esprime in versi parole delicate e attente che un padre rivolge alla figlia, tra passato e futuro, pronunciando un augurio: «Non voglio che tu sia felice, ma sempre contro, finché ti lasciano la voce». L’ultimo pezzo, Pagando s’intende, chiude il viaggio con la storia di un fallimento umano e l’esaltazione del dolore del cantante. «L’uomo a cui è dato soffrire più degli altri, è degno di soffrire più degli altri», per chiudere con Gabriele D’Annunzio.

Antonius Block

Alberto Sordi. Finché c’è guerra… c’è speranza! [recensione film]

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Attraverso i suoi film, Alberto Sordi ha sempre affiancato sapientemente all’ilarità tipica del comico la riflessione sulle problematiche che affliggono la civiltà contemporanea. In Finché c’è guerra c’è speranza, film del 1974 diretto e interpretato dall’attore romano, viene mossa una profonda critica nei confronti di una società sempre più caratterizzata dal qualunquismo e dall’ipocrisia.

Protagonista del film è Pietro Ciocca che, passato dal commerciare pompe idrauliche alla vendita internazionale d’armi, per svolgere la propria attività si trova a girare il mondo, soprattutto in Africa, allora come oggi caratterizzata da violenti scontri e tensioni sociali. Mentre viaggia, la sua famiglia risiede a Milano e si permette tutti i lussi: figli viziati e moglie che si divide tra gioco d’azzardo e spese folli, con il marito sempre pronto ad assecondare ogni sua pazzia, compresa quella di trasferirsi da un attico lussuoso del centro a una villa costosissima in collina. Pur essendo evidentemente la moglie a conoscenza dell’attività portata avanti dal marito, non si è mai sognata di contestargliela: in fondo, i proventi potevano soddisfare ogni vizio e richiesta, così che tutto procede nell’omertà.

Le cose iniziano a cambiare quando Ciocca viene coinvolto in un tranello. Trovandosi nell’allora portoghese Angola per trattare l’acquisto di materiale bellico con il governo regolare, viene contattato in incognito da un giornalista del Corriere della Sera che, con la scusa di vendere alcune partite di armi non evase a un gruppo guerrigliero locale, riuscirà a ricavare informazioni che gli costeranno un articolo-denuncia dal titolo: «Ho incontrato un mercante di morte».

Da qui l’immagine del buon imprenditore e padre di famiglia cambia: il presidente del club a cui aderiva non gli rivolge più la parola e soprattutto la sua famiglia, ora che tutta Italia ne conosce l’attività, lo tratta come un carnefice. Il trafficante chiede loro di scegliere: cambiare mestiere e adeguarsi a una vita meno sfarzosa, oppure mantenere lo status quo. Lui in ogni caso si sarebbe adattato. Nella risposta unanime della famiglia sta tutta l’essenza del film e della sua forte denuncia: la cameriera sveglia Ciocca in fretta dopo neppure un’ora di riposo, la valigia è già pronta. In salotto ardono ancora sul caminetto le copie dell’articolo incriminato, la moglie e figli sono immersi nelle loro attività. Dopo tutto, come dice lo zio «di quel giornale tra quindici giorni nessuno se ne ricorderà più». Insomma, finché c’è guerra…

Ludovico Van

Post-umanità: l’uomo di fronte al bivio [Kali Yuga]

Be a Man among MenSi può parlare di post-umanità? Se ne parla già. Tant’è che il 14 marzo si è svolto a Roma un convegno organizzato da Circolo Proudhon e L’Intellettuale Dissidente dal titolo «L’era del post-umano. Tecnica, ideologia e società nel XXI secolo». L’incontro, al quale sono intervenuti anche i francesi Alain De Benoist (scrittore, esponente della Nuova Destra) ed Eric Zemmour (giornalista di Le Figaro) è sintetizzato da Il Giornale nel titolo «Finiremo sconfitti da ideologie disumane» (senza punto di domanda). Condannati o speranzosi, il nostro intento è quello di fare qualche passo indietro e riflettere alla base del perché siamo giunti a tal segno.

«Il deserto cresce; guai a colui che cela deserti dentro di sé!» ammoniva Nietzsche per bocca dell’anti-profeta per eccellenza, Zarathustra. È dritto alla geologia degli spiriti che il filosofo tedesco affida la realizzazione dell’uomo nuovo; qui sta tutto il libero arbitrio di cui l’uomo, liberatosi finalmente della morale, ha la necessità: decidere se fare di sé stesso la culla di una fertilissima volontà, oppure un deserto della rassegnazione. «Guai a colui che cela deserti dentro di sé!»: una civiltà che volesse edificarsi in grandezza nei secoli scolpirebbe questo primo e unico comandamento.

Un’altra freccia arriva dalla faretra di Davide Rondoni, giovane scrittore che in Il fuoco della poesia (2008) definisce così l’uomo post-: «In questo tempo duro, chi non è solo un sopravvissuto tra esperienza e poesia?». Eterno dualismo corpo-spirito, arte-lavoro, realtà-utopia. Resta un punto di riferimento per la nostra rivista l’opera Sole e acciaio di Yukio Mishima, secondo cui «l’arte marziale è morire insieme ai fiori; la letteratura è coltivare fiori imperituri». I fiori immortali sono una creazione umana, mentre, tra quelli naturali, i più belli sono i primi a cadere. Lo interiorizzò al meglio lo scrittore giapponese, che nel 1970, a cavallo tra l’umano e il post-umano, donò la vita davanti al proprio popolo nel tradizionale suicidio samurai, vero inno all’«eternità dell’istante» che tanti giovani prima di lui, da Okinawa alle Filippine, avevano vissuto inneggiando all’Imperatore, poco prima di sfracellarsi contro le portaerei americane. Morirono da guerrieri; furono gli ultimi a morire da uomini?

Fu sicuramente caro l’uomo europeo a Léon Degrelle, fondatore del movimento rexista belga e combattente volontario sul fronte russo, che nel suo compendio Militia illustra la via contro la disumanizzazione: «Non si è sulla terra per mangiare in orario, dormire a tempo opportuno, vivere cent’anni ed oltre. […] Una sola cosa conta: avere una vita valida, affinare la propria anima, aver cura di essa in ogni momento, sorvegliarne la debolezza ed esaltarne le tensioni, servire gli altri, spargere attorno a sé felicità e affetto, offrire il braccio al prossimo per elevarsi tutti aiutandosi l’un l’altro. Compiuti questi doveri, che significato ha morire a trenta o a cento anni, sentir battere la febbre nelle ore in cui la bestia umana urla allo stremo degli sforzi?».

Come abbiamo fatto parlare la penna di Degrelle, che ha scritto pagine di storia con il proprio esempio, così lasciamo che siano le parole di un altro maestro, Giovanni Gentile, a tracciare il confine dell’umanità. Filosofo tra i più importanti del Novecento e riformatore del nostro sistema scolastico negli anni Venti, scriveva queste parole nel saggio Genesi e struttura della società tra il luglio e il settembre del 1943, uno dei periodi più oscuri della storia italiana, quasi un anno prima di trovare la morte per mano di coloro che non gli perdonarono la capacità di restare uomo: «La cultura è sapere; ma non è sapere determinato, dommatico, informativo; è critica di ogni sapere che come sapere positivo si accampi nell’uomo senza dimostrarglisi utile, necessario, costruttivo della sua vita e della sua personalità. Del sapere insomma che non sia umano: che non sia cioè il sapere di cui l’uomo ha via via bisogno per recare in atto la sua umanità, e promuovere e favorire la propria azione morale.»

Be a man among man recitava un motto del secolo scorso che suonava come arruolati!. Nietzsche, Degrelle, Mishima e Gentile, in un certo senso, ci chiamano ad arruolarci. Ognuno di essi a suo modo, tracciando con la china o con il sangue il proprio messaggio, ci ha lasciato un segno indelebile di umanità. L’eredità delle loro vite (che è tutt’altro che dire biografie) resta una traccia nel pieno dell’era umanitaria post-moderna. A noi il dovere di riscoprirla, per recuperare un filo di continuità tra quel mondo e il nostro, affinché, se l’uomo deve rinnovarsi, lo faccia in direzione di un auto-miglioramento e non in funzione di sterile appendice di sé stesso. Siate uomini tra gli uomini. □

Spartacus

Lambrenedetto XVI. Un lombardo per l’Europa [viaggio underground]

Lambrenedetto XVIC’è chi osserva e giudica il mondo comodamente seduto nella propria camera e c’è invece chi, animato da curiosità e spirito di scoperta, viaggia per conoscere e valutare da vicino realtà diverse.

Di questa seconda fazione fa sicuramente parte Lambrenedetto XVI, al secolo Lorenzo Lambrughi, youtuber brianzolo passato agli onori della cronaca del web per i suoi video, in cui si mettono a nudo molte falle del sistema-Italia e molti stereotipi che caratterizzano l’italiano medio o, per dirla usando il suo gergo, il pìteco. Dalle condizioni in cui versano le strade, spesso piene di buche e situazioni al limite del paranormale, si passa per sintomatici confronti tra stazioni al di qua e al di là della frontiera svizzera, fino al suo vero cavallo di battaglia che ha avuto una risonanza notevole: il confronto dei prezzi al supermercato tra Italia e Germania, dai quali emerge che alcuni prodotti (anche italiani) sono sensibilmente meno cari nella terra del Kaiser. Il giraeuropa lombardo fa anche da guida turistica Per i paesi esteri, indicando informazioni utili (ristoranti, hotel, siti di interesse) a chi volesse visitare le località europee e intervistando gli italiani all’estero perché raccontino la loro storia o la nuova vita che si sono costruiti con le proprie forze.

La carica di Lambrenedetto non si limita certo a questo. In diverse registrazioni mette in mostra la propria conoscenza concreta e pragmatica dei mondo, raccontando di realtà e situazioni da lui stesso vissute, quasi a invitare il cittadino medio a uscire dal proprio orticello e avventurarsi nel cuore del Vecchio Continente. Perché, dopotutto, Cinisello di Sopra non è il mondo.

Il panorama di YouTube, con la discreta libertà di gestire canali e pubblicare video, spesso e volentieri ci regala spettacoli aberranti, tra cui personaggi senza arte né parte che, per la loro follia (spesso ostentata) in alcuni comportamenti, assurgono una certa popolarità tra il navigatore medio: molti hanno compreso questa potenzialità e ne stanno giocoforza approfittando. Casi come quello di Lambrenedetto sono invece indubbiamente positivi, perché forniscono uno spaccato della realtà quotidiana, con i suoi pregi e difetti, senza filtri; il tutto condito da un frasario che talvolta non può che generare l’ilarità dello spettatore. A chi preferisce la filosofia del «pane al pane, vino al vino» ai documentari patinati del National Geographic, consigliamo vivamente la visione del canale YouTube «Lambrenedetto XVI».

Ludovico Van

Giornale universitario «Sole e acciaio» N.16 Gennaio-Marzo 2015

Vallanzasca Copertina dimensioni esatte d

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  1. Sole e acciaio… a colori! [editoriale] – Spartacus
  2. Vallanzasca, l’angelo del male [storia] – Spartacus
  3. Rambo (First Blood) [recensione film] – Snake Plissken
  4. Europa e autonomie: utopia o futuro? [attualità] – Ludovico Van
  5. Le api di vetro [recensione libro] – Antonius Block
  6. Meazza: primavera nazionale dello sport [l’eternità del mito] – Zanen de la Bala
  7. Kill ‘Em All, Metallica [recensione musicale] – Ludovico Van
  8. Brendon, C. Chiaverotti [recensione fumetto] – Minamoto
  9. L’altra sera ho fatto un sogno… [Kali Yuga] – Minamoto
  10. Trucebaldazzi: la voce del ghetto [viaggio underground] – Spartacus

« È un crimine più grande fondare una banca o rapinarla? Bene, io a quella domanda come tutti sanno ho dato una risposta. »

Renato Vallanzasca